Sudan, l'urgenza di aprire un tavolo negoziale
Giada Aquilino - Città del Vaticano
Gli attacchi con droni si verificano quasi quotidianamente in tutto il Sudan, in particolare nella regione del Kordofan, ormai principale campo di battaglia di quella guerra «fratricida», come l’ha definita Leone XIV domenica scorsa al Regina Cæli, che si protrae dal 15 aprile 2023 tra esercito di Khartoum e Forze di supporto rapido (Rsf). Il pensiero del Pontefice è andato al popolo sudanese, vittima innocente di un «dramma disumano», e l’appello del Papa è stato affinché tacciano le armi e le parti belligeranti «inizino, senza precondizioni, un sincero dialogo» per porre fine «quanto prima» al conflitto.
Perché, a tre anni dall’inizio della guerra nel Paese africano, «le prospettive rimangono purtroppo molto cupe», sottolinea Irene Panozzo, analista politica e già advisor del rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa. «Nessuna delle due parti in guerra», né le Forze armate sudanesi (Saf) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan né i paramilitari di Mohammed Hamdan Dagalo, ha fin qui mostrato «disponibilità a sedersi intorno a un tavolo e a parlare, neppure per una tregua umanitaria», constata Panozzo, proprio quando a Berlino è il giorno della terza Conferenza internazionale sul Sudan, nuovo tentativo dopo i precedenti incontri di Parigi e Londra per cercare una risposta all’emergenza in corso, già classificata dall’Onu come la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo.
La peggiore crisi umanitaria e di sfollamento
I contorni peraltro si aggravano giorno dopo giorno. Secondo le Nazioni Unite, alla fine di marzo risultavano sfollate almeno 15 milioni di persone, di cui un terzo bambini: 11,5 all’interno del Paese, 4 oltre i confini nazionali, soprattutto in Ciad, Sud Sudan ed Egitto. Più incerto, proprio per il protrarsi dell’insicurezza sul terreno, il bilancio delle vittime, che secondo alcune fonti già a dicembre 2025 aveva superato i 150.000 morti. Oltre 30 milioni di persone hanno inoltre bisogno di aiuti umanitari urgenti, mentre la carestia è stata dichiarata in 5 aree, principalmente nel Darfur settentrionale e nel Kordofan meridionale.
A ottobre scorso proprio nel Nord Darfur la conquista di El Fasher da parte delle Rsf, dopo 18 mesi di assedio, ha cambiato la mappa del conflitto. «Dopo la caduta di El Fasher, che ha di fatto concluso quasi completamente la conquista da parte dell’Rsf della regione del Darfur, grande più o meno quanto la Francia, l’attenzione si è spostata sulla regione del Kordofan, a metà strada tra il Darfur e la Valle del Nilo, nel centro del Paese, dove c’è anche la capitale Khartoum. Ha quindi un’importanza strategica rilevante, perché l’esercito che controlla in questo momento la capitale vuole evitare che l’Rsf si avvicini a Khartoum. Gli scontri degli ultimi mesi si sono concentrati nel Kordofan meridionale, soprattutto intorno alle città di Kadugli e Dilling, e in varie aree del Kordofan settentrionale, verso El Obeid».
In un Paese diviso i fronti di guerra continuano a muoversi
Nei fatti dunque, osserva l’analista, è già in corso una «partizione» del Paese, con «una porzione in mano all’Rsf e l’altra in mano all’esercito, entrambe con dei “governi”. L’esercito ha continuato a controllare i ministeri che una volta erano a Khartoum, che poi ha trasferito a Port Sudan e adesso sta cercando di riportare nella capitale. L’Rsf, da parte sua, ha inaugurato un proprio “governo” con base a Nyala, nel Darfur meridionale, che ha ancora meno legittimità di quello dell’esercito, uscito da un colpo di Stato nell’ottobre 2021 contro la transizione democratica che era in piedi ormai da due anni», dopo l’uscita dalla scena politica nel 2019 di Omar al-Bashir, per trent’anni al potere. Ma, fa notare Panozzo, «i fronti non sono fissi, continuano a muoversi».
In questo momento «gran parte della zona centrale, settentrionale e orientale del Paese è in mano all’esercito. Ma nelle ultime settimane l’Rsf ha aperto un nuovo fronte nell’angolo sud-orientale del Sudan, nel Nilo Azzurro, e controlla la parte più occidentale del Paese, buona parte del Darfur, tranne alcune aree del Darfur settentrionale, e della regione del Kordofan».
Ad agire, tra l’altro, sono anche i gruppi alleati sia dell’esercito sia dell’Rsf. Le fazioni in guerra sono «alleanze armate», al cui interno opera «tutta una serie di milizie che in alcuni casi c’erano già e in altri si sono create in questi tre anni». La riconquista di Khartoum da parte dell’esercito nell’ultimo anno e mezzo, fa ad esempio notare Panozzo, è avvenuta «anche grazie all’alleanza sia con milizie originarie della parte centrale del Paese, incluse alcune di chiarissima matrice islamista radicale, sia con ex gruppi ribelli del Darfur, che avevano fatto la guerra vent’anni fa», in un contesto drammaticamente conflittuale che nei primi anni Duemila costò la vita a oltre 300.000 persone.
Sul terreno, i combattimenti non si fermano. Tra gennaio scorso e metà marzo almeno 500 persone sono state uccise da attacchi con droni, secondo le Nazioni Unite, che a inizio aprile hanno messo in guardia dall’«impatto devastante» di tali attacchi sulla popolazione civile. Colpiti anche ospedali e centri sanitari. Muriel Boursier, coordinatrice di Medici Senza Frontiere in Darfur, ha raccontato di essersi trovata di fronte a «pazienti con ferite terribili», da «ustioni estese» ad «arti amputati». L’Alto commissariato Onu per i diritti umani, che in questi anni ha raccolto testimonianze su violenze commesse da entrambe le parti in guerra, compresi stupri e massacri, ha esortato «tutti gli Stati, in particolare quelli che hanno un’influenza nell’area, a fare tutto il possibile per porre fine ai trasferimenti di armi che alimentano il conflitto».
Un intreccio di influenze
Si tratta «soprattutto di attori regionali da entrambi i lati», riflette Panozzo. Secondo indagini giornalistiche ed esperti dell’Onu, riferisce, «gran parte degli aiuti in armi» alle Forze di supporto rapido arriverebbero «dagli Emirati Arabi Uniti, che continuano a negare» ogni addebito. Di contro, gli aiuti militari all’esercito giungerebbero «principalmente dall’Egitto, con un coinvolgimento sempre maggiore negli ultimi mesi». Senza dimenticare, sottolinea, il ruolo di «Turchia, Iran, Qatar, Arabia Saudita, anche se l’impressione è che Riyadh, che prima dello scoppio della guerra in Iran sembrava stesse garantendo finanziariamente un accordo militare tra l’esercito sudanese e il Pakistan, adesso abbia congelato tale garanzia».
Proprio la guerra in Medio Oriente e l’attuale congiuntura internazionale riguardo alle arterie energetiche mondiali «incidono moltissimo sulla crisi in Sudan: il Paese, pur avendo una minima produzione petrolifera da quando il Sud Sudan è diventato indipendente, dipende completamente dalle importazioni di gasolio e di altri carburanti dal Golfo e ora sta subendo contraccolpi notevoli. Inoltre dipende moltissimo dall’arrivo di fertilizzanti dal Qatar e dal Golfo in generale, quindi il rischio è che in una situazione umanitaria già drammatica l’attuale stagione agricola possa essere molto colpita dal blocco dei fertilizzanti». Un quadro che, aggiunge l’analista, potrebbe ulteriormente aggravarsi se dallo Yemen «gli houthi dovessero decidere di attaccare di nuovo e di bloccare l’accesso al Mar Rosso: a quel punto diventerebbe particolarmente difficile per il Sudan ottenere soprattutto gli aiuti umanitari».
L'appello di Caritas Internationalis
Ecco perché, come ha rimarcato in una nota Caritas Internationalis, è necessario agire «immediatamente» per proteggere i civili e «garantire che sia fatta giustizia per le gravi e continue violazioni del diritto internazionale umanitario», operando per la fine della violenza e per un cessate-il-fuoco «effettivo».
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