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Mario Abou Khalil con la sua famiglia Mario Abou Khalil con la sua famiglia

Libano, la famiglia cristiana rimasta nel suo villaggio nonostante bombe e paura

Mario Abou Khalil, sua moglie e i suoi cinque figli, hanno scelto di rimanere nel villaggio di Ankoun, a pochi chilometri da Sidone, anche se i bombardamenti israeliani continuano incessantemente. La loro è l'ultima casa cristiana abitata di tutta la zona: migliaia le persone che hanno deciso di fuggire. La fede e la speranza contro ogni timore

Federico Piana - Città del Vaticano

Ad Ankoun la speranza ha trovato posto nell’ultima casa cristiana ancora abitata del villaggio libanese che dista undici chilometri da Sidone,  capoluogo del governatorato del sud del Libano al centro dei bombardamenti israeliani, da settimane diventati una tragica routine. Mario Abou Khalil e la sua famiglia hanno scelto di non fare come gli altri abitanti che in migliaia hanno preferito abbandonare le proprie case per seguire il flusso degli sfollati che si stanno spostando verso nord nel tentativo di mettere in salvo la  propria vita. Sua moglie, Reine Karam, e i suoi cinque figli — Christy di 18 anni, Chloé di 16, Michelle di 15, Pia di 13 e Raphaëlle di 12 — gli si sono stretti intorno per provare a continuare a fare la vita di sempre, nonostante le esplosioni dei missili e la paura che non danno tregua.

Il rumore della guerra

«Il rumore dei bombardamenti è diventato parte della nostra vita quotidiana. Cerchiamo di proteggerci il più possibile ma il peso psicologico è grande, specialmente per i bambini» racconta ai media vaticani Mario. Che è un ottimo insegnante di educazione fisica ma,  visto che questa maledetta guerra ha svuotato il suo villaggio, per andare a lavorare e sfamare la sua famiglia è costretto, tre volte a settimana, a raggiungere rocambolescamente Beirut. Sotto le bombe. «Anche nel resto del sud ormai non c’è più alcun tipo di occupazione. I prezzi del carburante sono  diventati molto alti, quasi il doppio. Anche il costo della vita è salito alle stelle e temiamo che le forniture essenziali possano presto essere interrotte». Da quando è iniziato il conflitto, i figli di Mario vivono in uno stato di stress continuo alleviato solo dal fatto che tutti i membri del nucleo familiare non si separano mai l’uno dall’altro. «Stiamo sempre tutti vicini. Proviamo incertezza riguardo al futuro e ci chiediamo cosa rimarrà della nostra presenza qui. Tre dei nostri ragazzi sono iscritti alla scuola Saint Elie, a Darb es-Sim, della quale è responsabile padre Eid Bou Rached. Nonostante la situazione molto difficile, la scuola continua a fornire loro l’istruzione online, garantendo la continuità dei loro studi». Un altro piccolo segno di speranza.

Cristiani in pericolo

Mario però non si nasconde una certezza: nel suo villaggio, come in tutto il sud, i cristiani sono sempre più in pericolo. Ma la sua fede e quella della sua famiglia rimangono incrollabili: fanno parte del Cammino Neocatecumenale e quando sentono cadere le bombe dal cielo si riuniscono per recitare il Rosario, tutti insieme. «Questo momento riflette la nostra realtà: paura e pericolo da un lato, fede e speranza dall’altro. Ogni giorno, oltre al Rosario, preghiamo le Lodi. Vogliamo rimanere uniti alla Chiesa e partecipiamo alle attività parrocchiali il più possibile. E poi, durante il giorno, aiutiamo il gruppo pastorale della nostra parrocchia distribuendo pasti alle famiglie sfollate». Tutta l’area di Sidone, rivela Mario, è in una situazione drammatica: i bombardamenti stanno provocando morti e distruzione. «Molte persone sono fuggite, specialmente i cristiani. Ora le scuole pubbliche sono piene di sfollati, per lo più provenienti da altre comunità. Tuttavia, in diversi villaggi dove i cristiani sono ancora presenti, molte famiglie, spesso povere,  hanno scelto di non andarsene: preferiscono rimanere nei loro villaggi anche a rischio di morire lì». Il timore di questo giovane padre di famiglia e che la guerra stia innescando un cambiamento demografico che potrebbe portare alla scomparsa delle comunità cristiane nell’intera regione. «Per questo chiediamo alla  Santa Sede di inviare un rappresentante per aiutare a garantire la nostra presenza. E alla comunità internazionale lanciamo un appello: non dimenticateci!».

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22 marzo 2026, 10:00