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Sfollati a Beirut, dopo la fuga dalle loro case in seguito agli attacchi israeliani Sfollati a Beirut, dopo la fuga dalle loro case in seguito agli attacchi israeliani  (ANSA)

Beirut, il Jrs accanto a libanesi e migranti in fuga dalla guerra

A colloquio con padre Daniel Corrou, direttore del Jesuit refugee service per il Medio Oriente e il Nord Africa. Dalla capitale del Libano, riferisce che oltre 300 scuole pubbliche sono state trasformate in rifugi: "Sono già piene". "La nostra chiesa qui a Beirut in passato aveva ospitato lavoratori migranti: adesso l'abbiamo riaperta" a persone provenienti da Filippine, Etiopia, Sudan, Sud Sudan, Yemen, Eritrea, Sierra Leone, Nigeria. Servono ripari sicuri, cibo, servizi e soprattutto pace

Giada Aquilino - Città del Vaticano

L’urgenza è «che il conflitto finisca: il popolo libanese non lo vuole. Non fa bene alla gente di qui e di certo non fa bene alla regione». Padre Daniel Corrou, direttore del Jesuit refugee service (Jrs) per il Medio Oriente e il Nord Africa, parla con i media vaticani da Beirut, quando «dalla notte tra domenica e lunedì» in Libano si vive «un’escalation del conflitto», nel quadro degli attacchi statunitensi e israeliani sull’Iran e della risposta di Teheran su Israele e vari Paesi del Golfo. Fino ad allora nel Paese dei cedri era in corso, dal novembre 2024, 

un cessate-il-fuoco tra Israele e milizie filo-iraniane Hezbollah, ma anche oggi bombardamenti israeliani hanno preso di mira le aree di Aramoun e Saadiyat, situate appena a sud dell’aeroporto internazionale di Beirut, oltre che Baalbek ad est. È necessario, aggiunge il gesuita statunitense, «che la violenza cessi immediatamente», in un Paese che porta già le cicatrici della guerra, dell’esplosione al porto di Beirut del 2020, della crisi economica.

I nuovi flussi di sfollati

«Anche qui ad Achrafieh abbiamo sentito gli attacchi, soprattutto su Dahiyeh e alcune zone a sud di Beirut», che hanno provocato, oltre alle vittime e ai danni materiali, nuovi e allarmanti flussi di sfollati. Ieri il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha stimato le prime cifre, parlando di almeno 31.000 persone «accolte e registrate nei centri di accoglienza collettivi» in tutto il Libano. «Non abbiamo numeri precisi» su chi è stato costretto a fuggire, c’è chi ipotizza si possa arrivare «probabilmente a diverse centinaia di migliaia di persone», afferma il religioso. L’esercito israeliano (Idf) stamani ha parlato di circa 300.000 residenti del Libano meridionale che hanno lasciato le proprie abitazioni. 

L'assistenza ai migranti

Molte di queste persone, testimonia padre Corrou, «stanno arrivando a Beirut: il governo ha aperto dei rifugi, oltre 300 scuole pubbliche sono state trasformate in rifugi. E sappiamo per certo che sono completamente pieni». «La nostra chiesa qui a Beirut, durante la precedente guerra del 2024, era stata aperta insieme ad altri luoghi come rifugio per i lavoratori migranti, persone provenienti dalle Filippine, dall’Etiopia, dal Sudan, dal Sud Sudan, dallo Yemen, dall’Eritrea, dalla Sierra Leone e dalla Nigeria, perlopiù lavoratori domestici o rifugiati, che non erano rientrati nelle strutture pubbliche. Ora l’abbiamo riaperta», spiega. Il Jesuit refugee service, inoltre, sta «collaborando con una rete di altri rifugi che lavorano specificamente con i lavoratori migranti», che spesso non trovano ospitalità altrove. «La maggior parte delle persone sfollate è comunque libanese, gente che vive nel Libano meridionale o a sud di Beirut, ma stiamo sentendo parlare di lunghe file di siriani al confine, che entrano in Siria, anche se pure in questo caso i numeri non sono chiari».

Gli avvisi di evacuazione

Nelle ultime ore si sono susseguiti i raid — che Israele indirizza su postazioni Hezbollah, in risposta ai lanci di razzi sul proprio territorio — come pure gli avvisi di evacuazione lanciati dalle Idf per decine di villaggi, in particolare nel sud del Libano. La gente scappa «per entrambe le cose. Ci sono attacchi: le zone da cui provengono le persone che si stanno accogliendo sono state già gravemente colpite. Ci sono poi gli avvisi di evacuazione. Il governo israeliano ha mostrato (le aree, ndr) sulla mappa e ordinato l’evacuazione di città e villaggi e la gente ha cominciato a venire verso nord». Da inizio settimana infatti le Idf hanno reso noti gli elenchi di quartieri della capitale e altre località, da Ghobeiry e Haret Hreik a Sidone e Tiro. «L’esercito israeliano li pubblica sui propri social media, sia in arabo sia in inglese, e questi post vengono immediatamente condivisi su altri social media e tra i libanesi»: una misura, questa, che generalmente precede gli attacchi nelle aree indicate, tanto che le principali arterie verso il nord del Paese risultano congestionate, con famiglie in fuga e colonne di auto ferme per chilometri.

I programmi del Jrs

Per far fronte alla nuova emergenza sfollati, va avanti padre Corrou, in queste ore il Jrs «ha modificato le sue attività: abbiamo mantenuto i programmi di salute mentale e di supporto psicosociale. I nostri programmi educativi seguono invece l’istruzione statale e, dato che le scuole sono state chiuse negli ultimi giorni, sono stati di conseguenza sospesi, per la sicurezza dei bambini. Abbiamo quindi trasferito il nostro personale dai centri educativi ai rifugi per migranti che abbiamo aperto. 

Adottammo la medesima strategia tra settembre e novembre 2024, quando era in corso l’ultima guerra tra Israele e Hezbollah». Al momento ciò che serve maggiormente, osserva, «è un luogo sicuro. Di notte fa piuttosto freddo, per fortuna non piove, ma per il momento servono rifugi di base, servizi igienici e cibo».

La speranza di un ritorno a casa

Tra la gente c’è comunque «una speranza enorme, molte persone vorrebbero tornare» alle loro case, nonostante la «preoccupazione nel sud», «per i movimenti dell’esercito israeliano nell’area e il timore di un’occupazione». I libanesi «amano la loro terra e vogliono vivere in pace, tutti insieme nella diversità che caratterizza il Libano: vorrebbero tornare al 100%, ma hanno bisogno di poter essere al sicuro». Così pure i lavoratori migranti, «i quali non desiderano altro che tornare a lavoro» e ai luoghi in cui hanno vissuto, anche per ricongiungersi con le loro famiglie.

La preghiera del Papa

Di fronte ai continui appelli del Papa a lavorare per la pace, a promuovere il dialogo, a cercare soluzioni, senza le armi, per risolvere i problemi, il Libano «continua a pregare con Leone XIV», assicura il gesuita. «Il Pontefice conosce bene la situazione, è stato qui solo pochi mesi fa, è accanto al popolo libanese. Speriamo che i leader politici coinvolti in questa guerra prestino attenzione alle sue parole». Da parte sua, il direttore del Jesuit refugee service (Jrs) auspica «che la violenza finisca, che la diplomazia riprenda il suo corso, che ci siano negoziati aperti sul futuro delle relazioni tra i diversi Paesi, che i leader governativi prendano sul serio i bisogni della gente. Perché — riflette — le necessità del loro popolo sono la pace e la stabilità, la possibilità di prendersi cura delle proprie famiglie, di aiutarsi a vicenda, di costruire una società civile, di godere della diversità di questa regione».

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04 marzo 2026, 14:17