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Le violenze perpetrate da coloni israeliani a Hebron in Cisgiordania (Reuters) Le violenze perpetrate da coloni israeliani a Hebron in Cisgiordania (Reuters) 

Gerusalemme, il vescovo Shomali: non dimentichiamoci di Gaza e Cisgiordania

In una intervista con i media vaticani il vicario generale del Patriarcato latino di Gerusalemme invita a non abbassare l'attenzione su Gaza e la Cisgiordania. Nella Striscia "ancora due milioni di persone stanno soffrendo". In Palestina sono quotidiane le denunce di violenze dei coloni ai danni dei palestinesi e delle comunità cristiane. Tutto questo "blocca la nascita di uno Stato palestinese"

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

"Gaza è dimenticata. Oggi tutta l’attenzione va all’Iran e al sud del Libano, ma nella Striscia ancora due milioni di persone stanno soffrendo: la questione non è risolta". Al telefono con i media vaticani il vescovo William Shomali, vicario generale del Patriarcato latino di Gerusalemme dal 2021, lancia un appello a tenere alta l’attenzione su quanto ancora avviene nella Striscia. Qui l’economia è al collasso, e molte cose continuano a essere assenti: medicinali, antibiotici, strumentazioni sanitarie. "E manca la sicurezza", ammonisce: "Ogni giorno palestinesi di Gaza vengono uccisi, mentre il passaggio di Rafah non funziona com’era previsto". Infine, gli aspetti relativi alla ricostruzione: "Non se ne parla più", ma "l’80% delle infrastrutture è ancora distrutto", sottolinea. Chi può, e riesce, dall’enclave scappa: molti vanno in Australia, dove circa 50 famiglie sono state accolte, dice.

Il problema degli insediamenti in Cisgiordania

La tensione è alta anche in Cisgiordania, nello Stato di Palestina, prosegue Shomali: "C’è un grosso problema: quello degli insediamenti. Sono 200, e continuano a crescere. Perché l’idea di Israele è di limitare la presenza dei palestinesi a soli tre luoghi, di costruire colonie attorno alle città per occupare la terra, e di arrivare in tal modo all’annessione della Cisgiordania sotto il nome di Giudea e Samaria", attacca. "Vogliono far dimenticare che c’è un popolo palestinese che diventerà minoranza a poco a poco: l’intento di tutto questo è impedire la nascita di uno Stato palestinese".

Impossibile trovare terreni da edificare

Le tre zone dove gli israeliani vorrebbero confinare i palestinesi, spiega il vescovo, sono Hebron-Betlemme, Ramallah, infine Nablus e Jenin. "Mentre nella strada che va da nord a sud ci sono invece gli insediamenti che vanno via via moltiplicandosi". Così, Israele impedisce "la crescita delle città, perché è difficile trovare terreni per costruire: 53 dei territori palestinesi sono nella zona C, dove però non è possibile edificare" alcunché, perché "è zona occupata sotto il controllo totale israeliano. E i coloni costruiscono insediamenti dove vogliono in questa zona".

Anche le comunità cristiane nel mirino dei coloni

Al centro di episodi di violenza anche le comunità cristiane, ricorda Shomali. A Taybeh i coloni "entrano quando vogliono, danno fuoco a veicoli e automobili, oltre a impedire ai contadini di lavorare i propri campi" per la raccolta delle olive. Ma questi sono solo esempi di angherie registrate ormai quotidianamente. "In altri posti uccidono, come nei villaggi di Bir Zeit o Aboud". "Noi siamo pochi, solo 50.000" tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. I coloni "utilizzano qualunque pretesto per scatenare la violenza: basta un giovane che denunci alla polizia una persona per avergli lanciato una pietra. Sono prepotenti, la gente ha paura". Ora verrà costruito "un nuovo insediamento vicino a Betlemme, a Beit Sahour, nella zona che si chiama Osh Ghrab, su un terreno che appartiene a famiglie cristiane. Non possono nemmeno avvicinarsi". Tutto questo "blocca l’avvenire per la nascita dello Stato palestinese", è l’amara conclusione.

La decrescita costante della presenza dei cristiani

Tra l’altro, constata Shomali, "la percentuale dei cristiani" presenta un trend di decrescita quasi costante, che probabilmente "continuerà: eravamo maggioranza nei primi secoli, dal IV al VII", ma "dopo abbiamo iniziato a calare". Quando nel 1847 il Patriarcato latino è stato ristabilito — dopo la caduta della città di San Giovanni d’Acri per mano dei mamelucchi nel 1291, non ci fu più alcun patriarca a Gerusalemme, e il titolo veniva attribuito via via a prelati della Corte papale di Roma per indicare i vescovi — "eravamo il 10% nella Palestina storica (circa 21.000 persone): in assoluto come numero eravamo pochi, ma la percentuale era alta. Adesso viviamo un paradosso, al contrario: siamo di più numericamente — i cristiani di lingua araba tra Israele, Gaza e Palestina, sono almeno 180.000 — tuttavia la percentuale è bassa", spiega. Ciononostante vi è la convinzione che "il Signore non permetterà che la Chiesa scompaia dalla Terra Santa, ma saremo un piccolo gregge accanto ai Luoghi Santi. Questa è la mia sensazione. Rimarremo, ma con percentuali meno dell’1%".

L'accordo per le celebrazioni pasquali raggiunto con le autorità israeliane

E per i cristiani, in virtù dell’accordo trovato con le autorità israeliane, dopo i "fraintendimenti" della Domenica delle Palme, sarà ora possibile — all’interno dei limiti previsti per la sicurezza — celebrare le festività del triduo pasquale. Il vicario generale chiarisce come "due settimane fa il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa", avesse inviato "una lettera nella quale chiedeva di poter celebrare anche con numeri piccoli. Ora la polizia ha detto di voler rispondere a quella lettera. Nessuno può andare contro lo Status Quo, è una realtà da rispettare a livello internazionale. Le celebrazioni dunque ci saranno, con massimo 10 persone: apriranno la porta del Santo Sepolcro e la chiuderanno dopo l’ingresso. A cerimonia finita, quando le persone saranno uscite, la porta verrà nuovamente chiusa. Succederà anche per gli orientali".
 

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01 aprile 2026, 13:56