Don Diana, inizia l’iter canonico per il riconoscimento del martirio
Giovanni Zavatta - Città del Vaticano
"Il giusto per fede vivrà": il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, ha usato le parole di san Paolo nella Lettera ai Romani (1, 17) come incipit dell’omelia pronunciata ieri, 19 marzo, nella parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe. Un’omelia speciale per un uomo speciale, nel giorno del 32° anniversario dell’omicidio di don Giuseppe Diana, avvenuto proprio in quella chiesa di cui era parroco. È stata l’occasione per annunciare ufficialmente l’avvio del cammino che porterà all’apertura dell’inchiesta diocesana per il riconoscimento del martirio del sacerdote, un passo storico per la Chiesa aversana e per l’intero territorio campano.
L’iter dell’inchiesta diocesana
L’obiettivo dell’iter canonico è il riconoscimento del martirio in odium fidei. Come sottolineato durante l’annuncio, la figura di don Peppe Diana non deve essere relegata esclusivamente a quella di “eroe sociale”. "Il suo impegno, la consapevolezza del pericolo e la ferma opposizione alla prevaricazione della camorra sono stati la diretta espressione della sua profonda vocazione sacerdotale. Don Diana - si osserva - è stato protagonista del riscatto del suo territorio proprio in virtù del suo essere ministro di Dio, compiendo un autentico atto di fede che lo ha portato fino al sacrificio supremo". L’inchiesta diocesana rappresenta un atto pubblico e ufficiale della Chiesa. L’avvio di questo percorso si articola in alcuni passaggi precisi: nel settembre scorso la Conferenza episcopale campana ha concesso il parere favorevole (nulla osta) sull’opportunità di avviare l’inchiesta canonica e sulla fama di martirio del sacerdote. In seguito la diocesi di Aversa - assieme all’Associazione familiari e amici di don Peppe Diana - ha inoltrato formale richiesta al Dicastero delle cause dei santi. Si resta ora in attesa del via libera dal Vaticano prima della pubblicazione dell’editto ufficiale. Verrà poi nominato un tribunale che, accompagnato dal postulatore della causa, Paolo Vilotta, procederà ad ascoltare le testimonianze viventi e ad acquisire le fonti documentali sulle virtù, la vita e il percorso di fede di Giuseppe Diana.
“Il giusto per fede vivrà”
C’è un legame speciale fra la diocesi di Aversa, i fedeli, l’intera comunità e il parroco ucciso dalla Camorra. Lo stesso monsignor Spinillo, proprio all’inizio del suo mandato episcopale, volle recarsi sulla tomba di don Diana in segno di omaggio. E oggi quel seme caduto nella terra continua a germogliare, tracciando una via luminosa di fede, legalità e speranza. "Mi piace pensare a don Peppe Diana", ha detto il vescovo nell’omelia, "con le stesse parole di san Paolo: 'Il giusto per fede vivrà'. Certo, come ho sentito narrare da tanti, con tutta la forza e l’impeto di un carattere generoso e vivace ma disponibile e attento, soprattutto capace di “conversione” e di parlare a tutti chiedendo di agire insieme per cambiare il sistema di peccato che opprime la società degli uomini". L’impegno, ha concluso Spinillo, è di raccogliere "la testimonianza della sua speranza, del suo vivere per la fede, della sua ansia, a volte, o più spesso anche tumulto, di essere sacerdote con Cristo, a servizio della Chiesa e della vita dei fratelli".
L’omicidio in chiesa a Casal di Principe il 19 marzo 1994
Don Giuseppe Diana venne assassinato a 36 anni la mattina del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe (Caserta) mentre si preparava a celebrare la messa. Un sicario gli sparò contro cinque colpi di pistola, su mandato del clan camorristico dei Casalesi che voleva punire il suo impegno contro la criminalità organizzata. Famosa la lettera Per amore del mio popolo che nel Natale del 1991 venne letta in tutte le chiese della zona e che divenne un manifesto, un duro atto di accusa contro la dittatura armata della Camorra. Don Peppe, ricordano familiari e amici, "denunciò l’illegalità che soffocava l’economia, la corruzione che avvelenava le istituzioni e, soprattutto, quel “silenzio colpevole” che rendeva tutti complici". A distanza di tanti anni quella denuncia resta viva così come l’impegno di gran parte della comunità di Casal di Principe attraverso la resistenza al potere criminoso e la lotta coraggiosa per la legalità.
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