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Alla Galleria Borghese Ovidio, il poeta del mondo che muta

Visitabile fino al 20 settembre, la mostra "Metamorfosi. Ovidio e le arti" riunisce oltre ottanta opere provenienti da importanti collezioni europee e americane. Un percorso che segue la fortuna del poema ovidiano dalla nascita del cosmo ai grandi miti dell'amore e della trasformazione, mostrando come quelle storie continuino ancora oggi a generare immagini e significati

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Prima di Dafne che diventa alloro, di Narciso che si perde nella propria immagine, di Orfeo che tenta di strappare Euridice al regno dei morti, c'è il caos. Una materia oscura e senza forma che cerca il proprio ordine. È da qui che prende avvio Metamorfosi. Ovidio e le arti, la mostra che la Galleria Borghese dedica al poema con cui Ovidio ha raccontato il mondo come una trasformazione continua. Curata da Francesca Cappelletti e Frits Scholten, in collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam, l'esposizione riunisce oltre ottanta opere provenienti da importanti musei europei e americani, seguendo il filo di uno dei testi più influenti della cultura occidentale.
Composte tra la fine del I secolo a.C. e i primi anni dell'età imperiale, le Metamorfosi raccolgono in quindici libri più di duecentocinquanta racconti e seguono il mutamento del mondo dalla nascita del cosmo fino all'apoteosi di Giulio Cesare.

Francesca Cappelletti.
Francesca Cappelletti.
Ascolta l'intervista a Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese di Roma

Una villa già ovidiana

La mostra non si posa sulla Galleria Borghese come un episodio estraneo alla sua storia. La percorre dall'interno. Il Casino nobile fu costruito per volontà del cardinale Scipione Borghese tra il 1607 e il 1613 come luogo di rappresentanza, studio e delizia. Il mito antico vi occupava una posizione centrale e il poema di Ovidio contribuì in modo decisivo alla formazione dell'immaginario della Villa. Nel Settecento, con i restauri promossi da Marcantonio IV Borghese e affidati ad Antonio Asprucci, le sculture furono collocate al centro delle sale e inserite in un apparato decorativo ispirato proprio alle Metamorfosi.
Per questo Francesca Cappelletti può dire che “la Galleria Borghese è il luogo delle Metamorfosi”. Qui, aggiunge, “dalle piccole opere da collezione ai grandi dipinti rinascimentali e secenteschi, ai gruppi berniniani”, artisti e committenti dimostrano “la conoscenza e il continuo riferimento al poema ovidiano”. La mostra nasce dunque “dal cuore della collezione”, dal rapporto con la poesia, con il giardino, con quel legame tra arte e mondo naturale che pervade il poema.

Allestimento della mostra "Ovidio e le arti". Prima sezione "Dal caos al cosmo".  Foto A. Novelli.
Allestimento della mostra "Ovidio e le arti". Prima sezione "Dal caos al cosmo". Foto A. Novelli.

Dal caos al cosmo

Il percorso comincia dove comincia Ovidio: dal caos. Nella prima sezione, dedicata alla creazione del mondo, il colore scuro delle rocce, la presenza fisica degli elementi, le sculture come quella di Brâncuși esposta in mostra e le figure che emergono dalla materia suggeriscono una nascita trattenuta, quasi prima dell'esplosione della forma.
Nel Caos o Allegoria dei quattro Elementi di Louis Finson, terra, acqua, aria e fuoco sono corpi in tensione: si afferrano l'un l'altro, trattenendo una forza che sembra sul punto di liberarsi. Come contraltare della sala, l'incisione di Hendrick Goltzius traduce la creazione in struttura cosmica; il Paradiso terrestre di Herri met de Bles apre il confronto con la Genesi. Cappelletti lo spiega con precisione: all'inizio della mostra c'è “il momento del caos che diventa cosmo”, l'intervento di “questo dio senza nome” che rimette ordine nell'universo. È un mondo che “a volte confina con quello della creazione del mondo nella Bibbia”. Non perché i racconti coincidano, ma perché entrambi affrontano la domanda originaria: come nasce l'ordine dalla materia indistinta.
Nel XV libro del poema Ovidio scrive omnia mutantur, nihil interit: tutto si trasforma, nulla perisce. Dietro il racconto delle Metamorfosi si intravede una delle domande più antiche dell'esperienza umana: ciò che scompare è davvero perduto oppure continua a esistere in un'altra forma? È una domanda che attraversa l'intero poema e che contribuisce a spiegare la sua forza nei secoli.

Louis Finson, Allegoria dei quattro elementi (1611 circa), olio su tela, Rijksmuseum, Amsterdam.
Louis Finson, Allegoria dei quattro elementi (1611 circa), olio su tela, Rijksmuseum, Amsterdam.

Il libro che genera immagini

Le Metamorfosi non sono mai state dimenticate. Nel Medioevo furono lette, tradotte, moralizzate; nel Trecento l'Ovide moralisé reinterpretò i miti in chiave cristiana. La fortuna del poema non conobbe mai una vera interruzione. Il Rinascimento non riscoprì Ovidio dopo un oblio, ma ne rilanciò la lettura in un contesto nuovo, facendo del poema uno dei principali repertori figurativi dell'arte europea.
La mostra ricorda anche la prima edizione a stampa in volgare, l'Ovidio Metamorphoseos Vulgare di Giovanni Bonsignori, pubblicata a Venezia nel 1497 da Giovanni Rosso, con le xilografie che diedero nuova circolazione visiva ai miti.
Per Cappelletti, il punto non è soltanto l'iconografia. Certo, Ovidio offriva agli artisti “un repertorio sconfinato, più di duecento miti narrati in questi quindici libri”. Ma il nodo più profondo è la sua tecnica narrativa: “Ovidio fa scaturire i racconti l'uno dall'altro”. I miti si richiamano, si aprono, si moltiplicano.

Allestimento "Ovidio e le arti". Foto A. Novelli.
Allestimento "Ovidio e le arti". Foto A. Novelli.

Il movimento della forma

Nelle sale successive, il caos lascia spazio alla corsa, al desiderio, alla trasformazione in atto. Ovidio racconta la metamorfosi mentre accade. È questo uno degli aspetti più sorprendenti del poema. Dafne non è ancora albero e non è più soltanto ninfa; il lettore assiste al mutamento nel momento stesso in cui si compie. Cappelletti parla di “estetica della corsa”: in Ovidio “il movimento trasforma i corpi, trasforma a volte anche i sentimenti”. Gli dèi che inseguono sono resi ancora più accesi “dal vedere il movimento delle membra”, i capelli al vento, la bellezza che nasce dalla fuga. Bernini, alla Galleria Borghese, ne è l'interprete più folgorante: in Apollo e Dafne il marmo trattiene l'istante in cui la pelle diventa corteccia, le dita foglie, il grido forma vegetale. Attorno al Ratto di Proserpina si sviluppa invece la sezione sul mondo sotterraneo di Plutone, con opere antiche, dipinti di Agostino Carracci e l'Orfeo ed Euridice di Rubens dal Prado. Qui la metamorfosi riguarda la perdita, il ritorno, il ciclo delle stagioni.

Statua di Narciso, frammento, Galleria Borghese, Roma © Galleria Borghese
Statua di Narciso, frammento, Galleria Borghese, Roma © Galleria Borghese

Il telaio di Aracne

Una delle sezioni più dense è dedicata ad Aracne. La giovane tessitrice sfida Minerva e nel suo arazzo rappresenta gli inganni degli dèi, soprattutto quelli compiuti sulle donne mortali. Cappelletti ricorda che il telaio è un modo di “raccontare le storie e di stabilire connessioni”. Già nell'Iliade Elena racconta sul telaio i dolori della guerra di Troia. Il telaio diventa così una metafora del poema stesso: una storia ne genera un'altra, un racconto si apre in un nuovo racconto, come accade continuamente nelle Metamorfosi. È proprio questo principio di connessione a condurre alla sezione successiva, dedicata agli amori di Giove: Leda e il cigno, Danae, le invenzioni perdute di Leonardo e Michelangelo note attraverso copie e derivazioni, opere provenienti dalla National Gallery di Londra, dal Victoria and Albert Museum e dal Bargello.
Nel Rinascimento questi miti offrono agli artisti uno spazio di libertà straordinario. Attraverso il desiderio, la seduzione, la fuga e la trasformazione, il mondo classico diventa un laboratorio per riflettere sul corpo, sulla natura e sull'atto stesso della creazione artistica.

Copia da Leonardo da Vinci, Leda, Galleria Borghese, Roma © Galleria Borghese
Copia da Leonardo da Vinci, Leda, Galleria Borghese, Roma © Galleria Borghese

Desiderio, pietra, specchio

Il percorso arriva a Pigmalione, dove l'arte sogna di animare ciò che ha creato. Con Gérôme e Rodin la materia sembra prossima alla vita: la statua non è più soltanto oggetto, ma presenza che si sta formando. Poi Perseo e Medusa portano la metamorfosi al suo rovescio: non più movimento, ma pietrificazione. Narciso ed Eco chiudono il percorso sul potere dell'amore, forza creatrice e distruttiva. Qui la mostra tocca un punto decisivo. Ovidio non offre soltanto immagini agli artisti: costruisce figure mentali che attraversano i secoli. Narciso, Pigmalione, Medusa, Dafne non restano confinati alla mitologia; entrano nella letteratura, nell'arte, nella psicologia, nel linguaggio comune. “Molti dei miti di Ovidio”, osserva Cappelletti, “hanno dato dei nomi anche alle interpretazioni in chiave psicoanalitica”.
È questa la sua più profonda eredità. Le Metamorfosi non hanno semplicemente fornito soggetti agli artisti: hanno depositato nella cultura europea una serie di immagini attraverso cui continuiamo a pensare il desiderio, la paura, l'identità, la perdita e il cambiamento. Ogni epoca ha trasformato Ovidio e proprio così lo ha conservato. Come nel poema, le forme mutano senza scomparire. A oltre duemila anni dalla sua composizione, il poeta continua a interrogare qualcosa che non ha mai smesso di accompagnare l'uomo: che cosa resta, quando tutto cambia.

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23 giugno 2026, 16:44