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La Roma antica tra visioni, meraviglia e sguardi nuovi

Al Museo Poldi Pezzoli, a Milano, fino al 4 maggio 2026, la mostra 'Meraviglie del Grand Tour' riporta alla luce il viaggio che tra Seicento e Settecento contribuì a definire l’identità culturale europea. Protagonista la spettacolare Roma antica di Giovanni Paolo Panini, proveniente dal Metropolitan Museum of New York, affiancata da souvenir, vedute e dal video 'Tutti gli Dèi' di Ferzan Ozpetek, che rilegge quell’esperienza come racconto contemporaneo della bellezza e della memoria

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Ci sono mostre che si attraversano e altre in cui si entra come in un ritmo. Meraviglie del Grand Tour, al Museo Poldi Pezzoli di Milano, appartiene a questa seconda dimensione: qui lo sguardo non corre, non accumula immagini, ma indugia, si lascia guidare dalla bellezza che emerge lentamente tra dipinti, oggetti, luce, suono e movimento. Il percorso prende forma attorno alla pittura, si apre al cinema e alla musica, e dialoga con lo sguardo di Ferzan Ozpetek, che trasforma il Grand Tour in un viaggio dell’anima capace di restituire all’arte la sua forza emotiva e narrativa.

Locandina della mostra 'Meraviglie del Grand Tour', al Museo Poldi Pezzoli di Milano
Locandina della mostra 'Meraviglie del Grand Tour', al Museo Poldi Pezzoli di Milano


Il viaggio che educa lo sguardo

C’è un viaggio che non misura le distanze in chilometri ma in trasformazioni interiori. È quello evocato dalla mostra Meraviglie del Grand Tour, ospitata al Museo Poldi Pezzoli di Milano fino al 4 maggio e ideata dalla direttrice Alessandra Quarto, che riporta al centro una delle esperienze culturali più decisive per la formazione dell’Europa moderna: il lungo viaggio attraverso il Vecchio Continente, e soprattutto attraverso l’Italia, - "Grand Tour" appunto - ritenuto di fondamentale importanza per l’educazione e la formazione culturale di scrittori, intellettuali, esponenti delle classi sociali più alte, tra il XVII e il XIX secolo.

Attraverso capolavori pittorici, oggetti di viaggio, manufatti preziosi e linguaggi contemporanei, l’esposizione invita a riscoprire il valore del tempo lento, dello sguardo educato e della memoria come esperienza viva. Il percorso nasce attorno a un’opera simbolo: la monumentale “Roma antica” di Giovanni Paolo Panini, realizzata nel 1757 e concessa in prestito dal Metropolitan Museum of Art di New York. Un dipinto che, già per le sue dimensioni e complessità compositiva, si presenta come una soglia visiva verso il Settecento europeo.

Ascolta l'intervista con Lavinia Galli


Una “veduta delle vedute”

Al centro dell’esposizione si trova quello che Lavinia Galli, conservatrice del Museo Poldi Pezzoli e co-curatrice del progetto espositivo, definisce «una delle opere forse più iconiche del Settecento». Il dipinto di Panini sorprende per la sua natura quasi enciclopedica: «È un dipinto che stordisce per la quantità di immagini che raccoglie al suo interno», spiega la curatrice, sottolineando come l’artista vi abbia inserito decine di monumenti e capolavori della Roma antica.

La tela diventa così una sorta di museo immaginario, una galleria ideale nella quale convivono architettura, scultura e memoria antiquaria. «Panini inserisce al suo interno ben quarantacinque vedute di Roma antica», racconta Galli, definendo l’opera come una vera “metapittura”, cioè un dipinto che contiene e riassume altre immagini e altre visioni. Il quadro nacque su commissione dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede, Étienne-François de Choiseul, che desiderava portare con sé una sintesi visiva dell’esperienza romana. Il risultato è una celebrazione del gusto antiquario settecentesco e, insieme, il racconto di un’Europa che trovava nell’antico il proprio linguaggio comune.

Dettaglio di "Roma antica" di Panini.
Dettaglio di "Roma antica" di Panini.

Il tempo lento del Grand Tour

La mostra si inserisce nel contesto culturale legato all’arrivo dei visitatori per le Olimpiadi Milano-Cortina, ma propone una riflessione più profonda sul senso del viaggio. Il Grand Tour, ricorda la curatrice, era «un viaggio lento in cui c’era modo di assimilare bene tutto quello che si vedeva». L’esposizione invita a recuperare proprio questa dimensione contemplativa. «Il nostro è un po’ un invito alla lentezza», osserva Galli, spiegando come la sala dedicata al dipinto di Panini sia stata progettata per favorire la sosta e l’osservazione. Qui il visitatore incontra l’opera in uno spazio essenziale, pensato per restituire al tempo della visione la sua profondità originaria. In questa prospettiva, il Grand Tour emerge non solo come fenomeno storico, ma come paradigma culturale: un viaggio che trasforma lo spettatore e lo educa alla complessità del patrimonio artistico.

Uno dei ventidue ventagli acquistati come souvenir durante il Grand Tour, raffiguranti i principali paesaggi di Roma e Napoli e i loro principali monumenti antichi. Acquerello e tempera su pergamena con profilo dorato, stecche in avorio traforato e stecche di guardia in avorio intagliato., 1780-1790, Museo Poldi Pezzoli, Milano
Uno dei ventidue ventagli acquistati come souvenir durante il Grand Tour, raffiguranti i principali paesaggi di Roma e Napoli e i loro principali monumenti antichi. Acquerello e tempera su pergamena con profilo dorato, stecche in avorio traforato e stecche di guardia in avorio intagliato., 1780-1790, Museo Poldi Pezzoli, Milano

Souvenir, memoria e identità

Il percorso prosegue attraverso oggetti che raccontano la dimensione materiale del viaggio. Ventagli dipinti, gioielli in micromosaico, guide illustrate e strumenti di orientamento testimoniano la nascita di una vera cultura del souvenir. Questi manufatti rivelano una nuova forma di relazione con l’antico, più intima e personale. «È interessante entrare nella cultura materiale e vedere opere rarissime che raccontano un ricordo destinato anche a un pubblico femminile», sottolinea Galli, ricordando come ogni oggetto fosse spesso personalizzato e legato all’esperienza individuale del viaggio.
Particolarmente significativa è la presenza della riproduzione in porcellana del gruppo del Laocoonte, realizzata dalla manifattura Ginori nel 1749. «Se dovessimo dire qual è la scultura più amata dell’antichità, direi che è proprio il Laocoonte», osserva la curatrice, evidenziando come il capolavoro conservato in Vaticano abbia influenzato profondamente il gusto europeo.

Manifattura Ginori (Doccia, Firenze), Laocoonte, 1749 circa da Baccio Bandinelli, porcellana calcata e modellata, Milano, Museo Poldi Pezzoli (donazione Elena Giulini, 1993). In oro, sul cartiglio posto alla base: “Frustra nodos divellere tentat”.
Manifattura Ginori (Doccia, Firenze), Laocoonte, 1749 circa da Baccio Bandinelli, porcellana calcata e modellata, Milano, Museo Poldi Pezzoli (donazione Elena Giulini, 1993). In oro, sul cartiglio posto alla base: “Frustra nodos divellere tentat”.

L’antico raccontato con linguaggi contemporanei

Accanto alle opere storiche, la mostra introduce il dialogo con il cinema attraverso l’opera video Tutti gli Dèi del regista Ferzan Ozpetek. Il lavoro, ambientato in un'opera conservata al Poldi Pezzoli, sempre di Panini, Interno del Pantheon, propone una rilettura sensoriale e narrativa dell’antico. Ozpetek stesso sottolinea la dimensione emotiva e simbolica del progetto: «Ho voluto che il film nascesse da un gesto semplice - la luce del Pantheon che illumina il volto di una donna addormentata - per raccontare come l’arte possa ancora oggi risvegliarci, sorprenderci, farci sentire vivi». 

Un fotogramma di "Tutti di dèi" di Ozpetek, ©FondacoItalia
Un fotogramma di "Tutti di dèi" di Ozpetek, ©FondacoItalia

Secondo Lavinia Galli, il linguaggio cinematografico rappresenta una chiave fondamentale per coinvolgere nuove generazioni: «Per i giovani i dipinti antichi vengono apprezzati per le qualità estetiche, ma la fissità dell’immagine può risultare distante. Il movimento della cinepresa e la musica li aiutano a riconnettersi con questo patrimonio». La curatrice insiste su questo passaggio come una delle sfide centrali della mostra: ampliare il pubblico e costruire un ponte tra tradizione e sensibilità visiva contemporanea, offrendo alle giovani generazioni la possibilità di riconoscere nell’antico non una distanza, ma una presenza ancora attiva e interrogante.

Giovanni Paolo Panini, Interno del Pantheon, 1743, olio su tela 135,6 x 97,2, Museo Poldi Pezzoli, Milano.
Giovanni Paolo Panini, Interno del Pantheon, 1743, olio su tela 135,6 x 97,2, Museo Poldi Pezzoli, Milano.

Il video trasforma il Grand Tour in un’esperienza interiore, un percorso emotivo che restituisce all’arte la sua dimensione esistenziale. Riaffiora così la memoria di quel Viaggio sentimentale che non è soltanto il titolo dell’opera di Laurence Sterne, ma un’attitudine culturale tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, quando il viaggio attraverso Paesi diversi diventa un rito di passaggio, un esercizio di conoscenza e maturazione interiore, che rielabora l’eredità del pellegrinaggio come esperienza trasformativa.

Ferzan Ozpetek
Ferzan Ozpetek


Un’eredità che parla al presente

La mostra suggerisce che il Grand Tour non appartiene soltanto al passato. La sua eredità continua a interrogare il modo contemporaneo di viaggiare e di guardare il patrimonio artistico. «Il Grand Tour contemporaneo è un viaggio che deve risvegliare le nostre emozioni», afferma Galli, sottolineando come il patrimonio storico resti capace di parlare alle nuove generazioni. Per la curatrice, proprio nella capacità di coinvolgere nuovi pubblici si gioca una delle sfide decisive della trasmissione culturale: la conoscenza dell’antico diventa un linguaggio attraverso cui leggere il presente e orientarsi nel mondo contemporaneo. La lentezza, l’attenzione ai dettagli e la disponibilità alla meraviglia diventano così strumenti per comprendere il presente attraverso la memoria culturale. In questa prospettiva, il viaggio torna a essere esperienza formativa e spirituale. Non soltanto spostamento nello spazio, ma attraversamento di significati, incontro con una tradizione che continua a interrogare l’uomo e il suo tempo. Come nel pellegrinaggio, anche qui la meta non coincide soltanto con il luogo visitato, ma con la trasformazione dello sguardo. Un percorso che, attraversando opere e secoli, invita a riconoscere nella bellezza una possibilità di conoscenza e di trasformazione.

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04 febbraio 2026, 15:49