Il MuNDA torna al Castello. L’Aquila ritrova la sua casa
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Nel bastione est, il Mammuthus meridionalis rinvenuto a Scoppito nel 1954 è ancora lì. Durante il terremoto del 6 aprile 2009 si è spostato di quindici centimetri, poi si è fermato. È rimasto mentre il Castello veniva dichiarato inagibile, mentre il museo trovava rifugio provvisorio a Borgo Rivera, mentre sedici anni passavano. Adesso che il MuNDA - il Museo Nazionale d'Abruzzo - ha riaperto i battenti nella fortezza, il 20 dicembre 2025, quel corpo preistorico — uno scheletro perfettamente conservato di 149 ossa — è il primo incontro. Difficile trovare immagine simbolica più precisa della continuità che questa riapertura vuole incarnare.
Una restituzione attesa
La direttrice Federica Zalabra usa una formula semplice: “Il museo è una casa”. E aggiunge che una casa chiusa non funziona: se non ci entri, non puoi nemmeno prendertene cura. È in questa seconda parte della frase che sta il punto decisivo. Il rientro nel Castello non restituisce soltanto sale visitabili: restituisce uso, presenza, responsabilità quotidiana verso un patrimonio che negli anni della sede provvisoria rischiava di uscire dallo sguardo della città.
I numeri raccontano una trasformazione già in corso. Il museo che Zalabra ha trovato nel 2021 contava 5.900 visitatori l’anno; nel 2024 ne ha registrati 65.000. Una crescita che non si spiega con un cambio di sede, avvenuto solo a fine anno, ma con un lavoro lungo e paziente: mostre, mediazione, aperture straordinarie, una presenza sempre più riconoscibile nella vita culturale della città. Il museo ha smesso di aspettare che i visitatori arrivassero da soli.
Il Castello non è una cornice
Il percorso comincia al piano terra con tre sale dedicate a L’Aquila, al Castello e al museo stesso. Non è un prologo ornamentale, ma la dichiarazione che il contenitore qui ha una sua storia, e che ignorarla sarebbe un’amputazione. Il plastico settecentesco del duca di Noja, i quattro santi protettori dipinti da Giulio Cesare Bedeschini, la sala dedicata a Celestino V e a Collemaggio, la memoria militare della fortezza: tutto concorre a mostrare che il MuNDA non occupa semplicemente un edificio, ma torna in un luogo che è parte della sua stessa narrazione. Entrare nelle collezioni, qui, significa già essere dentro la storia.
Zalabra parla di “momenti di riflessione” distribuiti lungo un percorso “essenzialmente cronologico”. La formula coglie qualcosa di importante: il museo non ha scelto di costruire un’esperienza spettacolare che si sovrapponga alle opere, ma di creare condizioni perché le opere parlino.
L’Abruzzo che prende figura
Al primo piano il percorso si dispone dal Medioevo al Cinquecento secondo un ordinamento che la direttrice descrive con un’espressione precisa: “Abbiamo esposto opere per via di levare”. Sottrarre, non aggiungere. Il risultato è una narrazione più leggibile della cultura figurativa abruzzese, alleggerita rispetto al passato, capace di far emergere la forza di un patrimonio quasi interamente regionale. Le Madonne lignee, i tabernacoli, il Trittico di Beffi, le opere di Andrea Delitio, Silvestro dell’Aquila, Saturnino Gatti, Cola dell’Amatrice, Francesco da Montereale compongono un racconto tutt’altro che periferico. L’Abruzzo appare come luogo di scambio e di elaborazione, non come margine.
E Zalabra nota un dettaglio che vale più di molte analisi: queste Madonne “hanno i piedi piantati a terra”. Gli zoccoli di legno, i bambini tenuti in braccio con una fisicità quasi domestica: una sacralità che non perde altezza ma acquista aderenza al vissuto delle comunità che quelle immagini le hanno prodotte e abitate. Sono Madonne che conoscono la fisicità di tenere un bambino recalcitrante sulle braccia, che hanno i piedi nella stessa terra delle donne che le hanno guardate per secoli. Non vengono da altrove: appartengono a questi luoghi, ne portano l’aria.
Molte di queste statue si legano alla tradizione delle processioni, sono oggetti vivi, non solo conservati. Un San Sebastiano ha una lingua mobile che, durante le processioni, produce un suono e fa rumore: un dettaglio che dice tutto sulla natura di queste opere, che non sono mai state solo da guardare.
La "Visitazione" e l’anno della Capitale
Il 2026 porta con sé anche il titolo di Capitale italiana della Cultura, e il MuNDA è uno dei luoghi in cui L’Aquila intende renderlo concreto. Tra gli appuntamenti più attesi, il ritorno della Visitazione di Raffaello, dipinta per la chiesa di San Silvestro e sottratta alla città nel Seicento. Accanto a essa, in prestito da Pistoia, la Visitazione del Pontormo: due opere sullo stesso tema, uno dei confronti più rari che l’anno della Capitale saprà offrire. La presenza della Visitazione raffaellesca riattiva un legame storico interrotto e costruisce un percorso che dal museo conduce nuovamente a San Silvestro, restituendo continuità a una geografia artistica dispersa.
A questo, l’arrivo nella collezione stabile della tavoletta opistografa con Ecce Homo e San Girolamo di Antonello da Messina, recentemente acquisita dallo Stato italiano da una collezione privata di New York - la cui provenienza originaria non è ancora nota. Antonello aveva lavorato a Napoli, in quel crocevia aragonese dove la pittura fiamminga e quella italiana si erano incontrate e trasformate. L’opera apre la possibilità di uno studio più approfondito su quella stagione e sui suoi effetti nel centro Italia, riaprendo il tema dei rapporti tra l’Abruzzo e il Mezzogiorno aragonese.
Un museo che non intimidisce
L’accessibilità è trattata nel nuovo allestimento come criterio di progetto, non come aggiunta. I supporti digitali — dalla sala immersiva ai dispositivi tattili — non sono lì per stupire, ma per avvicinare: per permettere a chi entra di guardare le opere con una familiarità meno intimidita, quasi con affetto. “Tutti abbiamo gli strumenti per poter approcciare il museo”: una frase che rovescia una lunga tradizione di istituzioni costruite per selezionare i visitatori prima ancora di accoglierli.
Una città che torna a vedersi
“Questa è casa vostra”: così Zalabra ha presentato agli aquilani la riapertura del Castello. La formula potrebbe suonare retorica, se non fosse che qui poggia su un lavoro lungo e verificabile — restauro, riallestimento, nuova mediazione, crescita dei pubblici — che precede di anni la data inaugurale. Il mammut è rimasto. Le Madonne hanno ancora i piedi per terra. L’Ecce Homo sta per arrivare. Ci sono musei che aprono e musei che riaprono, e la differenza non sta nei comunicati stampa ma in quello che il visitatore trova entrando: un luogo che lo aspettava, o uno che lo sopporta. Al Castello dell’Aquila, per la prima volta da sedici anni, è così.
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