"Nessuna sbarra può spegnere l'amore". Storia di Gelsomina, moglie e madre coraggio
Roberta Barbi – Città del Vaticano
È timida Gelsomina, impastata di quella riservatezza delicata della provincia che le rende difficile raccontarsi. “Non sono brava a parlare, ma se mi fa le domande io rispondo”, così si presenta nell’intervista con i media vaticani. È dolce Gelsomina, intrisa di quella malinconia un po’ nostalgica di chi ne ha passate tante senza mai lamentarsi, ma sempre rimboccandosi le maniche e cercando di guardare oltre ogni ostacolo, là dove gettava il suo cuore. È una roccia, Gelsomina, che ha dovuto rimboccarsi le maniche, lavorare fuori e dentro casa con i figli ai quali ha fatto “da mamma e da papà”, come lei stessa ammette, perché il papà, quello vero, stava scontando un ergastolo ostativo per reati legati alla camorra. La nostra Gelsomina, da oggi il fiore preferito della primavera, è Gelsomina Fattoruso, moglie di Cosimo Rega: un detenuto 'illustre', lui, che in carcere ha ritrovato la sua strada reinventandosi scrittore e poi attore, fino a interpretare, nel 2012, uno dei protagonisti del film Cesare deve morire, girato dai fratelli Taviani nel carcere romano di Rebibbia dove era recluso.
“Cosimo non si è riabilitato, è tornato il ragazzo che conoscevo”
Queste sono le basi da cui parte la storia, una storia che ogni tanto fa una curva, perché Gelsomina spesso finisce per parlare di quel marito così ingombrante e che ha amato tanto, tanto da far sparire se stessa e il suo dolore. “Né Cosimo né io veniamo da famiglie dedite alla delinquenza – racconta, decisa – perciò quando mi chiedono del suo percorso di riabilitazione, io preciso che non si è riabilitato, semplicemente dopo aver deviato e aver pagato per quello che ha fatto, in carcere piano piano è tornato quello che era: il ragazzo di cui mi ero innamorata quando ero giovanissima”.
Nessun muro ci separerà
Quando Cosimo viene condannato all’ergastolo ostativo, i due figli della coppia sono ancora piccoli, e come impone la legge, a lui viene tolta la potestà genitoriale. Ma a Gelsomina non importa: “Per me la cosa più importante era tenere la famiglia unita, perciò ogni volta che c’era da prendere una decisione, scolastica o altro, io dicevo ai bambini: andiamo da papà e poi ci pensiamo”. Cosimo, in carcere, le propone anche di rifarsi una vita con un altro uomo, ma lei gli ride in faccia: “Nessun muro, neanche con le sbarre, potrà spegnere il nostro amore”, gli risponde. E così è stato, almeno fino al 2022 quando lui, libero da pochi mesi, purtroppo viene a mancare.
Una vita difficile a lottare con i pregiudizi
Ovviamente i momenti difficili per Gelsomina ci sono stati, e tanti, come il trasferimento a Roma, città grande e sconosciuta dove ricominciare un’altra volta, quando Cosimo viene trasferito a Rebibbia, lei che aveva vissuto nella tranquilla campagna di Angri, in provincia di Salerno. Oggi entrambi i figli hanno più di 50 anni e se hanno sempre voluto bene al loro papà, è proprio merito suo: “Quando erano piccoli non sapevano che il padre era in carcere, ma che era lontano per lavoro – ricorda – poi gli ho detto che doveva raccontare loro la verità e così è stato, anche perché i ragazzi ne hanno subite tante: i compagni di classe li additavano, erano sempre gli unici non invitati alle feste… Io dicevo che dovevano farsi scivolare tutto addosso, ma non è stato semplice”.
La forza della fede…
Tutta questa forza d’animo Gelsomina la rinvigorisce con una fede autentica, genuina, alimentata dalla preghiera che la accompagna da sempre: “Quando ero bambina mia nonna ci riuniva tutti in cortile per pregare il Rosario – riferisce – a me piaceva andare a Messa, ricordo ancora l’emozione nel giorno della Prima Comunione… Ho sempre pregato tanto, per Cosimo soprattutto, perché bisogna sempre pregare per gli altri: gli raccontavo dei miei pellegrinaggi da Padre Pio o ad Assisi da San Francesco, e quando lui mi chiedeva perché lo facessi io rispondevo: perché così ti fanno uscire!”.
… e la potenza del servizio
Ma Gelsomina ha anche avuto bisogno di rendere quella fede più concreta, di nutrirla con gesti di carità: “Ho sempre fatto volontariato; quando stavo ad Angri mi occupavo di ragazzi disabili; poi a Roma mi sono occupata dei bambini figli di genitori detenuti. Una volta ne ho accolto uno in casa mentre c’era anche Cosimo che aveva ottenuto un permesso. Quando lo abbiamo riportato a Rebibbia, a Cosimo si è stretto il cuore, mi ha detto di non coinvolgerlo più perché non ce la faceva a vedere un bambino piangere in quel modo”. Una famiglia unica e unita, quella di Cosimo e Gelsomina, seppur a suo modo, cucita insieme da un amore fortissimo che non solo nessun muro e nessuna sbarra, ma neppure la morte potrà spegnere mai.
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