Gaza, nuovi attacchi israeliani: tra le vittime ancora bambini
Vatican News
Aveva quattro anni il bambino ucciso nell’ultimo attacco israeliano contro il campo profughi di Bureij, nel centro della Striscia di Gaza. La sua famiglia non era riuscita a lasciare in tempo l’edificio raggiunto dal raid dopo l’ordine di evacuazione dell’esercito israeliano. La madre e la sorella sono rimaste ferite. A Khan Younis, nel sud, una bambina di dieci anni è stata invece uccisa dal fuoco di un carro armato. Sale dunque a quattro il drammatico bilancio delle vittime palestinesi causato dalle ultime operazioni israeliane nella Striscia, dove nuovi ordini di evacuazione hanno costretto famiglie e sfollati ad abbandonare case e rifugi: alcuni sono fuggiti portando in braccio i bambini, altri si sono mossi tra le macerie su sedie a rotelle o aiutandosi con bastoni.
Gli ultimi attacchi su Gaza
Gli attacchi hanno interessato anche Deir al-Balah e il campo profughi di Shati, a Gaza City. L’esercito israeliano afferma di aver colpito depositi di armi di Hamas situati all’interno di moschee e sostiene che le operazioni rispondano alle violazioni del cessate-il-fuoco. I raid proseguono tuttavia a una settimana dalla richiesta rivolta dall’inviato statunitense, Jared Kushner, al premier Benjamin Netanyahu di ridurre gli attacchi per favorire l’avanzamento della tregua. Da Pechino, il presidente cinese, Xi Jinping, ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di assumersi maggiori responsabilità nella protezione dei civili e nell’assistenza umanitaria, ribadendo al re di Giordania Abdullah II che la soluzione della questione palestinese deve passare dalla prospettiva dei due Stati. "Occorre sostenere una soluzione politica. La soluzione dei due Stati è la strada giusta e occorre impegnarsi per riavviare i colloqui di pace tra Palestina e Israele, con l’obiettivo di istituire al più presto uno Stato palestinese indipendente", ha detto Xi.
Tensioni anche in Siria
Più a nord, la Siria resta sospesa tra il tentativo di uscire dall’isolamento internazionale e una situazione di sicurezza ancora fragile. La Turchia ha accolto con favore la decisione degli Stati Uniti di rimuovere Damasco dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, considerandola un passo verso il rafforzamento dei rapporti siriani con la comunità internazionale e una stabilizzazione duratura del Paese. Sul terreno, però, Israele continua le proprie operazioni oltre confine. Ieri le Forze armate israeliane hanno confermato un attacco nel sud-ovest della Siria contro un uomo accusato di preparare un’azione terroristica. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha inoltre rivendicato il raid contro la base aerea di Abu al-Duhur, deciso, secondo Israele, sulla base di informazioni riguardanti un possibile dispiegamento di forze turche nell’area. Katz ha affermato che Damasco era stata avvertita e che le informazioni erano state trasmesse anche agli Stati Uniti. La Siria diventa così uno dei punti in cui si incrociano interessi diversi: Washington sembra favorirne il ritorno nella comunità internazionale, Ankara sostiene il nuovo corso di Damasco e Israele rivendica libertà d’azione contro ciò che considera una minaccia alla propria sicurezza.
Il nodo iraniano
Il confronto più duro per Washington resta però quello con l’Iran. Proprio in queste ore gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni contro quasi sessanta entità legate a Teheran e minacciano misure anche contro i Paesi che continueranno a intrattenere rapporti economici con la Repubblica islamica. La nuova offensiva finanziaria, denominata "D-Day" da Trump e dal ministro del Tesoro, Scott Bessent, arriva con il rial iraniano ai minimi e con lo Stretto di Hormuz ancora al centro dello scontro. I Guardiani della Rivoluzione hanno definito "fantasiose" le dichiarazioni del presidente Trump sul controllo americano del passaggio strategico. Nelle ultime ore una petroliera è stata colpita da un proiettile di origine sconosciuta al largo dell’Oman: l’impatto ha danneggiato la sala macchine e immobilizzato l’imbarcazione, senza provocare vittime tra l’equipaggio. Prima del conflitto attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale e proprio il controllo della navigazione nello stretto è diventato una delle principali leve di Teheran nei confronti di Washington. Sul piano diplomatico restano aperti alcuni canali: il ministro degli Esteri omanita è atteso oggi in Iran e anche il Pakistan sta cercando di favorire una ripresa dei negoziati.
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