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Cercatrici d'oro nelle miniere artigianali di Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri Cercatrici d'oro nelle miniere artigianali di Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri  (AFP or licensors)

Ebola in RD Congo, vite a rischio nelle miniere d'oro artigianali

Nelle miniere informali di Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri, considerata l’epicentro dell’epidemia di febbre emorragica dichiarata ufficialmente il 15 maggio nell’est del Paese africano, decine di lavoratori continuano a cercare l’oro per poter sopravvivere. Ma, senza alcuna misura di sicurezza, rischiano di essere contagiati dal virus. Alcuni sono già morti. Il bilancio, a livello nazionale, è intanto salito a oltre 270 morti e più di 1.000 casi accertati

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Alcuni sono «già morti», altri continuano il loro massacrante lavoro: è la necessità a farli andare avanti, nonostante la paura di essere contagiati. Sono i cercatori d’oro delle miniere artigianali di Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri, epicentro dell’epidemia di Ebola dichiarata ufficialmente il 15 maggio nell’est della Repubblica Democratica del Congo. A parlare è uno di quegli stessi minatori informali, Justin Uketi, intervistato dall’Afp, che ha realizzato un reportage: «Ci parlano di misure di contenimento, ma da noi è difficile rispettarle perché il nostro lavoro ci obbliga a stare a contatto con gli altri». L’ultimo bilancio ufficiale nazionale riporta oltre 270 morti e più di 1.000 casi accertati, ma la reale portata della crisi nella zona è ancora difficile da valutare.

Dietro di lui, il terreno ocra è costellato di buche in cui decine di minatori artigianali scavano a mani nude senza sosta fin dall’alba, sperando che il caldo equatoriale non diventi ancora più insopportabile. Uomini e donne indossano sopra i loro vestiti dei sacchetti di plastica, noti localmente come “decalots”: dovrebbero proteggere dal fango ma di fatto a poco servono mentre, nella poltiglia di terra bagnata, cercano le pietre e le frantumano per estrarne le particelle d’oro.

Precarietà e insicurezza

Trascorrono ore fianco a fianco, sudando e faticando senza tregua, in condizioni igieniche e di sicurezza terribili. Ci sono poi minatori che provengono anche da altre province e da Paesi vicini, come l’Uganda, per cercare di guadagnare, nella migliore delle ipotesi, qualche centinaio di dollari a settimana. Sono proprio questi ingenti spostamenti di popolazione, in un contesto di precarietà in cui il virus avrebbe già trovato un ambiente “fertile” per diffondersi, che hanno contribuito alla diffusione dell’Ebola, secondo le autorità sanitarie di Kinshasa.

Jeannette Akelo, lavoratrice a giornata nel sito a cielo aperto, spiega all’agenzia di stampa francese che i minatori non hanno scelta. Devono continuare «per sopravvivere», dice senza mezzi termini: è madre di sette figli. «L’Ebola esiste davvero e ci fa paura ma, se resto a casa, cosa mangeranno i miei figli?», si domanda un altro minatore, Justin Okaume.

I contagi e i rischi per i bambini

Non lontano, sulle colline, gli operatori della Croce Rossa, con indosso i dispositivi di protezione, continuano il loro intervento per imballare le salme delle vittime del virus di febbre emorragica, poiché i corpi possono essere altamente contagiosi. A Mongbwalu sono state contagiate più di 200 persone, 89 delle quali sono morte, riportano i dati ufficiali. Tra le vittime figurano diversi minatori, come hanno confermato alla stampa fonti ospedaliere locali. L’Unicef intanto lancia l’allarme per circa 2,95 milioni di bambini e adolescenti di età pari o inferiore a 18 anni che sono a rischio sia a causa dell’Ebola, sia per il collasso dei servizi essenziali nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, oltre che nell’Ituri pure nel Nord e Sud Kivu.

Gruppi armati e giacimenti minerari

Sin dall’inizio dell’epidemia, inoltre, molti malati hanno preferito rivolgersi a medici tradizionali, piuttosto che recarsi negli ospedali o nei centri sanitari. La sfiducia della popolazione è forte in una regione da oltre trent’anni in preda alle violenze dei gruppi armati, primo tra tutti l’M23. Nell’Ituri, la maggior parte dei giacimenti minerari risulta essere sotto il controllo di milizie locali, che ne traggono ingenti introiti, in particolare — ha più volte denunciato l’Onu — attraverso l’imposizione di tasse. L’oro estratto illegalmente viene perlopiù contrabbandato oltre confine. Frane, asfissia, scontri a fuoco tra ribelli che si contendono una fetta di queste ricchezze e, ancora una volta, l’Ebola: spesso si paga con la vita un lavoro che dovrebbe essere dignitoso ma che nelle miniere informali di fatto non lo è.

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24 giugno 2026, 15:16