Il dilemma dello Stretto di Malacca, sorvegliato speciale a metà tra Usa e Cina
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Nel 2003 l’allora presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jintao, coniò il termine “dilemma di Malacca” per esprimere la vulnerabilità strategica di Pechino: quella di una potenza industriale ed energetica dipendente da uno stretto passaggio marittimo, facilmente esposto a crisi, blocchi e pressioni esterne. Oltre vent’anni dopo, gli effetti globali del blocco dello Stretto di Hormuz provocati dalla guerra in Iran impongono di rileggere la formula di Hu Jintao come la sintesi di una realtà geopolitica ben più ampia: ancor più in tempi di guerra, il potere si misura nella capacità di controllare i colli di bottiglia attraverso cui passano energia, merci e sicurezza.
L'unicità di Malacca
Lo vediamo oggi a Hormuz, a breve potremmo vederlo a Bab el-Mandeb, un domani rischiamo di vederlo a Malacca. Esteso per circa 800 chilometri ma largo appena 2,8 chilometri nel suo punto più angusto, in prossimità del Canale di Phillips, lo Stretto di Malacca separa l’isola indonesiana di Sumatra dalla penisola malese, aprendosi a sud-est verso Singapore e a nord-ovest verso il Mare delle Andamane e la Thailandia. Un corridoio obbligato che collega Oceano Indiano e Pacifico e che, proprio per questo, continua a rappresentare uno dei punti più sensibili dell’intero sistema marittimo globale. Lo attraversano quasi 100.000 navi, che trasportano tra un quarto e un terzo del commercio mondiale, per un valore stimato di oltre 3.500 miliardi di dollari. Da qui passa poi più di un terzo del petrolio scambiato via mare – circa 15 milioni di barili al giorno – e la gran parte dei flussi energetici diretti verso le economie asiatiche. Non è un caso che circa l’80 per cento delle importazioni di greggio e il 60 per cento delle importazioni di gas della Cina transiti proprio attraverso questo corridoio. Qualsiasi chiusura dello Stretto di Malacca, accidentale o deliberata, costerebbe cento milioni di dollari a settimana.
Il ruolo degli Usa
Ecco perché, nelle logiche della geopolitica asiatica, Malacca è il sorvegliato speciale. Ne garantiscono la stabilità gli Stati Uniti, che non ne controllano formalmente le acque ma ne presidiano l’apertura strategica come parte della più ampia architettura di sicurezza dell’Indo-Pacifico. Per Washington lo Stretto serve a garantire la continuità dei flussi energetici tra Golfo, Asia orientale ed Europa ma, soprattutto, a impedire che una singola potenza ostile a Washington possa sfruttare uno snodo cruciale.
La reazione cinese
Da qui il tentativo cinese di costruire vie di fuga. La più avanzata corre attraverso il Myanmar, dove Pechino ha investito con forza nel porto in acque profonde di Kyaukphyu, terminale marittimo del China-Myanmar Economic Corridor e sbocco diretto verso l’Oceano Indiano. L’obiettivo è evidente: ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca collegando la provincia dello Yunnan a una direttrice energetica e commerciale alternativa. Oltre al corridoio birmano, la Repubblica Popolare continua a guardare con interesse anche all’istmo di Kra in Thailandia, da anni evocato come possibile via terrestre o infrastrutturale capace di aggirare Malacca. Altre rotte alternative passano attraverso gli stretti della Sonda, di Lombok e di Makassar, ma presentano limiti operativi: sono poco adatte al transito di determinate unità navali e allungherebbero la navigazione di due o tre giorni, con un conseguente aumento di tempi e costi. Secondo una stima, il ricorso sistematico a questi percorsi alternativi comporterebbe un aggravio fino a 200 miliardi di dollari l’anno. Qui si misura la vera unicità di Malacca: è il passaggio più diretto, economico e funzionale tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, tra i produttori di energia del Golfo e le economie manifatturiere dell’Asia orientale. La sua importanza non deriva tanto dal volume dei traffici che lo attraversano, ma dal fatto che ogni alternativa risulta, almeno per ora, meno efficiente.
Tra India e Giappone
Lo hanno capito almeno altri due attori regionali. Il primo è l’India, che ne presidia il fianco occidentale. Le isole Andamane e Nicobare, vero snodo tra il Golfo del Bengala e l’accesso a Malacca, consentono a Nuova Delhi di monitorare il traffico navale in ingresso allo stretto, di mantenere una presenza sottomarina nelle acque profonde del Golfo del Bengala e, soprattutto, di proiettare capacità militare verso il Sud-Est asiatico. Il secondo è il Giappone. Malacca fu l’unica porzione di territorio indiano a essere occupata dal Giappone durante la seconda guerra mondiale. Oggi Tokyo produce internamente appena il 15 per cento circa dell’energia che consuma e importa oltre il 90 per cento del greggio dal Medio Oriente, come si è visto in queste settimane di crisi in cui i nipponici sono stati costretti a ricorrere all’utilizzo delle prime riserve di petrolio. Tokyo continua così a dipendere dalla sicurezza delle grandi rotte marittime tra Golfo, Oceano Indiano e Asia orientale. Le esercitazioni militari più importanti a Malacca sono state condotte negli ultimi anni proprio da questi due attori e dagli Stati Uniti: la più significativa resta Malabar, oggi esercitazione quadrilaterale tra Washington, Nuova Delhi, Tokyo e, da ultimo, Canberra.
Lezioni da Hormuz
La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz sta accelerando ulteriormente la ricerca di nuove rotte marittime. Tuttavia, la stessa crisi di Hormuz sta anche dimostrando la vulnerabilità di una certa primazia navale statunitense, dovuta anzitutto all’incapacità di Washington di fornire segnali di domanda stabili e credibili all’industria nel lungo periodo. L’ultima faglia emersa dalla guerra in Iran riguarda il commercio e la sicurezza marittima. Ed è anche su questi due aspetti che si giocherà il futuro di Malacca. Specie perché questa crisi sta dimostrando come nessuno è ancora preparato alla rapidità con cui il commercio globale può essere compromesso di fronte agli shock geopolitici.
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