Arabia Saudita, circa 200 etiopi condannati a morte
Roberto Paglialonga - Città del Vaticano
Sarebbero oltre 200 le persone di origine etiope, moltissime di giovane età, a rischiare di essere giustiziate nei prossimi giorni in Arabia Saudita. A scriverlo è stato qualche giorno fa il quotidiano online “Addis Standard”, riprendendo dati dell’Ufficio per la gioventù del Tigray. Human Rights Watch, organizzazione che lavora nel campo della tutela dei diritti umani, non ha potuto verificare direttamente tale numero, ma ha parlato di 65 migranti etiopi, tutti già condannati con l’accusa di reati legati al traffico e al possesso di stupefacenti, e al momento incarcerati nella prigione di Khamis Mishait. Altre tre condanne a morte sarebbero già state eseguite il 21 aprile scorso.
Gli etiopi fuggiti dalla guerra del Tigray
Hrw è riuscita a mettersi in contatto con alcune fonti a conoscenza della situazione di tre di questi detenuti, riportando come essi abbiano dichiarato di essere rifugiati: sarebbero infatti fuggiti durante il sanguinoso conflitto nella regione del Tigray (nel nord dell’Etiopia), verificatosi tra il 2020 e il 2022, dove anche oggi la situazione umanitaria resta drammatica. Secondo quanto raccontato dalle fonti, essi avrebbero percorso la famigerata e pericolosa “rotta orientale”, che passa attraverso Gibuti e lo Yemen, prima di arrivare a destinazione e, quindi, di essere arrestati tra il 2023 e il 2024 dalla polizia saudita nella regione di Abaha, dove lavoravano. La sostanza di cui sono stati trovati in possesso è il khat – vietata in Arabia Saudita, nel cui ordinamento giuridico sono presenti leggi estremamente dure sul tema delle droghe – : un arbusto originario dell’Africa orientale, le cui foglie, se masticate, darebbero effetti stimolanti simili a quelli delle anfetamine.
L’appello dell’eparca cattolico d’Etiopia
Due giorni fa il vescovo dell’eparchia cattolica di Adigrat, Tesfaselassie Medhin, ha rivolto un accorato appello a diversi organismi internazionali e agenzie umanitarie impegnate nella difesa della dignità umana, a tutela della vita dei 200 prigionieri. “Alzo la mia voce non solo come leader religioso, ma anche come testimone del profondo valore di ogni anima umana, creata a immagine e somiglianza dell'Onnipotente”, ha esordito nel suo messaggio, perché “la nostra fede ci insegna che la vita è un dono del Creatore: sacra, inviolabile e meritevole di protezione dal concepimento fino alla sua fine naturale”.
La giustizia sia temperata dalla misericordia
L’eparca, nel riconoscere la sovranità delle nazioni e la necessità di difendere lo stato di diritto, ha però sottolineato come “la giustizia sia più efficace quando è temperata dalla misericordia”. Infatti “l'esecuzione di queste 200 persone rappresenterebbe una perdita irreparabile di vite umane e un colpo straziante per le famiglie rimaste in Etiopia, molte delle quali già soffrono le difficoltà della povertà e dello sfollamento”.
Avviare un dialogo con le autorità dell’Arabia Saudita
Pertanto, ha aggiunto il vescovo Medhin, “chiediamo con fervore” agli organismi internazionali deputati “di avviare un dialogo urgente ad alto livello con le autorità del Regno dell'Arabia Saudita per ottenere la sospensione dell'esecuzione e la commutazione di queste condanne a morte”. Infine, ha dichiarato ancora, è fondamentale “promuovere alternative alla pena capitale che consentano la riabilitazione, il pentimento e la possibilità di redenzione.” Le persone, infatti, ha infine concluso, “sono bambini, genitori e fratelli. Le loro vite hanno un valore intrinseco che trascende qualsiasi trasgressione”. Occorre perciò lavorare per promuovere una ‘civiltà dell'amore’ e della misericordia”.
Papa Leone: la pena di morte è inammissibile
Il 24 aprile scorso, in occasione del 15° anniversario dell’abolizione della pena di morte nello Stato dell’Illinois, negli Stati Uniti, in un videomessaggio inviato alla DePaul University di Chicago, Papa Leone ha ribadito con fermezza la posizione della Chiesa contro la pena capitale. Perché è “possibile tutelare il bene comune e salvaguardare i requisiti della giustizia senza ricorrere” a essa, ha detto il Pontefice. Il quale ha ricordato come la Chiesa cattolica abbia “sempre insegnato che ogni vita umana, dal momento del concepimento fino alla morte naturale, è sacra e merita di essere protetta”. Citando il paragrafo 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, nella “nuova redazione” approvata da Papa Francesco nel 2018, Leone XIV ha poi affermato che “la dignità della persona non viene perduta nemmeno dopo che sono stati commessi crimini gravissimi”: i rei hanno sempre la possibilità di redimersi. E la Chiesa "insegna che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Il giorno prima, 23 aprile, sul volo di ritorno dal viaggio in Africa, rispondendo a una domanda dei giornalisti aveva dichiarato di condannare “tutte le azioni ingiuste”, aggiungendo anche: “Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte”.
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