Giornata dei missionari martiri, don Pizzoli: mantengono viva la speranza
Francesco Ricupero e Lorenzo Grosso - Città del Vaticano
La memoria dei missionari martiri, che ricorre ogni anno il 24 marzo, si conferma come un momento di profonda riflessione per la Chiesa universale. Non si tratta soltanto di un ricordo commemorativo, ma di un invito concreto a rinnovare l’impegno evangelico in contesti spesso segnati da violenza, ingiustizia e persecuzione. Con il titolo “Gente di primavera” si celebra quest’anno la trentaquattresima Giornata dei missionari martiri, promossa da Missio, organismo pastorale della Cei. La data della ricorrenza richiama simbolicamente il sacrificio di quanti, come l’arcivescovo di San Salvador, san Óscar Arnulfo Romero Galdámez, ucciso il 24 marzo del 1980, hanno donato la propria vita per il Vangelo, testimoniando fino all’estremo la fedeltà a Cristo e al servizio dei più poveri.
Capaci di vivere fino in fondo il Vangelo dell'amore
Guardando a questi testimoni, la Chiesa riscopre la propria identità più autentica. I missionari martiri non sono eroi isolati, ma segni vivi della vocazione di ogni cristiano: essere testimoni di speranza anche nelle contraddizioni della storia. In questo orizzonte si inseriscono le parole di don Giuseppe Pizzoli, direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie (Pom), che ai media vaticani ha spiegato il vero significato attuale del martirio che non va interpretato come un evento lontano o eccezionale, ma come una realtà che ancora oggi attraversa la vita di molte comunità cristiane nel mondo. «I missionari martiri — ha detto — sono uomini e donne radicati nella quotidianità, capaci di vivere fino in fondo il Vangelo dell’amore».
"Gente di primavera"
Ma cosa vuol dire essere “gente di primavera”? Secondo don Pizzoli «vuol dire saper mantenere viva la speranza anche quando ci sono situazioni che oscurano l’orizzonte e ci impediscono di vedere con con fiducia il futuro. Ecco, i missionari sono gente di primavera proprio per questo perché anche nelle situazioni, negli ambienti, nelle regioni dove maggiormente si fa fatica a pensare al futuro, si trovano in situazioni di povertà di ingiustizia di guerra. E in queste situazioni — ha aggiunto il sacerdote — i missionari mantengono viva la speranza, cioè la capacità di pensare a un futuro migliore e l’impegno a costruire quotidianamente le condizioni perché questo futuro migliore possa avvenire».
Segni di pace e di riconciliazione
Don Pizzoli ha richiamato l’attenzione sul fatto che la testimonianza missionaria non si misura soltanto nel sacrificio estremo, ma anche nella perseveranza silenziosa di chi opera in contesti difficili, condividendo le fatiche e le speranze delle popolazioni locali. In molti Paesi, infatti, i missionari continuano a essere segni di pace e di riconciliazione, spesso pagando un prezzo altissimo per la loro presenza accanto agli ultimi. Particolarmente significativa è l’attenzione che don Pizzoli pone sul legame tra missione e fraternità. Il martire — ha spiegato — è colui che non abbandona, che resta accanto al popolo anche nei momenti più difficili. «È una presenza che parla di Dio senza bisogno di molte parole». Una presenza che, proprio nella sua discrezione, diventa segno eloquente di speranza. In un tempo segnato da conflitti e divisioni, la testimonianza dei missionari martiri continua a indicare una via possibile: quella dell’amore che si dona senza riserve. Una via esigente, ma capace di generare vita anche nelle situazioni più oscure. È questa la speranza che la Chiesa rinnova ogni anno, affidando alla memoria di questi testimoni il desiderio di un mondo più giusto e fraterno.
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