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L'appello di Stiglitz in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale L'appello di Stiglitz in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale

Stiglitz: garantire ai Paesi più poveri opportunità di crescita e sviluppo

In occasione dell’odierna Giornata mondiale della giustizia sociale, l’economista premio Nobel spiega su L'Osservatore Romano l’urgenza di una ristrutturazione del debito dei Paesi in difficoltà finanziaria. Molte nazioni, in lotta per non andare in default, stanno tagliando gli investimenti su istruzione, sanità e infrastrutture per pagare i creditori stranieri

di Joseph Stiglitz *

Oggi, tra i Paesi più poveri non assistiamo solo a una crisi debitoria, bensì a una crisi del debito e dello sviluppo. Schiacciati dai debiti, molti Paesi poveri, nella lotta per non andare in default, stanno tagliando gli investimenti nell’istruzione, nella sanità e nelle infrastrutture per pagare i creditori stranieri. Questi tagli compromettono il futuro di tali Paesi e quasi danno la certezza che non riusciranno a uscire dalla povertà nella quale sono impantanati. Il denaro preso in prestito per uscire dalla povertà sta avendo esattamente l’effetto opposto.

Perché è così? Perché il sistema finanziario globale ha fallito in modo così sistematico nell’aiutare coloro che hanno più bisogno di finanziamenti? Per oltre un anno, ormai, i membri della Commissione Giubileo, nominati da Papa Francesco, hanno analizzato la questione. La risposta è che ci sono falle sistematiche nel sistema finanziario. È importante sottolineare che il denaro si sposta in modo prociclico verso i Paesi in via di sviluppo e in modo anticiclico verso i Paesi sviluppati, lasciando quelli in via di sviluppo quando ne hanno più bisogno e arrivando quando ne hanno meno bisogno. Questo amplifica le fluttuazioni invece di attenuarle. C’è la chiara necessità che i Paesi in via di sviluppo intervengano su questi flussi finanziari che indeboliscono l’economia attraverso regolamentazioni dei conti di capitale. Queste potrebbero includere requisiti minimi di riserva o tasse sui deflussi annunciati prima che si verifichino gli afflussi, al fine di scoraggiare gli afflussi di capitali speculativi a breve termine, che creano un’eccessiva volatilità dei tassi di cambio. Per molto tempo, il Fondo monetario internazionale (Fmi) si è opposto a tali interventi, ma poi, nel 2011, ne ha riconosciuto i benefici. Tuttavia, per anni ha temporeggiato nell’aiutare i Paesi a elaborare le misure migliori per garantire la stabilità economica.    

Naturalmente, dovremmo porre un’altra domanda: perché i mercati senza restrizioni sono sistematicamente così perversi? In parte perché i prestatori sono individualmente miopi e non considerano le conseguenze sistemiche delle loro azioni. Solo quando l’economia va bene sono interessati a concedere prestiti. D’altra parte, anche i governi spesso possono essere miopi e sottovalutare eccessivamente il futuro.     

Inoltre, le istituzioni finanziarie internazionali (Ifi) come il Fmi hanno (forse involontariamente) incoraggiato un eccessivo ricorso al credito e ai prestiti. Quando l’economia di un Paese in via di sviluppo entra in recessione (spesso non per colpa sua, ma a causa di un rallentamento globale), gli investitori vogliono ritirare i propri soldi proprio nel momento in cui il Paese ne ha più bisogno. Troppo spesso le Ifi intervengono in soccorso, fornendo al Paese valuta forte che viene semplicemente trasferita ai prestatori privati. Si tratta di un salvataggio nascosto. Il denaro, ovviamente, doveva essere destinato a progetti di sviluppo per combattere la povertà e migliorare gli standard di vita. Invece, visto che il denaro è fungibile, giunge surrettiziamente ai creditori ricchi nei Paesi industrializzati, permettendo loro di riavere i propri soldi prima che vi sia una crisi.         

Le Ifi spesso sono state viste come amiche dei creditori, costringendo i Paesi in via di sviluppo a intraprendere politiche come quelle di austerità, che non serve alla crescita e alla riduzione della povertà, ma è in linea con gli interessi dei creditori e dei Paesi potenti nei quali hanno sede i creditori. Ma le Ifi non si limitano a tenere conferenze e a imporre condizioni severe ai Paesi in via di sviluppo. Sebbene possano dare l’impressione di aiutare i Paesi in via di sviluppo, il loro ruolo principale è quello di salvare i prestatori che non hanno avuto la dovuta diligenza nell’assicurarsi che i prestiti fossero destinati a progetti in grado di produrre rendimenti sufficienti a restituire il capitale con gli interessi. In questo modo, le Ifi hanno di fatto incoraggiato pratiche di prestito scorrette. Peggio ancora, l’onere degli errori ricade sui Paesi poveri, perché quando il Fmi salva i prestatori privati il Paese rimane comunque nei guai. Pochi governi hanno il coraggio di non onorare i propri debiti nei confronti del Fmi perché potrebbe arrivare un momento in cui avranno nuovamente bisogno di aiuto, o perché temono le conseguenze politiche a breve termine che un default potrebbe comportare.

L'economista Joseph Stiglitz
L'economista Joseph Stiglitz   (ANSA)

Quindi che cosa dobbiamo fare ora? Occorre ristrutturare il debito dei Paesi in difficoltà finanziaria. In molti casi basterebbe una ristrutturazione che dilazionasse i pagamenti, se i creditori privati riducessero i tassi d’interesse insostenibili che applicano attualmente. In questi casi diciamo che si tratta di un problema di “liquidità”, non di solvibilità.  Ma la storia dei creditori privati suggerisce che l’avidità prevale sul buon senso: essi cercano di spremere da questi Paesi disperatamente poveri il denaro che semplicemente non hanno. Non è un mondo a somma zero, dove alcuni ottengono di più a spese della vita e dei mezzi di sussistenza dei più poveri. Ciò potrebbe sembrare moralmente riprovevole, ma forse non sorprendente, data l’ethos del capitalismo moderno con il suo motto “l’avidità è un bene”.  È un mondo a somma negativa, dove, privando i Paesi più poveri delle loro opportunità di crescita e sviluppo, le perdite dei poveri sono di gran lunga superiori ai guadagni dei ricchi. Ma per i creditori peggiori questo non ha importanza: lottano per ottenere fino all’ultimo centesimo, indipendentemente dalle conseguenze. Questo è non solo moralmente inaccettabile, ma anche economicamente inefficiente e politicamente disastroso per il mondo. Ci deve essere un modo migliore, e c’è: la politica appena descritta di non concedere alcun salvataggio indurrebbe pratiche di prestito migliori e costringerebbe i creditori ad accettare tassi di interesse più bassi come parte di una ristrutturazione sostenibile del debito. L’alternativa sarebbe una crisi debitoria in cui otterrebbero ancora meno. Sarebbero estremamente utili analisi migliori (più oneste e accurate) della sostenibilità del debito, che valutino quanto un Paese può pagare senza imporre oneri indebiti alla sua crescita futura e alla riduzione della povertà. Come ho già osservato, i creditori cercano di ottenere dai Paesi poveri più denaro di quanto questi si possano permettere, e sarebbe utile disporre di una valutazione obiettiva.  

Il sistema giuridico di alcuni dei principali Paesi creditori aggrava questi problemi. A New York, dove viene emessa gran parte delle obbligazioni, gli interessi pregiudiziali (gli interessi dovuti mentre il caso è in fase di risoluzione) sono pari al 9 per cento, il che incentiva i creditori a prolungare le controversie, poiché si tratta di un rendimento più elevato rispetto a quello che potrebbero ottenere quasi ovunque altrove. I Paesi in via di sviluppo si trovano di fronte a un dilemma. Mentre c’è carenza di denaro “buono” — creditori disposti a fare investimenti produttivi a lungo termine — c’è un surplus di denaro “cattivo”, che affluisce quando meno serve e defluisce quando più serve, provocando inflazione nei periodi buoni e crisi in quelli cattivi. Sono molti i cambiamenti necessari al sistema finanziario globale per creare un’economia mondiale più equa ed efficiente, ma i tre proposti in questa breve nota — nessun salvataggio da parte delle Ifi per i creditori privati, tassi di interesse sostenibili e un ritorno a controlli di capitale stabilizzanti e strumenti più ampi per la gestione dei flussi di capitale — contribuirebbero in modo significativo a creare un mondo migliore in cui i mercati globali del debito non servano solo gli interessi dei ricchi, ma anche quelli dei poveri.   

* Economista, premio Nobel per l’economia nel 2001

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20 febbraio 2026, 15:26