Dai banchi di scuola a Lourdes, l'esperienza di alcuni giovani per trovare sé stessi
Benedetta Capelli – Città del Vaticano
Annoiati, con lo sguardo fisso sul telefonino e le cuffie per ascoltare musica ad alto volume. Sono questi gli stereotipi sulla cosiddetta Gen Z e che, essendo tali, fanno percepire la realtà come non è. Servono invece gli studi, come il Rapporto Giovani 2026 promosso dall’Istituto Giuseppe Toniolo, per restituire concretezza ad un mondo certamente complesso, sfaccettato ma anche ricco di novità. I ragazzi sono, secondo i dati, alle prese con l’incertezza dovuta alle crisi nel mondo e che si traduce in instabilità nel pensare al domani anche in senso relazionale; un futuro in cui però tanti chiedono di essere protagonisti reclamando voce e responsabilità non solo un riconoscimento simbolico. Sono dunque giovani consapevoli e attivi capaci di cogliere le occasioni che si presentano.
È il “sì”, ad esempio, ad una proposta che arriva a scuola: accompagnare alcuni malati portati dall’associazione Opera Federativa Trasporto Ammalati a Lourdes (Oftal). Un’esperienza iniziata negli anni Novanta quando il professore di educazione fisica, Maurizio Moscheni, barelliere di lungo corso, lancia l’idea agli studenti dell’Istituto “Arturo Tosi” di Busto Arsizio, in provincia di Varese. All’inizio la “provocazione” la raccolgono in cinque ma con il passare del tempo altri 120 ragazzi, non per forza credenti e di fede cattolica, colgono la palla al balzo. Per il professor Moscheni, Lourdes - dove Papa Leone XIV andrà il prossimo 27 settembre - cambia i ragazzi, diventa la strada per conoscersi meglio perché si fa esperienza del dolore e delle difficoltà di molti. Lascia il segno e si torna cambiati.
La promessa
Anche per Ginevra Maria Ceriani è stato così. Ha 18 anni compiuti da poco, frequenta il Liceo scientifico e il prossimo anno darà la maturità ma ha già in mente cosa farà a settembre 2027: insieme alle sue amiche sarà a Lourdes. Quest’anno, dal 25 al 30 giugno, è andata con circa 20 altri studenti accompagnati dal professore di religione Antonio Sametti che da ragazzo aveva fatto la stessa esperienza. Per Ginevra quanto vissuto diventa un passaggio profondo. Non era a scuola quando venne lanciata la proposta, era alle prese con un’operazione che l’ha costretta a letto per lungo tempo. “Mi sembrava una cosa bella da fare – racconta – ma non sapevo se sarei riuscita a prendermi cura di altre persone, vista la mia condizione. Sono comunque partita una settimana dopo aver iniziato la fisioterapia”. A Lourdes ci va in aereo, proprio per le difficoltà di stare troppo tempo in piedi, ma si fa trovare pronta. Inizia ad occuparsi del refettorio quindi a preparare la tavola, a sparecchiare e offrire la propria compagnia ai malati. I dolori però si fanno sentire e allora si cambia registro, Ginevra viene spostata all’assistenza delle persone in difficoltà, offre acqua e copertine per proteggerle dal freddo o dall’umidità, assiste i barellieri.
Il debito con il mondo
“Sentivo di avere una specie di debito con il mondo”: è questa la motivazione che spinge la giovane ad accettare di andare a Lourdes. “Sono stata tre mesi a letto, ho avuto bisogno di tanto aiuto e nelle settimane passate in ospedale ho ricevuto moltissimo supporto. Le persone che mi hanno aiutato sono state veramente figure fondamentali, che non dimenticherò mai, sento una grande gratitudine nei confronti degli infermieri, del personale ospedaliero, del mio dottore, ma anche della mia famiglia. Quindi so quanto le persone a cui ci affidiamo nei momenti di difficoltà siano veramente importanti. E soprattutto a Lourdes, questa cosa si amplifica”.
Una nuova Ginevra
“Ho capito – spiega Ginevra - che in realtà mi è stato restituito molto di più di quanto ho dato. Il modo in cui i malati si aprivano con noi, mostravano le loro fragilità, è stato per me un dono grande”. C’è qualcosa in più. Raccogliere le confidenze spinge Ginevra ad abbattere i muri costruiti nel tempo, quei blocchi che condizionavano le sue relazioni. “Mi sono sentita incoraggiata a fare la stessa cosa, ho accettato le mie fragilità e le ho mostrate anche agli altri”. Inizia così ad aprirsi sempre di più, a sentire crescere una Ginevra diversa, è il compimento di una preghiera fatta alla Grotta quando a Maria chiede di aprirsi, di sbloccarsi. Un passaggio segnato da momenti di commozione in cui le lacrime sono di liberazione.
Cento vite in cinque giorni
“Lourdes è un momento di gioia, vivi qualcosa di grande, tutti eravamo molto felici di poter dare una mano. Fare del bene per me è stato proprio curativo”. E lo è stato anche per tanti ragazzi che, seppur lontani dalla fede, proprio tra i Pirenei hanno iniziato a farsi domande, a cercare un rapporto sincero, stretto e intimo con Dio. “Sono stati solo cinque giorni, ma mi sembra che siano passati mesi, perché ho vissuto tutto al cento per cento, con un'intensità che non avrei mai immaginato. E soprattutto – conclude Ginevra - mi sembra di aver conosciuto una versione di me diversa che vorrei portare nella vita di tutti i giorni, Lourdes è un luogo che ti cambia in maniera silenziosa. Ho sentito di vivere cento vite in cinque giorni”.
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