India, per i dalit cristiani e musulmani resta la ferita della discriminazione
di Paolo Affatato
«Il 10 agosto è ancora una “giornata nera”, una giornata in cui si riapre la ferita della discriminazione e dell’esclusione. La richiesta che ripresentiamo oggi al governo è di abrogare l’articolo 3 del decreto presidenziale del 10 agosto 1950 che nega lo status di “casta riconosciuta” ai dalit cristiani e musulmani»: è quanto ricorda in un colloquio con i media vaticani il francescano padre Nithiya Sagayam, dell’Ordine dei frati minori cappuccini, segretario della Commissione per le tribù e caste riconosciute (Scst, la definizione ufficiale di diversi gruppi etnici o sociali storicamente svantaggiati, ndr) nel Consiglio dei vescovi cattolici del Tamil Nadu, rilanciando l’appello che la comunità cristiana indiana pone in occasione di una giornata definita appunto Black Day per i dalit, gli ultimi, gli “intoccabili” nella società indiana.
Un giorno di grande dolore per cristiani e musulmani
Il 10 agosto, spiega padre Nithiya, «è un giorno di grande dolore per i cristiani e i musulmani dalit in India. In questo giorno del 1950, l’allora presidente dell’India emanò un decreto che concedeva diritti speciali ai dalit, le fasce più svantaggiate della società, al fine di aiutarli nella promozione umana e nello sviluppo». Il decreto, riferisce, «permette loro di ottenere quote speciali e un accesso privilegiato nel campo dell’istruzione, dell’occupazione e del welfare». Ma allora, prosegue Sagayam, «con un atto discriminatorio su base religiosa, vennero esclusi da questi benefici i dalit cristiani e musulmani. Per questo motivo da oltre settantacinque anni le comunità cristiane organizzano manifestazioni e incontri di sensibilizzazione delle coscienze, chiedendo parità di diritti e di opportunità». Anche nel 2026 la comunità cristiana in Tamil Nadu, uno degli stati indiani dove la concentrazione di dalit è tra le più alte, ha pianificato raduni pubblici in diverse località. Vescovi cattolici e di altre confessioni, leader religiosi, rappresentanti politici e della società civile vi prendono parte accanto a sacerdoti, religiosi e laici, che presenteranno un memorandum alle autorità civili.
Una storia antica
La vicenda affonda le radici in una storia più antica. Il sistema delle caste, sviluppatosi nei secoli nel subcontinente indiano attraverso una complessa stratificazione sociale, ha prodotto forme profonde di emarginazione. Con l’indipendenza e la Costituzione del 1950, l’India avviò politiche di tutela delle comunità storicamente svantaggiate, legandole all’appartenenza all’induismo. Nel 1956 le tutele furono estese ai dalit sikh e nel 1990 ai dalit buddhisti, mentre cristiani e musulmani vennero esclusi. Questa disparità viene contestata dalla Chiesa: la conversione al cristianesimo o all’islam, si nota, non cancella l’emarginazione sociale ed economica ereditata dalla propria origine. Un organismo indipendente come la Commissione Ranganath Misra nel 2007 raccomandò di rivedere l’ordinanza e di rendere i benefici indipendenti dalla religione professata ma il governo indiano finora non ha dato seguito a quei suggerimenti.
Tra rinnovamento e giustizia
Per i cattolici indiani la questione interpella direttamente la fede: «È nostra responsabilità promuovere il rinnovamento e la giustizia — osserva padre Sagayam — ricordando che Dio è un Padre che ama tutti i suoi figli allo stesso modo, senza distinzione di casta, colore o classe». La discriminazione, infatti, dice il frate francescano, può sopravvivere a volte anche all’interno delle comunità cristiane, dove si notano, in alcuni casi, segregazione in luoghi di culto, aree separate nei cimiteri, minori opportunità nelle scuole, scarsa presenza dei dalit nei ruoli di responsabilità. La celebrazione del 10 agosto diventa così anche un esame di coscienza. Nell’eucaristia, afferma il sacerdote, la Chiesa è chiamata a mostrarsi come una famiglia «e il principio di san Paolo, “tutti sono uno in Cristo Gesù”, diventa una via concreta da seguire». In tale prospettiva padre Nithiya richiama gli inviti di Papa Leone XIV a «non separare la fede dall’amore per i poveri». Ispirati dalle parole del Pontefice — conclude — «diciamo con coraggio: non si può separare la fede dall’amore per i dalit».
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