Sentenza storica contro Meta e YouTube: le piattaforme creano dipendenza
Roberto Paglialonga - Città del Vaticano
I social network fanno male alla salute, o no? Sono “addicted”, dunque creano dipendenza in particolare nei giovani, attraverso i meccanismi degli algoritmi e dello scrolling, o no? Le piattaforme digitali sono responsabili dei danni che l’utilizzo intensivo delle app produce, o no? Domande che interessano oggi costantemente il lavoro degli esperti, psicologi, psicanalisti, psichiatri, neurologi, sociologi, e abitano ormai quotidianamente il confronto tra famiglie e nelle famiglie. E che pongono questioni anche al di là dell’aspetto meramente educativo, sebbene pure su questo molto ci sarebbe da dire e, anzi, proprio da qui bisognerebbe partire per ogni analisi antropologica e sociale, in un tempo nel quale tutti sono protagonisti – e vittime – di una “abbuffata” di tecnologia, quasi senza limiti e criterio. Anzitutto se sia bene – si potrebbe dire giusto, opportuno, funzionale a una crescita “sana”, cioè rispettosa dell’età evolutiva – mettere in mano a ragazze e ragazzi in fase pre-adolescenziale, spesso bambini, uno smartphone, con tutto il mare magnum di possibilità, opportunità e rischi, che questo offre, un oceano nel quale ci si tuffa senza avere ancora imparato a nuotare.
Legislazioni per regolamentare l'uso dei social
Domande che da qualche tempo interessano però anche la politica e le legislazioni dei Paesi – l’Australia ha deciso di disattivare i profili degli under 16, decidendo di vietare l’iscrizione ai social senza un documento di identità; Francia, Portogallo, Gran Bretagna, Danimarca e Spagna hanno approvato normative simili; in Brasile e Norvegia gli iter sono ancora in corso; in Germania si sta discutendo; mentre nel parlamento italiano è al vaglio un disegno di legge -, e da alcune settimane anche le attività dei tribunali.
Sentenza storica contro Meta e YouTube
Ma proviamo a riavvolgere il nastro, anche se sinteticamente, per vedere ciò che è accaduto. Una settimana fa Meta Platforms e Alphabet, proprietaria di YouTube, sono state condannate dalla Corte suprema di Los Angeles – non a caso, forse, la città dello Stato della California, dove hanno sede le principali big tech produttrici di social media – perché ritenute responsabili di aver progettato in maniera deliberata piattaforme che creano dipendenza, nonché negligenti su alcune misure di sicurezza dei minori (ovvero, la predisposizione di avvertimenti e messaggi che espongano il rischio a cui si va incontro con il loro utilizzo, come gli alert sul fumo presenti sui pacchetti di sigarette). La sentenza ha come soggetto Kaley G.M., una ragazza oggi di 20 anni, che aveva iniziato a usare le piattaforme di YouTube e Instagram, marchio della galassia Meta, rispettivamente a 6 e 9 anni, riscontrando in seguito problemi di salute mentale: ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce e massivo dei social. Se si fanno i calcoli, un caso che ricade nel quinquennio 2010-2015, nel quale lo psicologo Jonathan Haidt, autore del bestseller mondiale “La generazione ansiosa”, individua la cosiddetta “Grande riconfigurazione dell’infanzia”, un periodo che segna un’impennata significativa, almeno negli Usa, delle malattie mentali riscontrate fra i ragazzi della Gen Z.
La correlazione tra uso dei social e disturbi alla salute mentale
Un fatto rilevante dal punto di vista della sanità pubblica. Perché la correlazione – ora riconosciuta anche in sede giudiziale – tra ingaggio dopaminergico (l’effetto della produzione di dopamina nella nostra mente conseguente a uno stimolo che genera gratificazione istantanea), tempo di permanenza davanti allo schermo e salute mentale, è ben dimostrata dall’epidemiologia clinica e comportamentale, ha spiegato il medico e psicoterapeuta del dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, Alberto Pellai. Dunque, “la società era più che consapevole di aver generato un ambiente virtuale che sfruttando la vulnerabilità e la fragilità del funzionamento mentale di bambini, preadolescenti e adolescenti, li ha portati a vivere sempre più esperienze nel mondo virtuale”, che a loro volta, in un circolo vizioso, “ne hanno ulteriormente aumentato la vulnerabilità psichica e il disagio mentale”, ha scritto in un articolo del 26 marzo scorso su “Avvenire”. “Le piattaforme”, al pari del Gatto e della Volpe del “Pinocchio” di Collodi, “hanno compreso l’ingenuità e la vulnerabilità” dei piccoli “e hanno saputo sfruttarle a vantaggio del loro tornaconto economico. Lo sapevano e hanno deliberatamente agito” in tal senso.
Il primo verdetto della corte di Los Angeles
La Giuria selezionata (sette donne e cinque uomini) della corte, dopo sei settimane di processo, dibattimenti e testimonianze, e al termine di una deliberazione durata nove giorni, ha comminato a Meta e YouTube il pagamento di 3 milioni di dollari a titolo di risarcimento, una cifra consistente, non certo esiziale per aziende che fatturano miliardi di dollari ogni anno, mentre altre sanzioni potrebbero essere in arrivo per dolo o frode. Una sentenza ritenuta in qualche modo “storica”, perché a detta degli esperti potrebbe aprire a una miriade di cause simili, e costringere i giganti del web – che finora avevano sempre invocato il Communications Decency Act del 1996 per tutelarsi in merito alla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti - oltre che a corposi indennizzi, a riprogettare molti dei propri strumenti.
La multa comminata dal tribunale del New Mexico
Un altro verdetto analogo è arrivato poi a distanza di poche ore dal New Mexico, dove il tribunale di Santa Fe ha condannato Facebook alla multa di 375 milioni di dollari, per aver violato la legge dello Stato in materia di pratiche sleali e non aver predisposto misure di sicurezza che evitassero il contatto tra bambini e abusatori sessuali. Per parte loro, i legali della difesa hanno fatto sapere di non essere d’accordo con gli esiti del giudizio di Los Angeles, preannunciando risposte in sede giudiziaria. E questo nonostante i ricorrenti fossero 1.600, e nel processo fossero imputate anche TikTok e SnapChat, che se la sono cavata patteggiando e arrivando alla chiusura di un accordo privato.
Lo psicanalista Rociola: riconosciuta l'esistenza di una ingegneria dell'attenzione
A colloquio con i media vaticani per un commento sulla vicenda, lo psicanalista e professore di psicologia sociale presso l’Università San Raffaele di Roma, Giuseppe Rociola, ammettendo come ci si trovi di fronte a una sentenza “significativa”, invita tuttavia ad allargare il perimetro della riflessione. Infatti, in generale “più che stabilire se la sentenza sia giusta o sbagliata, direi che questa sentenza intercetta in realtà solo una parte del problema”, precisa. Il diritto ha naturalmente bisogno “di individuare responsabilità precise e definire confini”, ma qui “siamo di fronte a qualcosa di diverso e più complesso”: perché occorre capire che “le piattaforme sono state progettate certamente per stimolare, sviluppare, intercettare il desiderio, ma non è che lo creino: lo organizzano e sfruttano”. Pertanto, “attribuire tutta la colpa a un’azienda rischia di semplificare una dinamica che riguarda” in profondità “il rapporto tra il soggetto e ciò che lo attrae”. Le piattaforme sono andate a “incidere su un meccanismo di lunga data e già presente nelle nostre società”. D’altro canto, se il dato importante e innovativo, in questo caso, è certamente il riconoscimento “che attraverso un algoritmo è stata inventata, ed esiste, una vera e propria ingegneria dell’attenzione e del coinvolgimento”, che serve a stimolare quel circuito di godimento che genera dipendenza, a ben guardare “le implicazioni pratiche potrebbero essere limitate: perché il desiderio umano non si lascia regolare facilmente per via legale. Le norme possono limitare gli eccessi, che è esattamente il compito della legge, creare dei limiti, cosa molto importante, ma non possono incidere sul meccanismo profondo che tiene le persone legate a questi strumenti di godimento”, afferma.
Introdurre limiti ed educare alla complessità delle relazioni
La sensazione è che, quando intervengono tribunali e avvocati, sia già troppo tardi. “Spesso sì, dice: Il diritto interviene quando il problema è già emerso. Ma non dobbiamo neanche pensare che esista una soluzione puramente educativa capace di prevenire tutto. Il nodo non è eliminare il rischio, ma, da un lato, introdurre dei limiti che aiutino a non esserne completamente assorbiti, dall’altro educare al godimento nella complessità: scrollare, assumere droghe, sono godimenti diretti senza mediazione, sono facili e quindi potenti. Una partita a scacchi, imparare una danza, un mestiere, a dipingere, a svolgere le equazioni differenziali comportano tempo, dedizione ma possono dare un appagamento più profondo, direi liberatorio perché grazie alla mediazione necessaria del sapere, degli altri, permette sempre di poter prendere una posizione soggettiva”.
Le alternative al mondo digitale
Esistono, dunque, alternative da offrire al mondo digitale: occorre la voglia e il coraggio di cercarle e proporle. “Sì, ma con una premessa: il digitale è comunque il mondo dei giovani, oggi. Ritengo sia errato considerarlo solo uno strumento”. Ma se è così, ovvero “un mondo che noi alla fine non possiamo capire fino in fondo, la cosa importante è aiutare i giovani a tollerare la frustrazione, a non riempire ogni vuoto con uno stimolo, a investire in attività che richiedano attesa, studio, relazioni, creazioni, eventualmente anche all’interno del digitale”.
I danni rilevati a livello di epidemiologia clinica
Rimane tuttavia la questione della pericolosità del mondo digitale e dei danni che i social producono sulla salute mentale: ormai i dati sono sempre più evidenti a livello di epidemiologia clinica. Tuttavia, afferma, occorrerebbe comprendere lo stato comportamentale che ne è all’origine: “I social sono diventati pericolosi nella misura in cui hanno scoperto come andare a rispondere alla domanda che si pone sempre all’altro: “Che vuoi da me?”. Nella società dello sguardo e dell’immagine i social permettono di guardare ed essere guardati. Mentre nelle normali relazioni tutto è mediato da processi di apprendimento anche lunghi, la risposta in questo caso è immediata: non c’è latenza, né attesa. E un desiderio senza mancanza non è più desiderio, è un godimento che può consumare il soggetto attraverso i meccanismi della dipendenza. Esattamente come funziona per le droghe. Parlerei dunque di una trasformazione del rapporto con sé stessi, che rafforza una forma di identificazione fragile, basata su come si appare più che su ciò che si può essere. Il punto è come si entra in questo tipo di esperienza”.
La salvaguardia della socialità
Sebbene i paragoni con il passato non siano mai semplici e, alla fine, possano anche disorientare, il professor Rociola porta però un esempio che lo ha colpito da “Le Confessioni” di Sant’Agostino. In un episodio intorno al 385 d.C. l’autore racconta dello stupore nell'osservare il vescovo Ambrogio leggere un libro da solo e in silenzio, aggiungendo però che "essendo questi un uomo buono, quello che faceva era sicuramente per il bene". Una frase "paradossale per noi oggi, ma va capito che allora i libri, rarissimi, rappresentavano una nuova 'tecnologia' che serviva a fissare il sapere e a trasmetterlo agli altri. Venivano letti in comunità, da secoli, e questa era un’attività sociale. Lo sguardo meravigliato di S. Agostino che fotografa questa trasformazione – da pubblico a privato –, e che Jorge Luis Borges definiva la prima trasformazione della storia, è già dunque una rivoluzione tecnologica. Ma come questo non ha distrutto la socialità, così i giovani dovranno trovare un modo a loro volta per non distruggere la loro socialità. Ecco, qualcuno oggi direbbe che c’è del male nel leggere in silenzio e solitudine? Noi possiamo e dobbiamo indicare la soglia ma i giovani organizzeranno, nel bene e nel male, la loro esperienza nel loro mondo”.
La costruzione della responsabilità
Infine, il tema ricade dunque sulla responsabilità. Che è “la risposta centrale” della questione. Ne “siamo tutti coinvolti: famiglie, educatori, piattaforme, giovani. Questi devono essere educati a rispondere di sé stessi, e a capire il motivo e la dinamica sottostanti al comportamento. Ma la responsabilità non si trasmette come un contenuto: si costruisce, e nasce quando uno inizia a chiedersi “cosa sto cercando? Cosa voglio da questo sguardo?”. È importante non trattare i giovani solo come vittime, ma riconoscerli come soggetti attivi. Questo significa anche offrire esperienze che non siano basate sulla gratificazione immediata, ma sulla capacità di attendere, di tollerare la frustrazione, di gestire un conflitto, di costruire qualcosa nel tempo”.
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