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La prima rettrice di un santuario: testimoniare il Vangelo con l'ascolto

Al Meeting di Rimini abbiamo intervistato Anna Medeossi, a cui è affidata la cura di Notre-Dame di Santa Cruz a Orano, in Algeria. Una storia di incontro, di fede, di ascolto

Eugenio Murrali e Andrea Tornielli

Ha uno sguardo vivo e determinato Anna Medeossi, una gentilezza nella voce, nei gesti, una sapienza mite e profonda. Architetto, originaria di Gorizia, forse non avrebbe immaginato ciò a cui l’ha chiamata la vita da quasi un anno: essere la prima donna al mondo rettrice di un santuario. Un primato che acquista un significato ancora più forte per il luogo in cui si trova: Notre-Dame de Santa Cruz, a Orano, in Algeria, paese a stragrande maggioranza musulmana. Le immagini del santuario di cui è rettrice hanno fatto il giro del mondo in occasione della beatificazione dei Martiri d'Algeria.

Dall'architettura alla cura del santuario

Il suo arrivo a Santa Cruz, dove oggi vive anche da consacrata nell'Ordo Virginum della diocesi di Orano, non è avvenuto come rettrice, ma come architetto. "Sono arrivata a Notre-Dame de Santa Cruz in realtà in quanto architetto, – racconta – rispondendo alla richiesta del vescovo di Orano, Jean-Paul, per collaborare al lavoro di rinnovo del santuario nel 2017". Il vescovo Jean-Paul è oggi il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri. Da quel cantiere è nato un legame che dura da nove anni: "Ho collaborato anche all'organizzazione della beatificazione, che ha coinciso con l'inaugurazione del santuario rinnovato". La sua carica è nata da un’esigenza concreta. A Santa Cruz non c'è mai stato un rettore prima d'ora, spiega, ma c'era sempre più bisogno di una presenza stabile che si prendesse cura del luogo.

Vivere insieme nella pace

Santa Cruz vive di un ritmo particolare. C'è un pellegrinaggio annuale diocesano e, “quando va bene”, una messa al mese. Per il resto, è un luogo frequentato soprattutto da musulmani. "È un santuario per i musulmani – chiarisce –, che vengono a visitarlo a decine, a centinaia, in estate e nei weekend. E quindi è importante che ci sia qualcuno per accoglierli e fargli scoprire che cos'è una chiesa e mostrare che siamo fratelli e testimoniare al mondo che si può vivere insieme in pace".  Simbolo di questa vocazione è la spianata davanti al santuario, ribattezzata Esplanade du vivre ensemble en paix, appunto “la piazza del vivere insieme in pace”, nata a un anno dall'approvazione all'ONU della giornata internazionale dedicata a questo tema.

Maria, via di dialogo

"Il santuario è stato costruito in epoca coloniale, sarebbe potuto rimanere una rovina dell'epoca coloniale, un luogo di una memoria ferita, e invece è un luogo amatissimo degli oranesi. È un segno di una strada da percorrere insieme per il futuro”. Un segno di speranza. Il legame con l'incontro di preghiera ecumenico e interreligioso di Papa Leone a Notre-Dame d'Afrique ad Algeri, con la scritta sull'abside che invita a pregare per i fratelli musulmani, e il ricordo della visita di Benedetto XVI al santuario di Meryem Ana Evi, la “Casa di Maria”, in Turchia, dove la maggioranza di chi prega è musulmana, aprono alla domanda sul ruolo di Maria. "Sicuramente Maria – osserva – è una via di dialogo perché è venerata anche nella tradizione musulmana. In realtà tanta gente, almeno a Santa Cruz, che non ha la stessa storia di Notre-Dame d'Afrique, viene veramente per turismo. È un posto bellissimo, sopra la città di Orano, con un paesaggio stupendo". E proprio la bellezza diventa strumento di incontro: "È bello vedere come la bellezza del luogo, e anche all'interno della cappella, questo attimo di sorpresa della bellezza del posto, aiuti ad entrare in dialogo, a trovare la pace. E da lì si può cominciare ad incontrarsi".

Una fraternità nel quotidiano

"Lavoro con dei musulmani – continua la rettrice – e al santuario tutte le pitture, tutte le scene della vita di Maria sono state dipinte da artiste algerine, musulmane. E il mio quotidiano, tutti i lavori di manutenzione, è fatto con imprese locali. E credo che la fraternità cominci anche da lì. Loro accettano di collaborare, di lavorare in una chiesa. Non è scontato". L'accoglienza genera un rovesciamento di narrazione: "Spesso quello che mi sorprende è la loro voglia di dire che sì, la presenza di questa chiesa, dei cristiani in Algeria, è un segno per il mondo”, un segno che l’Algeria, un paese musulmano, è un popolo di pace, un popolo che vuole la tolleranza.

Essere all’ascolto

Testimoniare la fede concretamente è quel che conta per Anna Medeossi. "Per me si testimonia esattamente come in Europa, come ovunque, essendo sé stessi, cercando di vivere il Vangelo fino in fondo con chi ti sta davanti, non con le parole ma con i fatti". Vivere in Algeria, dice, è stimolante perché obbliga all'ascolto: "Essere all'ascolto di quello che l'altro ti dice, dell'immagine che l'altro ti rinvia di te stesso, e sapere che sei sempre giudicato sull'amore, riconoscono se parli in verità, se sei sorridente, se sei comprensivo". È un cammino di umanità: "Testimoniare la fede è cercare di crescere insieme in umanità nel rispetto della differenza, con profondo. Nascono bellissime amicizie quando si può discutere in verità".

La misericordia come vero realismo

Pensando al messaggio che Papa Leone ha lanciato al Meeting di Rimini, contrapponendo al "falso realismo" di chi invoca riarmo e chiusura verso il nemico, "l'autentico realismo" dell'amore e della misericordia, Medeossi osserva: "Io ho pensato anche a quei piccoli gesti del quotidiano che chiedono tanta misericordia e tutto comincia lì. Da rettrice comincia con l'accoglienza dei turisti e capitano spesso dei gesti delle persone che avresti voglia solo di rimproverare con uno sguardo corrucciato e magari di arrabbiarti. Invece fare il passo della misericordia, di provare a trovare modo di dire le cose diversamente, questo apre spesso una strada nei cuori e con qualcuno che se ne sarebbe andato arrabbiato invece nasce una relazione. Così. Con un attimo di misericordia".

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25 agosto 2026, 18:00