Senegal, prossimità ai familiari dei migranti scomparsi
Beatrice Guarrera - Città del Vaticano
Sogni ricorrenti del padre scomparso, silenzio incolmabile per il dolore dell’assenza della madre. Sono le esperienze traumatiche che sperimentano i bambini dei migranti morti o dispersi in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa. In Senegal il loro numero ammonta a migliaia negli ultimi anni, secondo quanto dichiarato all’agenzia Afp da Saliou Diouf, fondatore dell’associazione Boza Fii che lotta contro l’oblio di coloro che sono scomparsi. Questi bambini, insieme ai loro familiari, sono chiamati «quelli che restano»: quelli che restano a fare i conti con il dolore e la disperazione di non sapere neppure se i loro cari sono sopravvissuti o sono morti, mentre provavano a raggiungere un posto migliore.
La rotta Atlantica
Sokhna osserva la sorella Coumba (a sinistra, nella foto) scrivere su una lavagna fuori dalla loro casa a Mbour, città sulla costa del Senegal a sud di Dakar. Le due sorelle hanno perso il padre nel 2022, quando la piroga su cui viaggiava si è capovolta mentre cercava di arrivare in Europa attraverso la rotta atlantica. Quello che dall’Africa occidentale conduce verso le isole Canarie è, infatti, uno dei percorsi migratori più pericolosi, lungo il quale sono morte quasi diecimila persone nel 2024, secondo l’ong Caminando Fronteras.
Uniti nella ricerca dei propri cari
La disoccupazione e le precarie condizioni di lavoro, soprattutto tra i giovani, generano disperazione e spingono molti a emigrare e ad affrontare situazioni pericolose, che li portano a morire in mare o a scomparire inghiottiti nelle prigioni di alcuni dei Paesi di transito. Per questo nel 2020 a Mbour è nata l’associazione Collectif des victimes de l’émigration au Sénégal (Coves), proprio su impulso delle famiglie di persone scomparse. A motivarle, «la volontà di unirsi nella ricerca dei propri cari e di dare voce a chi vive le conseguenze dirette dell’emigrazione forzata», si legge sul sito. Quando qualcuno scompare in mare, le famiglie si ritrovano sole e in preda a un profondo disagio emotivo, sociale ed economico. Coves organizza, dunque, attività di solidarietà e formazione, come laboratori per la produzione e la vendita di sapone, o azioni di solidarietà per riunire le famiglie nella loro ricerca di risposte.
Programmi per prevenire e sostenere
Al fianco di «quelli che restano» senza i propri cari è attiva anche la Chiesa con la Delegazione diocesana per la migrazione (Ddm) Senegal, che ha personalità giuridica autonoma dal 2022, in seguito a un progetto sviluppato dal 2019 in collaborazione con la Ddm del Marocco. Oggi Ddm Senegal opera attraverso diversi programmi per prevenire, sostenere e costruire alternative per le persone che cercano un futuro migliore. A Mbour, insieme all’amministrazione locale, vengono promossi, per esempio, corsi di formazione sulle competenze di base e digitali e il sostegno all’imprenditorialità femminile, oltre a corsi di formazione professionale in settori tecnici (come elettricità, idraulica e pasticceria). Per contrastare la disinformazione e la vulnerabilità che le persone affrontano quando lasciano le proprie case e intraprendono il viaggio migratorio, vengono, inoltre, sviluppate iniziative di sensibilizzazione, principalmente rivolte ai giovani e alle loro famiglie, all’interno delle comunità più a rischio di migrazione.
Supporto psicologico
Ddm Senegal ha l’obiettivo di raggiungere diverse aree del Paese ed è per questo impegnata in un “Tour delle Regioni”, in cui vengono portati in giro materiali e metodologie innovative per promuovere un processo decisionale libero, sicuro e informato. Fondamentale poi il sostegno psicologico a coloro che hanno subito la perdita di un parente, che viene attuato attraverso il progetto “Nuovi orizzonti”. «Ai processi di elaborazione del lutto — spiegano dall’organizzazione ecclesiale — integriamo l’esperienza della fede come elemento di resilienza che permette di connettersi con le comunità in un’area ancora fortemente stigmatizzata».
Un'altra barca soccorsa al largo delle Canarie
Nonostante i tentativi di sensibilizzazione, sono ancora tanti i migranti che intraprendono la rotta atlantica. Soltanto questa notte, a la largo de La Restinga, al sud dell’isola di El Hierro, la più piccola e lontana dell’arcipelago atlantico delle Canarie, un barcone con a bordo 125 persone di origini subsahariane è stato soccorso da una motovedetta del Salvataggio marittimo. Sul caicco viaggiavano 116 uomini, 3 donne e 6 minorenni, che sono stati poi condotti nel porto sicuro dell’isola. I nuovi arrivi si aggiungono agli sbarchi di almeno 316 migranti giunti nell’arcipelago spagnolo nell’Atlantico nel fine settimana a bordo di quattro imbarcazioni precarie, condotte dai mezzi del Salvataggio marittimo nei porti di Tenerife, Gran Canaria e Lanzarote (beatrice guarrera).
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