Sudan, la carestia torna a colpire i bambini
Francesco Citterich - Città del Vaticano
Nel silenzio pesante che precede la cosiddetta “stagione magra”, in Sudan si addensa un’ombra ancora più cupa. Non è soltanto la siccità a incombere, né il naturale alternarsi delle stagioni a minacciare i raccolti. È qualcosa di più profondo, più violento, più persistente: oltre tre anni di guerra tra le Forze armate sudanesi (Saf) e i paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf), che hanno lacerato il tessuto stesso della produzione agricola, trasformando i campi in territori abbandonati, le strade rurali in linee di fuga, i granai in silenzi vuoti. Non si tratta di una semplice crisi alimentare, ma di un progressivo, inesorabile scivolamento verso una catastrofe umanitaria che colpisce prima di tutto i più piccoli, i più fragili, quelli che non hanno alcun potere di difesa.
L'agricoltura al centro
L’agricoltura, ricordano gli esperti, non è soltanto un settore economico in Sudan: è la spina dorsale della sopravvivenza. Fino all’80% della produzione alimentare e del reddito del Paese dipende da essa. Ottanta per cento: una cifra che, in tempi normali, racconta una forte interdipendenza tra terra e vita; in tempi di guerra, invece, diventa una misura della vulnerabilità assoluta. Quando i campi vengono abbandonati, quando i contadini fuggono o non possono più seminare, non si perde solo un raccolto: si spezza una catena vitale. A rendere il quadro ancora più drammatico è l’intreccio tra conflitto e crisi climatica. Le piogge diventano imprevedibili, i terreni più aridi, le stagioni meno leggibili. E proprio mentre dovrebbe aprirsi il periodo delle semine, si prevede un ulteriore calo della produzione di cereali. Un paradosso crudele: la terra che dovrebbe prepararsi a dare, si trova invece svuotata della possibilità stessa di farlo.
19 milioni di sudanesi in insicurezza alimentare
Nel frattempo, la realtà quotidiana di milioni di persone si consuma nell’urgenza. Già oggi circa 19 milioni di individui – due sudanesi su cinque – vivono una condizione di insicurezza alimentare acuta. Non si tratta di un disagio astratto, ma di una precarietà concreta, fatta di pasti saltati, di scelte impossibili, di bambini che crescono senza accesso regolare al cibo necessario al loro sviluppo. E proprio i bambini sono i primi a pagare il prezzo più alto. La malnutrizione infantile, già diffusa, rischia di aggravarsi in modo drastico nei prossimi mesi. I corpi più piccoli non hanno riserve sufficienti per resistere, e ogni carenza nutritiva diventa un danno che può segnare per sempre la crescita, lo sviluppo cognitivo, la possibilità stessa di un futuro. Ciò che sta accadendo non è un evento improvviso, ma la somma di fragilità accumulate: guerra, instabilità, collasso agricolo, pressione climatica. Un mosaico di emergenze che, sovrapponendosi, cancella ogni margine di resilienza.
Il tempo stringe
E mentre la “stagione magra” si avvicina, il tempo sembra stringersi. Ogni settimana senza interventi adeguati, ogni raccolto mancato, ogni campo non seminato aggiunge un nuovo livello di rischio. Non è solo una questione di produzione agricola: è una corsa contro il peggioramento della fame, contro la diffusione della malnutrizione, contro la perdita di un’intera generazione che cresce nell’incertezza. Nel cuore di questa crisi, resta un dato che non può essere ignorato: la fame non è mai solo una conseguenza naturale. È il risultato di scelte, di conflitti, di equilibri spezzati. E oggi, in Sudan, quei fattori si sommano con una forza tale da trasformare l’allarme in urgenza assoluta.
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