Cerca

L’Ascensione e l’ultima traccia sulla terra

Nelle immagini che descrivono l'evento il Cristo spesso sfugge alla vista: resta un frammento del corpo, uno sguardo rivolto verso il cielo, un’impronta nella pietra. Dalle prime raffigurazioni cristiane fino a Giotto, l’arte ha cercato di rappresentare il momento del distacco

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

L'Ascensione, nell'arte cristiana, è spesso raccontata attraverso ciò che gli apostoli vedono. Gli Atti degli Apostoli insistono più volte su questo momento: "...mentre lo guardavano", "una nube lo sottrasse ai loro occhi", "perché state a guardare il cielo?". Il racconto costruisce una scena fatta di gesti, movimento e volti alzati verso l’alto. Gli apostoli seguono il Cristo che si allontana e restano immobili mentre una nube lo nasconde alla vista. Fin dalle prime immagini cristiane, questo episodio appare anche come una sfida per l’immagine: come rappresentare il Risorto nel momento stesso in cui scompare?

Giotto di Bondone, Ascensione, affresco (1300-1305), Padova, Cappella degli Scrovegni.
Giotto di Bondone, Ascensione, affresco (1300-1305), Padova, Cappella degli Scrovegni.

La prima iconografia

Le prime raffigurazioni cercano una risposta molto concreta. Nelle Catacombe di San Sebastiano, in un affresco della seconda metà del IV secolo scoperto nella zona dell’ex Vigna Chiaraviglio, una delle più antiche immagini conosciute dell’Ascensione mostra Cristo ancora legato alla terra da un ultimo slancio del corpo. Una gamba è piegata, un piede sembra ancora poggiare sulla roccia, mentre la mano di Dio emerge dalle nubi per accoglierlo. Nelle iconografie più antiche quella mano sembra quasi afferrare il Figlio e attirarlo verso il cielo; nelle raffigurazioni successive diventerà soprattutto un gesto di benedizione. L'immagine conserva quasi il senso fisico del movimento, come se l'artista avesse voluto fermare l'istante esatto del distacco. Ai lati, gli apostoli spalancano le braccia in un gesto di stupore e smarrimento. La scena è essenziale, ancora lontana dalla monumentalità delle raffigurazioni più tarde, e proprio per questo resta vicina al racconto degli Atti.

Roma. Catacombe di S. Sebastiano. Regione dell’ex Vigna Chiaraviglio. Decorazione pittorica dell’intradosso dell’arcosolio di Primenius e Severa
Roma. Catacombe di S. Sebastiano. Regione dell’ex Vigna Chiaraviglio. Decorazione pittorica dell’intradosso dell’arcosolio di Primenius e Severa

I piedi e la nube

Nelle immagini dell'Ascensione, il moto verso il cielo passa spesso attraverso un dettaglio del corpo: i piedi. Soprattutto nell’arte occidentale, l'Ascensione viene rappresentata come un movimento reale nello spazio: il corpo sale, prende slancio, lascia tracce del proprio passaggio terreno. 
Nelle miniature medievali occidentali l'iconografia compare con particolare evidenza in area inglese. Nel Mirrour of the blessed lyf of Jesu Christi, manoscritto devozionale del XV secolo conservato alla Morgan Library di New York, del Cristo che sale sono visibili soltanto i piedi, mentre il resto del corpo è già oltre lo spazio della cornice dorata. Un esempio analogo si trova anche in un salterio della stessa collezione, dove Cristo scompare nelle nubi sopra Maria e gli apostoli.

L'Ascensione e la Pentecoste, miniature da manoscritto, 1410 ca., New York, The Morgan Library & Museum, Ms. 36 (89.ML.3), fol. 36v.
L'Ascensione e la Pentecoste, miniature da manoscritto, 1410 ca., New York, The Morgan Library & Museum, Ms. 36 (89.ML.3), fol. 36v.

I piedi diventano l'ultimo punto di contatto con la terra, l'estrema traccia della presenza fisica del Risorto prima della sottrazione allo sguardo umano. È un motivo iconografico che nasce dalla concretezza stessa del racconto evangelico. Le immagini cercano di trattenere il momento del passaggio: l’ultimo istante in cui il corpo è ancora visibile prima di sparire. Anche Giotto, intorno al 1305, nella scena dell'Ascensione della Cappella degli Scrovegni, costruisce la composizione attorno a questa stessa tensione. Cristo supera il limite superiore dell'affresco, le mani oltrepassano la cornice; gli apostoli e Maria restano sotto, con gli occhi rivolti verso il cielo. Tutti gli sguardi convergono verso l’alto. 

Dalla narrazione alla gloria

Anche quando l'iconografia si arricchisce di angeli, mandorle luminose e schiere celesti, resta la stessa tensione tra presenza e sottrazione. Soprattutto in Occidente, l’Ascensione mantiene un forte carattere fisico: il corpo prende slancio, lascia impronte, scompare gradualmente. Nei primi secoli cristiani, la scena conserva ancora la dimensione di un evento narrativo: Cristo è rappresentato di profilo, in movimento, mentre attraversa lo spazio e si distacca dalla terra sotto gli occhi degli apostoli. Queste immagini risentono ancora della cultura figurativa tardoantica e romana, abituata a raccontare azioni, gesti e vicende nello spazio reale.

Ascensione, dai Vangeli di Rabbula, VI sec. d.C. Miniatura su pergamena, 34 x 27 cm. Folio 13v. Firenze, Biblioteca Laurenziana.
Ascensione, dai Vangeli di Rabbula, VI sec. d.C. Miniatura su pergamena, 34 x 27 cm. Folio 13v. Firenze, Biblioteca Laurenziana.

Tra VI e VII secolo, con la progressiva influenza della cultura figurativa bizantina, la rappresentazione subisce una trasformazione profonda. Nel Tetravangelo di Rabbula (VI sec.), Cristo ascende entro una mandorla luminosa sorretta dagli angeli e domina frontalmente la scena: non si muove, non attraversa uno spazio, non si distacca da qualcosa - è già altrove, immobile nella gloria celeste. La frontalità ieratica, la simmetria, la fissità delle figure non sono scelte stilistiche: appartengono a una diversa idea dell'immagine sacra. Non più racconto di un evento, ma presenza del divino resa visibile. L'immagine perde la sua dimensione storica e umana per acquisire il carattere di una visione eterna, sottratta al tempo.
Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, conserva entrambe queste dimensioni. L'Ascensione torna a essere movimento, tensione verso l'alto, sguardo umano che segue il Cristo mentre supera il margine dell'affresco. Ma la monumentalità della rappresentazione, la gravità delle figure, la solennità dello spazio celeste implicito portano ancora il peso dell'elaborazione medievale. È in questo equilibrio - tra evento e visione, tra storia e gloria, tra corpo presente e corpo sottratto - che risiede la forza dell'affresco padovano.

L'impronta del piede del Risorto nella Cappella dell'Ascensione.
L'impronta del piede del Risorto nella Cappella dell'Ascensione.

L’impronta sul Monte degli Ulivi

Per questo l'Ascensione ha lasciato tracce profonde anche nei luoghi della devozione cristiana. Sul Monte degli Ulivi, nel sito oggi occupato dalla Cappella dell'Ascensione, la tradizione conserva da secoli una pietra venerata come impronta del piede di Cristo. Le testimonianze dei pellegrini tra IV e VII secolo ricordano già questo luogo all’aperto, sorto sul punto in cui il Risorto avrebbe lasciato l’ultima traccia del suo passaggio terreno prima dell’ascesa al cielo.
La memoria dell’Ascensione si concentra così su un segno minimo e reale: un’impronta nella roccia. Il cielo resta invisibile, ma la terra conserva ancora il contatto del piede. Anche queste immagini dei piedi che scompaiono nella nube sembrano custodire la stessa idea: la separazione non cancella completamente la presenza, ne lascia una traccia. Così, nelle miniature medievali, negli affreschi e nella devozione del Monte degli Ulivi, l'Ascensione conserva qualcosa di profondamente concreto: un'impronta, un frammento di corpo, uno sguardo rivolto verso il cielo. L'arte cristiana ha cercato di trattenere il momento in cui il visibile comincia a cedere.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

14 maggio 2026, 09:18