Meeting: "Li abbraccio", il perdono di Davide, accoltellato per 50 euro
Daniele D'Elia - inviato a Rimini
Ha riso. Cominciamo da qui, non dalla parte che commuove. Ha saputo che il ragazzo che aveva accoltellato forse non avrebbe camminato mai più, e ha riso. È agli atti, in un'intercettazione. Aveva diciotto anni. Il gup che a maggio lo ha condannato in primo grado a vent'anni per tentato omicidio pluriaggravato e rapina, ha scritto di freddezza e cinismo, e ha usato due parole che i magistrati usano di rado. Agghiacciante disumanità. Rise. Non sorrise: rise. Qualcuno gli dice che un coetaneo non camminerà mai più per colpa sua, e lui non impallidisce, non tace, non domanda se è vero, ma ride.
Cinquanta euro e una sigaretta
Il ragazzo che era per terra si chiama Davide Simone Cavallo, cresciuto a Ragusa, studente della Bocconi. La notte del 12 ottobre 2025 aveva ventun anni ed era in Corso Como, a Milano. Non un vicolo, non una periferia dimenticata da Dio e dal Comune: ma Corso Como dove ci sono le vetrine e i cocktail da quindici euro. Cinque ragazzi gli si avvicinano e gli chiedono una sigaretta. Comincia tutto da una sigaretta. E bastano ventuno secondi. Tanto dura: il tempo di uno spot. Gli tolgono cinquanta euro, lo buttano a terra, lo picchiano, e quando fa la cosa che avreste fatto voi — resiste — arrivano due coltellate. Alla schiena. Da dietro. Una gli taglia il midollo. Uno, due, tre. Le gambe sono ancora sue. Nove, dieci, undici. Sono ancora sue. Diciannove, venti, ventuno. Non lo sono più. Poi se ne vanno e lo lasciano lì.
Uno di quel gruppo è stato condannato a dieci mesi e venti giorni per non avergli prestato soccorso. C'era, ha visto e se n'è andato. In una via piena di gente, un ragazzo di ventun anni resta sull'asfalto a perdere sangue mentre a trenta metri qualcuno ordina da bere. Cinquanta euro. A pensarci si secca la bocca: sono due birre e il taxi, la mancia che in quella via si lascia senza contarla. Non stiamo parlando di guerra, di contese culturali, né di fame. Nemmeno di odio: ma di cinquanta euro e una sigaretta. E quei ventuno secondi lui non li ricorda. Non li ha mai ricordati: esistono soltanto in un fascicolo giudiziario. La sua vita si è spezzata dentro un pezzo di tempo di cui non possiede nemmeno la memoria.
La testimonianza al Meeting di Rimini
Il 25 agosto, al Meeting, davanti a una sala piena di ragazzi, quel ventiduenne ha detto di non odiare chi lo ha ridotto a quel modo . E in una lettera sua, riletta ad alta voce in sala, c'è scritto di più: "Non odio chi mi ha accoltellato, ho compassione di loro e li abbraccio". L'incontro è introdotto, a questo modo, da Matteo Severgnini, responsabile di Gioventù Studentesca.
Il video di Chiara Mocchi
Ma prima di Davide parla una donna, da uno schermo. Chiara Mocchi, professoressa di francese alle medie di Trescore Balneario: la mattina del 25 marzo un suo alunno di tredici anni le è venuto incontro davanti all'aula con un pugnale e l'ha colpita al collo e al petto. Un fendente a mezzo millimetro dall'aorta, un litro e mezzo di sangue sul pavimento di un corridoio scolastico. Parla con fatica, ha una paresi, fa logopedia per tornare a deglutire. Si scusa con noi: "A volte m'inceppo, perdonatemi". Una donna che deve reimparare a inghiottire la saliva chiede scusa a noi.
Dice di stare vivendo i suoi tempi supplementari, perché "la partita regolamentare è stata giocata, e fino in fondo". E poi dice che adora la gioventù, che adora i ragazzi di quell'età, che erano il suo orizzonte di vita: "Forse lo saranno ancora. Prima devo rimettermi in sesto". Una donna accoltellata da un tredicenne che dice di adorare i tredicenni, e che fa logopedia per tornare in mezzo a loro.
Quando torno a casa?
Poi tocca ancora a Davide e non comincia dal perdono. Comincia dal buio. Racconta di un risveglio semicosciente, cinque o sei giorni dopo la tragedia, in una stanza scura piena di macchinari e senza una faccia riconoscibile perché tutti portano la mascherina. È nutrito con il sondino, ha tubi dentro al petto. Non vuole dormire, perché ha paura che addormentandosi non si sveglierà più. Sua madre è ammessa col contagocce, come si usa nei reparti dove si muore. E lui chiede: quando torno a casa? Lo chiede, e lo richiede, e lo richiede. Un ragazzo di ventun anni ridiventato bambino, che fa a mamma e papà l'unica domanda che sa fare. E loro devono rispondere. Provate a mettervi lì, dal loro lato del letto, e a trovare le parole: non due giorni, non una settimana, non due mesi. Due anni, forse. E qualcosa resterà.
"Quei giorni odiavo tutto e tutti", dice. Finalmente uno che non salta il capitolo dell'odio per correre al finale che consola. Poi capisce una cosa che nessuno si aspettava: che tutti ci portiamo dentro qualcuno che non c'è più, e che lui, per suo padre e sua madre, poteva essere uno di quelli. E lì succede il ribaltamento: "Mi resi conto che non avevo perso tutto. Avevo perso un sacco. Ma quel poco che mi era rimasto di me, del mio corpo, della mia psiche e in quel momento anche della mia anima, quello non me l'avrebbe tolto nessuno. Ero poco, pochissimo, però ero io ed ero degno di non abbandonarmi lì per terra". Degno. Un ragazzo rotto, immobile, nutrito da un tubo, che al buio scopre di essere degno. "Mi sentivo sporco, alieno, storto, rotto a terra. Ma non mi sono mai amato tanto quanto allora".
Ventuno secondi, sei mesi
Ricorda che nella sua stanza d'ospedale c'era una macchia sul muro, che lo fissava da giorni, e che lui non poteva alzarsi a pulirla. Non poteva. Non aveva le gambe per farlo. E mentre lo sta dicendo, a chi è nella sala del Meeting per ascoltarlo, senza preavviso, si alza in piedi. Le ginocchia si flettono. Il corpo regge. Uno. Due. Tre. Ventuno secondi per togliergli le gambe. Sei mesi per rimettercele. Sei mesi in cui la cosa più importante del mondo era un alluce che ogni tanto vibrava, e lui fissava un punto della parete ripetendosi che si sarebbe rimesso in piedi, giorno dopo giorno dopo giorno. Ha dovuto reimparare da capo il calore, la pressione, il dolore. Applaudiamo come si applaude quando non si sa che altro fare con le mani. Lui aspetta che finiamo e ci rimette al nostro posto: "So che può sembrare strano, questo senso di spettacolarizzazione delle mie ginocchia che si flettono. Ho scoperto che esistono non solo paraplegici, ma anche tetraplegici: gente che si deve sforzare molto più di me per arrivare a fare meno".
L'abbraccio
Prima di chiudere dice una cosa sola, e la ripete: "Imparate a guardarvi soffrire. Guardate la mia sofferenza, guardate la vostra, guardate la sofferenza delle persone che non volete guardare. Perché è lì che il mondo cambia: nel non distogliere lo sguardo da qualcosa che fa male, ma ti sta chiedendo aiuto". Poi si è seduto. E torniamo a quel verbo, quello della lettera di Davide con cui è stato introdotto l'incontro di oggi: "Li abbraccio". Non li perdona, non li compatisce, non li giustifica: li abbraccia. E così ha fatto. Il giorno della sentenza, in aula, prima che il giudice leggesse la condanna, Davide si è avvicinato ai suoi aggressori e li ha abbracciati, veramente, davanti a tutti. Uno di loro gli ha messo in mano una lettera di scuse e gli ha detto: "Potresti essere mio fratello, mi sento in colpa". Cinquanta euro all'andata. Un abbraccio al ritorno. Quella risata nessuno l'ha cancellata. Nessuno può. Ma adesso è sola. Noi, in quel padiglione, abbiamo applaudito. Lui si era alzato in piedi. Noi siamo ancora seduti.
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