L'Amazzonia boliviana minacciata da narcotraffico, incendi e deforestazione
Giada Aquilino - Città del Vaticano
La piaga del narcotraffico nelle terre indigene e la perdita di foreste tropicali primarie. Sono alcune delle ferite inferte all’Amazzonia boliviana, un territorio che copre quasi il 60% del Paese andino e il 9% di quello di tutta la regione amazzonica. «Tenendo presente che la Bolivia ha un territorio di 1.090.000 km², la parte amazzonica e delle pianure è all’incirca 600.000 km²: parliamo appunto di pianure, boschi, foreste e insieme di economia delle pianure, delle grandi imprese agroindustriali e agroforestali e dei grandi allevamenti», spiega monsignor Eugenio Coter, vicario apostolico di Pando e amministratore apostolico del vicariato di Reyes, entrambi nella foresta amazzonica della Bolivia. «Abbiamo almeno 34 gruppi indigeni che, dalle grandi estensioni tradizionali che avevano negli ultimi vent’anni, sono poi stati sottoposti una colonizzazione da parte soprattutto delle zone delle vallate e dell’altopiano, respinti progressivamente e ripiegati in aree ogni volta più ristrette», spiega il presule, nato a Bergamo e fidei donum in Bolivia da 35 anni, in Amazzonia da 13.
La perdita di foreste tropicali primarie
Un rapporto di “Global Forest Watch” rivela che la Bolivia è al secondo posto nella classifica mondiale per perdita di foreste tropicali primarie, dopo il Brasile. «Gli incendi nel 2024 hanno bruciato ben 14 milioni di ettari di bosco. La ragione — va avanti monsignor Coter — è da ricondurre ai processi di occupazione di terra in accordo con le autorità, all’epoca del Movimento al socialismo dell’ex presidente Evo Morales: si trasferivano le persone dall’Altiplano verso la zona amazzonica, assegnando loro della terra. Quando a un campesino danno 70 ettari invece del mezzo ettaro che aveva prima, questi si ritrova a dover pagare un certo numero di operai per disboscare il nuovo appezzamento, senza peraltro avere ancora raccolti da mettere a frutto. Può farlo per una settimana ma la seconda — non sostenendo le spese, ndr — appicca il fuoco e lo lascia andare, senza controllo. E quindi partono questi incendi, che sono tutti dolosi». Dietro, negli anni, intrecci che vanno «dall’assegnazione di terra in cambio di voti» al «disboscamento delle foreste per avviare allevamenti di mucche» e destinarne la carne ai mercati cinesi.
Una piaga senza controllo
In tale contesto le comunità indigene «resistono, dedicandosi alla piccola agricoltura e, più recentemente, anche allo sfruttamento dell’oro, mentre prima vivevano di pesca, caccia, coltivazioni di riso e mais». Ma a pesare è soprattutto la «penetrazione del narcotraffico, che tocca anche loro e, in maniera particolare, i Quechua». Quella del narcotraffico nell’Amazzonia boliviana è «una piaga che è andata crescendo senza controllo». All’epoca dell’ex presidente Morales, ricorda, «si facevano dei controlli, salvo poi scoprire che i grandi comandanti della polizia e dell’antidroga finivano in prigione in Bolivia o negli Stati Uniti per collusione col narcotraffico». Oggi, osserva, la “manovalanza” di tali traffici criminali è boliviana, «chi ne tira le fila è colombiano» e insieme «lavorano per i cartelli messicani». «Non solo raffinano la cocaina boliviana ma anche quella che arriva dal Perú: la Bolivia, che è il terzo produttore mondiale di cocaina, è un Paese di triangolazione e da qui i traffici sono diretti all’estero, verso l’Europa e gli Stati Uniti». Difficile una quantificazione precisa del territorio impiegato in tali attività illecite: nel Paese, ricorda monsignor Coter, «la coca è legale per 40.000 ettari ma si stima che ce ne siano altri 70.000 destinati alla produzione per il narcotraffico. Non c’è un vero controllo sulle produzioni di coca e sulla loro trasformazione in cocaina: è un fenomeno abbastanza diffuso che si concentra soprattutto nella zona del Chapare, roccaforte di Morales», anche se «adesso c’è un lavoro di produzione di pasta base anche sulle montagne».
Il fenomeno del sicariato
Le ripercussioni sulle comunità indigene sono trasversali. Una prima riguarda gli studenti, che vedono nel narcotraffico «un guadagno facile e immediato, facendoli disinteressare ad una formazione professionale». La Bolivia, aggiunge, è passata «da un Paese produttore ed esportatore a essere anche un Paese consumatore: abbiamo problemi di giovani che sono entrati nel narcotraffico come consumatori e poi sono diventati pure distributori». C’è inoltre «il fenomeno del sicariato», degli omicidi su commissione, dei regolamenti di conti: «Siamo nell’ordine di due, tre fatti di sicariato al mese: al confine col Brasile, dove opero, ci sono per esempio bande armate organizzate che così cercano di assumere il controllo del microtraffico».
Le proteste in corso
Da circa un mese la Bolivia è percorsa da forti proteste contro le misure di austerità del governo di centro-destra del presidente Rodrigo Paz. «Le comunità indigene dell’Amazzonia hanno avuto un ruolo all’inizio, con una marcia partita dal Pando, per protestare contro la legge che definiva il tema delle piccole proprietà, presentata da alcuni come una misura che obbligava a mettere insieme le piccole proprietà per poter accedere ai prestiti dalle banche, innescando di fatto un processo di latifondismo. La cosa è stata contestata poi dal governo: la legge è passata ma dopo pochi giorni, per la pressione popolare, è stata abrogata». Alle proteste si sono poi uniti «i campesinos, il sindacato operaio, i maestri, alcuni settori della sanità, per chiedere le dimissioni del presidente». A innestarsi su questo scenario, fatto di manifestazioni, scontri con le forze dell’ordine, arresti, blocchi stradali che stanno paralizzando il Paese, anche altri fattori. «Si assiste a un colpo di coda del narcotraffico. Circolano video che mostrano come la gente che sta protestando riceva 100 boliviani al giorno e dalla base rimbalzano voci che chi non sostiene la protesta debba pagare 500 boliviani al giorno, come se fosse una multa: dietro c’è quindi un movimento organizzato. E chi ha così tanti soldi da mettere in gioco? Il narcotraffico, che è vissuto nel contesto della Bolivia di Morales».
La Chiesa in Amazzonia
Pure in queste settimane di tensioni sociali, «la presenza della Chiesa in Amazzonia, anche con laici impegnati, animatori, catechisti sul territorio, è una costante. È uno spazio di dialogo e di riflessione sulle situazioni che si stanno vivendo. L’emergenza più grande in questo momento è l’assistenza umanitaria per ragioni di salute e per la scarsità dei viveri nelle comunità rimaste isolate per i blocchi (bloqueos). La Chiesa è impegnata ad aiutare, dov’è possibile. La speranza è sia di poter tornare a una normalità che permetta il commercio, la vita quotidiana, l’aiuto a chi è in difficoltà, sia di continuare a lavorare per frenare gli incendi in Amazzonia e proseguire i processi di riforestazione e recupero dei terreni bruciati», sulla scia della spinta venuta dal Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica del 2019. Per le popolazioni indigene, ci tiene a ricordare monsignor Coter, «gli incendi implicano perdere non solo le coltivazioni e il cibo ma anche le piante medicinali con cui si curano e al contempo causano la contaminazione delle acque in cui pescano». Perché quella terra è, di fatto, fonte di vita.
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