Sfollati, le guerre provocano più spostamenti interni dei disastri naturali
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Per la prima volta da quando esistono rilevazioni globali, le guerre hanno provocato più sfollati dei disastri naturali. È quanto emerge dal nuovo rapporto annuale, pubblicato oggi, 12 maggio, dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), l’organismo di riferimento mondiale che monitora le persone costrette a lasciare la propria casa senza oltrepassare i confini nazionali. Non solo, il numero di sfollati interni, spesso invisibili agli occhi del mondo, è addirittura il doppio dei rifugiati in Paesi terzi.
I dati dell'IDMC
Alla fine del 2025 erano 82,2 milioni gli sfollati interni nel mondo: 68,6 milioni a causa di conflitti e violenze, altri 13,6 milioni per disastri naturali ed eventi climatici estremi. Nel corso dell’anno, guerre e conflitti hanno provocato 32,3 milioni di nuovi spostamenti forzati, superando per la prima volta i 29,9 milioni legati a inondazioni, tempeste, incendi e cicloni. Il dato fotografa dunque un cambiamento profondo nella natura delle guerre contemporanee: i conflitti non solo aumentano – ad oggi sono 56 –, ma colpiscono sempre più spesso grandi aree urbane, infrastrutture civili e centri nevralgici degli Stati, producendo movimenti di popolazione su scala senza precedenti.
I conflitti dimenticati
È paradossale osservare che, nonostante i mezzi di comunicazione contemporanei, le crisi più gravi arrivino in larga parte da guerre spesso ai margini del dibattito pubblico. Secondo l’IDMC, il Paese con il maggior numero di sfollati interni al mondo è oggi il Sudan: nel Paese in cui si sta registrando la più grave crisi umanitaria al mondo si contano circa 11,6 milioni di persone costrette a vivere lontano dalla propria casa. Seguono Siria (con 7,4 milioni di sfollati), Colombia (7,3), Repubblica Democratica del Congo (6,2) e Yemen, vicino ai 5 milioni. Sono conflitti molto diversi tra loro, ma accomunati da alcuni aspetti: durata prolungata, presenza di attori regionali e internazionali, frammentazione del potere e crescente impatto sulle popolazioni civili.
Il caso iraniano
Certo, le guerre più note non sono esenti da numeri simili. Un altro dato altrettanto interessante emerge dal contesto iraniano. Se si guarda non al numero totale di persone ancora sfollate, bensì ai nuovi movimenti registrati nel solo 2025, Iran e Repubblica Democratica del Congo concentrano da soli quasi due terzi degli spostamenti causati dai conflitti. Nel caso iraniano, il rapporto stima circa dieci milioni di movimenti forzati nei primi dodici giorni dell’escalation militare del giugno 2025 tra Teheran e Tel Aviv. Non significa necessariamente dieci milioni di sfollati permanenti, l’IDMC conta anche gli spostamenti temporanei, le fughe ripetute e i rientri successivi.
Come cambiano le guerre
È però proprio questo uno degli elementi che raccontano come stanno cambiando le guerre contemporanee. I conflitti colpiscono sempre più grandi aree urbane e metropoli altamente connesse, dove anche pochi giorni di combattimenti possono paralizzare trasporti, servizi, economia e comunicazioni, spingendo milioni di persone a muoversi contemporaneamente. Il rapporto non parla dunque solo di aspetti umanitari, bensì implicitamente descrive una mutazione geopolitica delle guerre contemporanee, con un'attenzione all'urbanizzazione del conflitto.
L'urbanizzazione del conflitto
Il rapporto sottolinea che le guerre contemporanee colpiscono sempre più grandi città, aree metropolitane e infrastrutture civili strategiche. Basti pensare alla tragica morte di almeno 150 bambine, studentesse nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, colpite durante il primo giorno dell’offensiva di Stati Uniti e Israele. Le responsabilità dell'attacco non sono ancora state chiarite, con molta evidenza si trattava di un missile statunitense; di sicuro c'è soltanto che l’episodio rappresenta l’attacco più letale dell’intera campagna di bombardamenti in corso. Episodi simili avvengono perché le città sono il vero centro del potere, inteso non solo sul piano politico, bensì anche sul piano infrastrutturale (elettricità, internet, logistica, finanza, trasporti) e comunicativo (bombardare città produce immagini immediate, genera panico, aumenta la pressione politica internazionale). L’IDMC cita tra tutti i casi di El Fasher, in Sudan; di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo; di Teheran, in Iran. Tre esempi di come sia fortissima l'internazionalizzazione del conflitto.
L'internazionalizzazione delle guerre
Il rapporto segnala che nel 2025, il 46% degli sfollamenti causati da conflitti era legato a guerre internazionali, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Molti conflitti locali oggi coinvolgono potenze regionali, mercenari, droni, reti economiche transnazionali, supporti militari esterni. Anche in questo caso, il Sudan è forse l'esempio più emblematico. Quello iniziato nell’aprile 2023 come uno scontro interno tra l’esercito regolare guidato da Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, si è progressivamente trasformato in un conflitto regionalizzato, alimentato da attori esterni, reti economiche transnazionali e nuove tecnologie militari. Da una parte l’esercito sudanese ha ricevuto sostegno politico e militare da Paesi come Egitto, Iran e Turchia; dall’altra le RSF sono state più volte associate ai legami con gli Emirati Arabi Uniti, oltre a reti di traffico dell’oro e gruppi armati attivi nel Sahel e in Libia. Uno degli elementi più significativi è l’uso crescente dei droni, che ha trasformato il conflitto anche dal punto di vista tecnologico. Negli ultimi mesi l’esercito sudanese ha intensificato l’impiego di droni armati — tra cui sistemi di produzione turca e iraniana — per colpire postazioni, infrastrutture e linee di rifornimento delle RSF.
Il dramma degli sfollati interni
Il risultato è drammaticamente semplice: guerre più lunghe, più distruttive, più difficili da chiudere. Eppure, il numero di sfollati interni supera di gran lunga il numero dei rifugiati internazionali: i primi sono 82 milioni, i secondi circa 43 milioni. Questo è un terzo aspetto fondamentale. Gli sfollati interni ricevono meno attenzione perché non attraversano i confini e continuano a dipendere dai governi nazionali, spesso fragili o coinvolti nella guerra stessa, ma questa resta una trasformazione enorme per il singolo Paese: molte crisi contemporanee non esplodono verso l’esterno come crisi migratorie internazionali, ma implodono dentro gli Stati. Restando così invisibili, seppur sempre più drammatici.
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