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Beirut, uno dei quartieri colpiti dai bombardamenti israeliani Beirut, uno dei quartieri colpiti dai bombardamenti israeliani

Libano, Fratel Choukri: Dio non dà deleghe per uccidere le persone

Da Beirut, l’appello alla pace del francescano Guardiano del convento di San Giuseppe: “Continueremo ad accogliere chi è nel bisogno. Basta con questa sofferenza, l’uomo non è un oggetto, la morte non è via né strumento per cambiare strategie, demografia e confini”

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

I bombardamenti israeliani in Libano uccidono le persone, “colpiscono i muri”, e stanno anche creando un “ambiente di odio e di vendetta, un luogo che non ha più niente a che fare con la tranquillità del Libano”. Quello che sta accadendo non appartiene alla vita dei libanesi, di qualunque religione siano, che da sempre sono abituati a vivere assieme. Fratel Tony Choukri, della Custodia di Terra Santa, descrive il suo Libano come “un tessuto intrecciato, non un insieme di gruppi, ma un unico tessuto, una unica entità, dove cristiani e musulmani sono una unica cosa, e totalmente estranei a tutto ciò che sta accadendo”. Choukri è il Guardiano del convento francescano di San Giuseppe, nel quartiere cristiano di Gemmayzeh, a Beirut, “una zona di per sé turistica, diciamo così, ma adesso siamo in mezzo a paure e incertezze”. Un luogo, il convento, che porta la memoria, non solo della devastante esplosione al porto del 2020, ma anche della guerra del Libano fin dai suoi albori, nel 1974. Nonostante tutto, però, resta “sempre una presenza, nella quale le persone ripongono la loro fiducia, dove si sentono sicure, perché i frati sono sempre stati presenti, sono sempre rimasti, non hanno mai abbandonato il convento, che si trova in pieno centro città, nella parte più antica, dove non c’è neanche un rifugio”.

Beirut, il quartiere di Gemmayzeh subito dopo l'esplosione al porto nel 2020
Beirut, il quartiere di Gemmayzeh subito dopo l'esplosione al porto nel 2020   (AFP or licensors)

Nessun luogo è sicuro

La paura è tanta tra gli sfollati che lì hanno cercato riparo, “perché non si sa mai cosa possa accadere, può cambiare tutto in un minuto, non si sa come muoversi, e neanche cosa si può fare”.  Ma è tutto il Libano a non essere più un luogo sicuro. “Pensavamo che i bombardamenti si sarebbero fermati al sud, dove sono le zone di Hezbollah, dove c’è il confine ‘caldo’ con Israele, ma i colpi sono arrivati anche qui. Evidentemente la geografia dei luoghi non sicuri si sta allargando, non si può più pensare a una zona che potrebbe essere più protetta”.

Paura e accoglienza

La grande paura si è concretizzata appena due giorni fa quando, durante i preparativi per la festività di San Giuseppe, tutto ha tremato. Chi era in quel momento in chiesa a pregare ha sentito il bombardamento, a soli 300 metri dal convento. Nonostante tutto, da lì però non si va via, il convento è sempre stato un punto di riferimento per i bisognosi, per i rifugiati che arrivano dal sud del Libano, o che in passato sono giunti a causa della guerra in Siria. Dal convento di San Giuseppe, negli anni, sono anche partiti i corridoi umanitari. E ora che si vive sotto i bombardamenti è un luogo di accoglienza per gli sfollati. Ad oggi sono circa 150 le persone accolte, ma “vogliamo cercare un’altra via di uscita per bambini e anziani, vogliamo cercare un posto più sicuro per loro. I più piccoli appena sentono un rumore che potrebbero assimilare a uno sparo corrono a nascondersi negli angoli o dalle loro mamme. Vogliamo trovare per loro un luogo più riparato”.

Beirut, ripari di fortuna per gli sfollati dal sud del Libano
Beirut, ripari di fortuna per gli sfollati dal sud del Libano

Dio non dà deleghe per uccidere

Ma questo non vale per i religiosi del convento che da Gemmayzeh non intendono muoversi. Si resta al fianco alle comunità che oggi vivono la drammatica sensazione di essere “emarginate, non volute, oppresse”. E anche se Choukri non nasconde la sua grande fiducia nei libanesi e nelle loro capacità, tuttavia “il maligno si prende il suo spazio”. E la paura si insinua nella popolazione, con tutte le conseguenze che ne possono derivare. E l’appello di fratel Tony Choukri è soprattutto uno: “Basta con questa sofferenza, si pensi a chi sta morendo, perché il Signore non ha dato a nessuno una delega per uccidere la gente”. Si viva nel rispetto della legge, dei diritti umani e della fede, è la sua richiesta, poiché “l’uomo non è un oggetto, e la morte non è una via, e neanche uno strumento per cambiare strategie, demografia, e confini”.

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14 marzo 2026, 12:38