Le “onde lunghe” del Cantico delle Creature, tra poesia e creato
Matteo Frascadore – Città del Vaticano
“Una poesia che crea una forte scia capace di attraversare i secoli come un’onda lunga”. Sono le parole del professor Jean-Pierre Sonnet, gesuita e poeta, che così commenta ai media vaticani l’attualità del Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi. L’opera poetica del Serafico è stata al centro dell’incontro promosso nel pomeriggio del 23 marzo presso la Pontificia Università Gregoriana, nell’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi e nel decimo anniversario dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’. Il convegno “Il Cantico delle creature e la poesia del mondo” è stato organizzato dalla Facoltà di Teologia della Gregoriana e dal Centro Fede e Cultura “Alberto Hurtado”. “Come università gesuita, vicina a un convento francescano, la Basilica dei Santi Dodici Apostoli, - sottolinea p. Sonnet - anche noi vogliamo celebrare Francesco e il suo cantico”. L’incontro ha riaffermato la centralità culturale della composizione poetica di Francesco di Assisi, che resta un punto di riferimento da diversi punti di vista. “C'è un bellissimo libro di Stefano Mancuso, botanico e professore a Firenze - spiega ancora il prof. Sonnet - che proprio da botanico mostra l'incidenza e l'importanza di questo cantico nelle sfide di oggi”. Dunque, il Canticum può essere considerato non solo il primo documento della lingua volgare, ma anche il primo testo di ecologia integrale. A tutti gli effetti è un “testo fondatore”, conclude Sonnet, facendo riferimento a quanto il volgare umbro sia considerato lingua antenata dell’italiano.
Un’opera che ha sorpreso Dio
Durante il suo intervento, Sonnet ha fatto riferimento al Cantico come a un’opera che “ha sorpreso Dio e che continua a sorprendere tutti noi”. La sua chiave di lettura ha intrecciato poesia e teologia, mettendo in luce il paradosso originario del Cantico: una lode che sgorga non dalla serenità, ma da una condizione di prova. Secondo la tradizione francescana, infatti, il testo vide la luce in una notte di sofferenza, tra il 1224 e il 1226, quando Francesco, malato e quasi cieco, si sentì rivolgere da Cristo parole di consolazione. Da qui il suggestivo accostamento proposto da Sonnet con il “buon ladrone” del Vangelo. Proprio come quest’ultimo, anche Francesco canta già “dalla soglia del Regno”. Ma questo non è l’unico riferimento biblico cui viene fatto cenno. Sonnet spiega come Gesù non sia nominato all’interno del Cantico, pur nascendo, l’opera, da un’esperienza mistica che inserisce Francesco nella prospettiva di morte e resurrezione di Cristo.
In apertura dell’evento, il Cantico di San Francesco ha preso vita grazie alla lettura dell’attrice Sabrina Marciano, in un momento che ha restituito tutta la forza orale e musicale del componimento.
L’arcivescovo Pagazzi: “Un cantico infinito”
All’evento ha preso parte anche l’arcivescovo Giovanni Cesare Pagazzi, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, il quale ha definito l’opera un “cantico infinito”, capace di rinnovarsi continuamente nella storia, come una “creatio” continua che coinvolge l’uomo e il mondo. Nel Cantico, ha spiegato mons. Pagazzi, “s’incontrano nomi”: il nome di Dio “Signore”, qualificato come “altissimo, onnipotente e buono”, e la lunga “litania delle creature”, chiamate una a una. È questo intreccio a generare il movimento dell’inno, dove la lode nasce dal nominare. “Se serve l’eternità per inneggiare a un granello di polvere, come faremo con Cristo?”, è la domanda con cui ha chiuso il suo intervento.
Un viaggio nella storia della poesia
Tra i relatori, anche il professore Piero Boitani, dell’Università La Sapienza di Roma, che si è dedicato a un commento letterario del testo di Francesco. Boitani ha proposto un vero e proprio “volo nel tempo” alla ricerca di analogie nella tradizione occidentale con il Cantico delle Creature, pur sottolineando che non esiste nulla di equivalente all’opera così come non sia mai esistita una figura che equivalga a San Francesco d’Assisi nella storia. Il viaggio di Boitani ha attraversato i testi medievali di Alain de Lille, la filosofia di Boezio, e poi Dante, Boccaccio e persino Gioacchino Belli. Nel Cantico di Francesco - ha spiegato - la creazione diventa spazio di relazione e gioia laddove la lettura tradizionale insiste sul tema del declino e della morte.
L’incontro ha dunque restituito tutta la fecondità di un dialogo tra spiritualità, cultura e poesia. Il Cantico, a otto secoli di distanza, continua a parlare: non solo come memoria, ma come parola viva, capace di abitare il presente e di orientare lo sguardo sul creato.
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