Carlo Verdone: "Gli algoritmi aiutano, ma il genio resta umano"
Fabio Colagrande e Andrea Monda - Città del Vaticano
Arriva in scooter a Piazza Pia, saluta tutti con la cordialità che il pubblico gli riconosce da sempre e si accomoda davanti ai microfoni di Radio Vaticana-Vatican News. Carlo Verdone porta con sé un bagaglio di ricordi, passioni e riflessioni che attraversano più di mezzo secolo di vita italiana, spesso raccontata dal suo cinema, con umorismo e una punta di malinconia. Dalla scoperta dei Beatles negli anni Sessanta all'amore per Roma, dall'amicizia con un sacerdote della Sabina alle inquietudini per una società che fatica a trasmettere valori condivisi, fino alla sfida dell'intelligenza artificiale e al futuro della creatività, il regista e attore romano ripercorre alcuni dei temi che più gli stanno a cuore.
L’incontro si apre in modo leggero, con un piccolo quiz musicale. Bastano pochi secondi di ascolto perché l’attore e regista romano riconosca immediatamente alcuni brani dei Beatles, di Bob Dylan, di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto e dei Pink Floyd. Ma il gioco diventa presto l’occasione per raccontare una passione che accompagna Verdone fin dall’infanzia e che considera inseparabile dalla propria formazione umana e artistica.
La musica che cambia la vita
Il rapporto con la musica nasce nella casa di famiglia. Da una parte il padre, critico cinematografico, che riportava a casa le colonne sonore dei film; dall’altra la madre, che organizzava serate con gli amici accompagnate dai dischi dei Platters o di Harry Belafonte. Quel giradischi acceso nel salotto di casa diventa per il giovane Verdone una finestra sul mondo.
La svolta arriva con l’ascolto dei Beatles. Ricordando l'ascolto di Twist and shout, l’attore confessa: "La mia vita cambiò in pochi minuti. Pensai che quella fosse la musica che avevo sempre cercato senza saperlo". Da allora nasce una passione destinata a non spegnersi più, alimentata dalla scoperta di Bob Dylan, dei Rolling Stones e di molti altri protagonisti di una stagione musicale che considera irripetibile.
Per Verdone la musica non è mai stata soltanto intrattenimento. Ha influenzato il suo immaginario, il suo modo di raccontare storie e perfino alcune scelte cinematografiche. Parlando del brano Heartbeat di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto, inserito nel film Perdiamoci di vista, spiega come la musica possa trasformare una scena e darle una profondità diversa. In alcuni casi, racconta, è stata proprio una composizione musicale a suggerirgli un’idea narrativa o addirittura il finale di un film.
Una carezza nei momenti difficili
La musica continua ancora oggi a occupare uno spazio centrale nella sua vita quotidiana. Verdone ammette di acquistare ancora vinili e di continuare a cercare artisti capaci di sorprenderlo. Definisce questa passione il suo vero vizio, molto più di qualsiasi altra abitudine.
Commentando una celebre frase di Friedrich Nietzsche, secondo cui la musica sarebbe la prova che il mondo non è un errore, osserva: "La musica riesce a rendere il mondo migliore, o almeno a fartelo vedere in modo diverso". E aggiunge una delle immagini più efficaci dell’intervista: "Se attraversi un momento difficile, se sei amareggiato, deluso o depresso, un brano musicale può diventare una carezza".
Secondo Verdone, la forza della musica consiste proprio nella sua capacità di parlare alla dimensione più profonda della persona, offrendo conforto senza bisogno di spiegazioni e stimolando continuamente l’immaginazione.
Roma, tra bellezza e ferite
Dalla musica il discorso si sposta inevitabilmente su Roma, città alla quale Verdone ha dedicato gran parte del suo cinema. Un legame fortissimo, che tuttavia non gli impedisce di guardare con preoccupazione ad alcune trasformazioni degli ultimi anni.
Se dovesse raccontare oggi la Capitale attraverso una sola immagine, confessa che probabilmente partirebbe da una ferita più che da uno scorcio di meraviglia. Pur riconoscendo gli interventi di riqualificazione realizzati negli ultimi anni e gli effetti positivi del Giubileo, ritiene che Roma soffra soprattutto per problemi strutturali e per una crescente difficoltà nel gestire l’enorme afflusso di persone che la attraversano ogni giorno.
Il turismo rappresenta una risorsa preziosa, osserva, ma richiede equilibrio e regole. Da qui una riflessione che va oltre l’urbanistica e tocca la vita civile: "Roma continua ad avere un enorme bisogno di regole condivise. Quando mancano le regole, tutto rischia di trasformarsi in una grande anarchia. E allora anche la bellezza finisce per essere soffocata".
Nonostante tutto, l’affetto per la città resta immutato. "È la mia città e continuerò sempre ad amarla", assicura, pur ammettendo di sentire spesso il bisogno di rifugiarsi nella campagna sabina per ritrovare tranquillità e silenzio.
I sacerdoti, la fede e l’amicizia con don Luca
Nel corso della conversazione emerge anche il rapporto di Verdone con il mondo ecclesiale, ben visibile in diversi suoi film, popolati da sacerdoti memorabili e spesso molto amati dal pubblico.
L’attore spiega che alcune di quelle figure nascono dall’osservazione diretta e dal ricordo di parroci incontrati negli anni. L’esperienza vissuta da ragazzo come lupetto e chierichetto gli ha lasciato un patrimonio di voci, gesti e atteggiamenti che sono riaffiorati naturalmente nel suo lavoro di autore e interprete.
Ma il legame con i sacerdoti non appartiene soltanto al passato. Verdone racconta infatti la sua amicizia con don Luca, parroco di Cantalupo in Sabina ed ex missionario in Sud America. "Con lui si parla bene. È una persona equilibrata, pacata. Ti ascolta davvero". Parole che diventano anche un augurio affettuoso per il sacerdote. "Gli voglio molto bene", afferma.
La famiglia, l’etica e la sfida dell’intelligenza artificiale
Tra i temi che più gli stanno a cuore c’è quello dell’etica. "Manco le basi!" era una celebre battuta di Mario Brega nel suo film Un sacco bello. Alla domanda su quali siano oggi le “basi” che mancano alla società contemporanea, Verdone risponde senza esitazioni: "Credo che manchi soprattutto l’etica". Un’etica che, a suo giudizio, nasce anzitutto in famiglia, attraverso l’esempio concreto offerto dai genitori ai figli.
L’attore vede con preoccupazione una società in cui spesso gli adulti rinunciano al proprio ruolo educativo e in cui il desiderio di apparire giovani a ogni costo rischia di diventare un modello dominante. Pur riconoscendo che nessun genitore può determinare il destino dei propri figli, resta convinto che la famiglia continui a essere il luogo decisivo in cui si formano il carattere e il senso della responsabilità.
"Se una famiglia trasmette principi solidi, quei ragazzi saranno più preparati a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è", afferma. La famiglia, in questa prospettiva, diventa una bussola indispensabile per orientarsi in una realtà sempre più complessa.
Il dialogo si conclude con una riflessione sull’intelligenza artificiale e sulle parole di Papa Leone XIV riguardo al rapporto tra arte e algoritmi. Verdone riconosce le enormi potenzialità delle nuove tecnologie in molti ambiti della conoscenza e della ricerca, ma pone un limite preciso quando si parla di creatività.
"La creatività nasce dall’anima dell’artista", afferma. E ancora: "Non puoi chiedere a un algoritmo di avere sensibilità. Non puoi delegargli un’intuizione, una folgorazione, un colpo di genio". Per il regista romano, un sistema informatico può elaborare dati, suggerire soluzioni e combinare elementi esistenti, ma non può sostituire l’esperienza, la memoria, la sofferenza e l’immaginazione da cui nasce un’opera d’arte. "La scintilla creativa nasce dentro una persona" e "il computer può aiutare l’artista. Non potrà mai sostituirlo".
È una convinzione che riassume efficacemente l’intera conversazione: la fiducia nella tecnologia non può prescindere dalla centralità della persona e dalla sua irriducibile capacità di creare, immaginare e dare significato al mondo.
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