Don Malgesini, al via l'iter per la beatificazione. La sorella: Roberto, luce per i sacerdoti
Benedetta Capelli – Città del Vaticano
“Nihil obstat”, nessun ostacolo, nessun impedimento. Due parole che aprono il cammino verso la santità di don Roberto Malgesini, il sacerdote di 51 anni ucciso sei anni fa a Como da un senzatetto che conosceva da tempo. Due parole scritte in un documento del Dicastero delle Cause dei Santi e indirizzate al cardinale Oscar Cantoni, vescovo della città. Due parole, attese da quanti hanno conosciuto questo “testimone di carità”, come lo aveva definito Papa Francesco all’indomani della sua uccisione, e che hanno suscitato profonda gioia tra i ragazzi che hanno partecipato, lo scorso 21 marzo, alla veglia di preghiera per i missionari martiri nella comunità pastorale “Giovanni Battista Scalabrini” dove operava don Roberto.
Il ricordo di “Roby”
L’umiltà, la prossimità, il servizio ai poveri sono le dimensioni della carità di don Roberto vissuta sempre come il primo passo per una relazione, per l’annuncio dell’amore di Dio. Lo hanno detto i suoi “compagni di Messa” come si chiamavano allora i sacerdoti amici di don Roberto. Sono segni che anche la sorella Caterina Malgesini ritrova nelle pieghe dell’animo del fratello. Originari di Rogoledo, piccola frazione di Cosio Valtellino, Caterina è l’unica femmina dei 4 figli di Ida e Bruno, scomparso qualche anno fa. In lei c’è un innato senso di protezione dei ricordi di Roberto, “Roby” come lo chiama qualche volta nel corso della chiacchierata con i media vaticani, una riservatezza che è tipica di alcuni luoghi dell’Italia settentrionale. Si avverte però anche la felicità per questo passo della Chiesa. “Siamo molto, molto onorati di questa cosa come famiglia – ammette – ma non nego che risvegli in noi un grosso sentimento di malinconia, perché si ritorna sempre a pensare al prima quando lui c'era. E dopo manca, manca tanto”.
La speranza piena di immortalità
Manca alla mamma che tra poco compirà 88 anni, stretta nel suo dolore, il “suo” grande dolore come disse Papa Francesco all’udienza generale del 14 ottobre 2020, parlando delle lacrime versate “nel vedere questo figlio che ha dato la vita nel servizio ai poveri”. Una malinconia, spiega Caterina, attutita dal ricordo vivo di don Roberto che come tutti i martiri interroga la fede e offre “una speranza piena di immortalità” come ha sottolineato Papa Leone il 14 settembre 2025, nella Commemorazione dei nuovi martiri e testimoni della fede. “Noi siamo i suoi famigliari e non lo dimentichiamo” e Caterina non dimentica nemmeno l’ironia del fratello. “Quando veniva ci vedevamo tutti insieme per mangiare poi lui era affezionatissimo ai suoi quattro nipoti e ci diceva sempre che veniva per loro, ci prendeva in giro dicendo che a lui di noi non fregava nulla. Scherzava ovviamente”.
La protezione dal dolore
Una famiglia unita, praticante, ma “con una fede moderata” e che non prese proprio bene la decisione di Roberto, allora ventitreenne, di entrare in seminario. “Era così convinto della sua scelta ma certo eravamo preoccupati, raccontava e non raccontava un po' per non darci pensiero, era sempre molto discreto e molto riservato”. Dopo la sua morte, Caterina scopre molte cose, si stupisce soprattutto delle relazioni che Roberto aveva intessuto con persone anche molto lontane da lui. Una riservatezza che stride con la sua uccisione violenta. Su questo fronte la famiglia, racconta la sorella, si è tenuta lontana, “non abbiamo voluto partecipare al processo, forse è stato un modo che ci ha aiutato a convivere con questo grandissimo dolore”. Più volte però il pensiero di una morte raccontata dai tg e dalla carta stampata ha fatto dire a Caterina che la scomparsa di don Roberto è stata esattamente il contrario di quello che avrebbe desiderato lui. “Quella morte gli ha fatto fare quello che non voleva: essere guardato da tutti ma, a fronte di tutto, dico che forse è un bene che sia stato guardato”. Un atteggiamento che richiama le parole di Papa Leone all’indomani della sua elezione: “sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.
Modello per i sacerdoti
Una luce gettata su un prete che operava una carità silenziosa, fatta di sguardi, accudimento e di un amore che non chiede di essere corrisposto. Una luce che si deve per forza spegnere sui ricordi di un fratello e di una sorella. “Per gli altri è don Roberto, per me era mio fratello, era Roberto. Non ce la faccio – racconta Caterina - a condividere cose mie, è difficile. È arrivata a tutti la sua sensibilità verso gli altri e verso noi. Era proprio bello parlare con lui, tra di noi ci sono solo 4 anni di differenza, era già più strutturato quando ero adolescente, ho dei bellissimi ricordi di quando chiacchieravamo”. “Mi piacerebbe - conclude - che i sacerdoti prendessero spunto dallo stile, dal modo di vivere di mio fratello, del modo in cui ha vissuto la sua vocazione. E mi piacerebbe anche che non solo lo ricordassero ma che si fermino a riflettere, prima di compiere un'azione, e che nella loro preghiera dicessero: cosa avrebbe fatto don Roberto?”.
Il cardinale Cantoni: “Per don Roberto i poveri erano maestri di Vangelo”
Profonda gioia è stata espressa dal vescovo di Como, il cardinale Oscar Cantoni, per l’avvio del processo di beatificazione diocesano di don Roberto Malgesini, soprattutto tra i giovani che hanno preso parte alla veglia nella quale è stato ricordato anche don Pino Puglisi ucciso nel 1993 proprio nello stesso giorno di don Roberto. “Per la nostra diocesi – afferma il porporato - si tratta di un segno vivo della provvidenza che ci responsabilizza, ci insegna a fare della santità una meta quotidiana della nostra vita ordinaria, vissuta dentro un agire semplice, ma rivestita dalla carità di Cristo, ossia compiuta mediante rapporti di tenerezza e di benevolenza nei confronti di tutti, a partire dai più bisognosi”. Per il vescovo, don Roberto era un prete profondamente sereno perché “frutto di una intensa relazione con il Signore Gesù e per suo amore una vicinanza amorevole e disarmata nei confronti dei poveri, che egli considerava veramente la carne di Cristo”. “Don Roberto ci insegna che i poveri non sono persone da assistere dall'alto in basso, ma nostri fratelli e sorelle da amare con una vicinanza piena di semplicità e di tenerezza, i nostri maestri per imparare a vivere il Vangelo di Gesù”. “Dentro un mondo che è abituato a vivere nella indifferenza, - conclude il cardinale Cantoni ricordando che proseguono le opere di carità avviate da Malgesini - c'è molto bisogno di chi impara a guardare negli occhi tutti i fratelli e le sorelle e chiamano ciascuno con il proprio nome”.
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