Il Custode di Terra Santa: “Solo chi vive la guerra non si abitua alla guerra"
Massimiliano Menichetti – Andrea Tornielli
“La situazione è drammatica, di grande difficoltà, di grande sofferenza…”. Padre Francesco Ielpo OFM, dal giugno 2025 Custode di Terra Santa, pronuncia parole che pesano come pietre mantenendo quella serenità che lo sguardo evangelico permette in ogni circostanza. Questo è il suo dialogo con i media vaticani nello studio di Radio Vaticana – Vatican News.
Sono stati, quest’ultimo anno, tempi molto molto difficili: per la nuova guerra tra Stati Uniti ed Iran, per la situazione tragica di Gaza e adesso anche per la situazione della Cisgiordania. Come state vivendo questo momento?
“La situazione è drammatica, di grande difficoltà, di grande sofferenza. Soprattutto la gente è molto stanca dopo mesi di conflitto, di tensione, dove non si vedono spiragli per un futuro buono. E quindi c’è anche molta stanchezza, molta sofferenza, molta polarizzazione. La gente in Cisgiordania fa fatica, non ha lavoro. C'è una crisi economica importantissima e tutto questo grava sulle famiglie, che cominciano seriamente a pensare poi di lasciare questa terra”.
Il Papa ha più volte parlato della necessità di una costruzione della pace disarmata e disarmante. Ma in questo contesto così drammatico, così forte, che cosa significa concretamente?
“Tutte le vie che sono percorse attraverso le armi e la guerra non portano mai una vera e propria pace, così come non portano mai a una vera e propria sicurezza. E il diritto alla sicurezza è un diritto sacrosanto per tutti. Però gli strumenti per giungere alla sicurezza e alla pace non passano mai attraverso la via delle armi o la via della violenza, ma sempre attraverso la via della politica, della diplomazia e soprattutto del dialogo, che è una via evidentemente più impegnativa e che magari richiede anche più tempo: è però quella che davvero poi porta e può portare a una pace non solo giusta ma anche disarmata.
Poco più di una settimana fa, alla fine dell’Angelus, Leone XIV è tornato a chiedere la soluzione dei due Stati. Una soluzione molto difficile da realizzare già prima delle ultime crisi e che oggi sembra quasi impossibile. Come realizzarla?
“Innanzitutto questa soluzione è l’unica ad oggi sul tavolo, se non ci sono altre soluzioni o altre ipotesi. Quindi questo è il primo punto. Il secondo è che un conto è indicare questa come una possibile strada e un altro è capire come poterla realizzare, perché è oggettivamente davvero molto impegnativo, molto difficile. Comunque bisogna partire da un’ipotesi e soprattutto cominciare a porre i primi passi, perché nei tempi che non saranno certo brevi, una soluzione concreta, reale, realistica possa essere davvero attuata. Colpisce questa insistenza, perché davvero sembra impossibile, ma è l’unica possibilità, che io sappia, in grado di tener conto di un bene per entrambi i popoli.
La Custodia è un faro di pace e di speranza in un universo, come diceva lei, di grandi violenze. Come vive lei personalmente questo momento? Per costruire la pace, concretamente come ci si muove da cristiani in quella terra?
“Innanzitutto occorre conservare un cuore incontaminato dal virus dell’odio, del rancore, ed è la cosa più difficile. Quando penso al mio ruolo di custodire i Luoghi Santi, le pietre vive della comunità cristiana, credo che significhi custodire i cuori: cuori che rimangano aperti, spalancati al Vangelo, alla bellezza del Vangelo e alla via del Vangelo. Che è una via totalmente diversa, che sembra apparentemente sconfitta e fallimentare. Invece testimonia e documenta una vittoria; è la via della Croce, che nessuno vorrebbe affrontare o che nessuno vorrebbe in qualche modo portare, ma è l’unica che poi, come testimonia la nostra fede, è quella che ha vinto”.
Com’è la vita dei cristiani, e quanto essi condividono le sorti del popolo palestinese?
“La condizione e la sorte dei cristiani di Cisgiordania è la stessa di tutta la popolazione, di tutti i palestinesi che vivono dall’altra parte. È ovvio che noi abbiamo un occhio di riguardo sulla nostra comunità, sui nostri cristiani, ma continua a rimanere una situazione davvero drammatica, tristemente drammatica, segnata da ingiustizie, da sofferenze. Credo che il nostro compito sia e continuerà a essere quello di rimanere accanto, di non far sentire soli e di sentirsi partecipi dello stesso destino, della stessa sorte e anche della stessa speranza”.
Lo scorso anno le è stato chiesto di assumere l’incarico di Custode di Terra Santa. Come ha vissuto questa chiamata?
“Sapevo che era gravoso, ma dopo un anno devo dire che è infinitamente più gravoso di quello che mi potevo aspettare. Però mi ha colpito una lettera che lo stesso giorno della mia nomina, mi ha inviato il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Mi ha scritto che scoprirò nel tempo la gravità di questo compito, di questo servizio. Però, aggiungeva: ricordati che contemporaneamente potrai anche scoprire la grazia dei Luoghi Santi. Ed è vero. Devo riconoscere: crescono le sfide, cresce la responsabilità e cresce anche il senso di impotenza, perché è oggettivo che non abbiamo la soluzione a tutto e non abbiamo la possibilità di cambiare tutto, o perlomeno nell'immediato, come tutti vorremmo. Ma nello stesso tempo cresce anche la consapevolezza che c'è una grazia che ci precede, che è più grande di noi, ci sostiene e mi sostiene anche in questo servizio. Un servizio oggettivamente più grande di quello che umanamente qualsiasi persona potrebbe portare avanti da sola.
Che sentimento rileva nelle popolazioni israeliana e palestinese? Vede crescere l’aspirazione alla pace?
“Noi registriamo, da una parte e dall’altra, tantissime associazioni, in realtà anche amici, che percorrono e che combattono per una via diversa, e questo è davvero molto commovente. Noi sentiamo e viviamo una solidarietà anche di tante persone anche del mondo ebraico così come del mondo islamico. E quindi c'è come una sorta di irriducibilità dell’umano, che abita il cuore di tutti gli uomini indipendentemente dalla religione, dalla cultura, che desidera e che rischia — perché oggi è un rischio grande, perché c'è il rischio di essere fraintesi, interpretati male o strumentalizzati — di documentare, testimoniare un’altra strada, un’altra possibilità. La grande preoccupazione che abbiamo è quella anche di non generalizzare, perché atti di violenza, atti di ingiustizia e decisioni politiche non possiamo permettere che diventino un sentimento antisemita: sarebbe ancora più grave, un dramma nel dramma. Bisogna saper distinguere, bisogna saper anche riconoscere che c'è, anche se minoritario, un desiderio, un anelito a una convivenza.
Se è minoritario in questo momento, significa che prevale quella logica della contrapposizione di cui ha parlato il Papa nel discorso al Meeting. Contro la logica dell’odio e della divisione ha proposto come unica via veramente realistica quella della misericordia, dell’amore, del riconoscersi fratelli al di là di tutto…
“Che è l’unica via, ed è anche quella che richiede davvero la conversione del cuore. Non ci stancheremo mai di pregare, di chiedere, per noi innanzitutto e poi per tutti, quella conversione che riconosca l’umano”.
Cresce il numero delle guerre nel mondo, ci si abitua alla violenza che viene spettacolarizzata. Come si può contribuire alla costruzione della pace essendo lontani dai teatri di guerra?
“Grazie! Solo chi vive la guerra non si abitua alla guerra. Per chi è lontano, magari c’è l’emozione di un momento di fronte alle immagini drammatiche. Nasce un sentimento di vicinanza. Credo che il primo passo sia quello di continuare a tenersi informati. Anche il servizio che i media vaticani fanno, così come anche tante altre realtà dei media, che tengono accesi i fari sui diversi conflitti, sulle diverse situazioni drammatiche di ingiustizia. Per un cristiano, ma per ogni uomo e donna di buona volontà, il primo impegno è quello di informarsi, documentarsi. Richiede un sacrificio, perché non ci si può accontentare di un post social o del titolo di un giornale: così si rischia di rimanere rimane magari dentro una narrazione che è orientata a creare ancora di più polarizzazione: è uno dei problemi dei conflitti di questi ultimi decenni. Non si può amare ciò che non si conosce. Dalla conoscenza, dall’informazione ci si forma un giudizio e si rimane vicini, anche spiritualmente, a queste situazioni”.
Oggi viviamo in un tempo in cui la realtà viene semplificata. Forse ci è chiesto di educare alla complessità della realtà, anche per riuscire a metterci nei panni dell’altro.
È fondamentale potersi mettere in ascolto anche del dolore dell’altro, poter ascoltare anche le lacrime dell’altro. Qualche anno fa abbiamo pubblicato un libro, come casa editrice della Custodia di Terra Santa, sulla realtà dell'associazionismo dei Parent Circle, l’associazione che mette insieme i parenti delle vittime palestinesi e israeliane, che insieme stringono legami, avendo entrambi avuto lutti terribili. Dicono: le nostre lacrime hanno lo stesso colore. Arrivare a questo è una grazia, perché poi chi ha un grande dolore inevitabilmente abbassa gli occhi, vede soltanto la propria ferita, e quella dell’altro non interessa. Ma quando accade questa grazia di alzare lo sguardo, avviene il vero miracolo. Oggi io mi sto rendendo conto davvero che è prematuro parlare di dialogo e mi sto accorgendo che neanche posso pretendere che si riconosca il dolore dell’altra parte. Mi accorgo che il mio compito, il nostro compito in questo momento, è mettersi in ascolto. Oggi il dialogo è soprattutto ascolto. Ascolto del tuo dolore, lo ascolto fino in fondo, perché tu possa vedere che, come io ascolto te, un giorno magari anche tu potrai ascoltare il dolore di qualcun altro”.
I Luoghi Santi sono tanti, sono bellissimi, sono evocativi. Posso chiederle qual è il luogo che la colpisce di più, dal punto di vista dello sguardo del Vangelo?
“Molto semplicemente dico che uno dei luoghi a cui sono più affezionato è Cafarnao, perché lì è il luogo proprio dell'intimità, della familiarità, della quotidianità. Non posso non rimanere commosso all'idea che c’è Gesù che entra nella casa di Pietro, che guarisce la suocera di Pietro, che sta con loro, che dorme tra quelle mura. Il Figlio di Dio è lì, in quella casa. Mi commuove arrivare e leggere: “Cafarnao, la città di Gesù”. Gesù è di Nazaret, ma Cafarnao diventa la sua città, perché è il luogo dove Lui ha scelto i suoi amici, li ha chiamati, e ha vissuto con loro. E questo è uno dei luoghi che più di tutti parla alla mia vocazione”.
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