Pisa: il sogno dell'IA per tutti alla prova dei costi
Fabio Colagrande – Città del Vaticano
L'intelligenza artificiale è ormai entrata nella vita quotidiana di miliardi di persone, ma le domande più importanti non riguardano più tanto ciò che questa tecnologia è capace di fare. L'interrogativo chiave è soprattutto chi la governa, quali interessi ne orientano lo sviluppo e quale idea di uomo la ispiri. Sono quesiti che attraversano anche Valeva la pena tentare. Sam Altman, OpenAI e il sogno di un'intelligenza artificiale per tutti (Apogeo-Feltrinelli), il libro del giornalista di Repubblica Pier Luigi Pisa, che, in un'intervista ai media vaticani, mette la vicenda di OpenAI in dialogo con la riflessione proposta da Papa Leone XIV nell'enciclica Magnifica humanitas.
La "Babele" tecnologica
Pisa considera l'enciclica uno dei contributi più significativi apparsi dopo l'esplosione di ChatGPT, perché affronta la questione dell'IA non solo dal punto di vista tecnologico ma anche antropologico e politico. Secondo il giornalista, il progetto originario di OpenAI, nato con l'ambizione di mettere l'Intelligenza Artificiale al servizio di tutti, si è progressivamente scontrato con una realtà molto diversa. “Non è un'utopia - spiega - è ancora possibile. L'importante è che chi guida oggi giri il volante nella direzione giusta. Perché in questo momento la traiettoria dell'Intelligenza Artificiale risponde a delle logiche di profitto, a delle logiche individuali, a un gruppo di aziende, un pugno di aziende che si trova in un fazzoletto di terra della California, la culla tecnologica dell'America: la Silicon Valley”.
Richiamando l'immagine della "Babele" evocata da Papa Leone XIV, Pisa osserva che i modelli di IA più avanzati sono oggi nelle mani di poche imprese private. “La tecnologia che stanno costruendo appartiene di fatto a loro, è una tecnologia chiusa, è una tecnologia a cui poche persone hanno accesso. E soprattutto, se si vuole sviluppare in modo eccellente, ha bisogno di risorse e di capitali che in pochi hanno”. Una concentrazione di potere che, aggiunge, non ha ancora prodotto quei benefici diffusi promessi agli inizi della rivoluzione degli algoritmi. Se in alcuni ambiti, come la medicina o la previsione di eventi climatici estremi, questi ultimi stanno già offrendo risultati importanti, in altri il loro impatto sociale resta tutt'altro che positivo.
La domanda etica
Per Pisa, una delle intuizioni centrali della Magnifica humanitas consiste nello spostare l'attenzione da ciò che l'IA può fare a ciò che è giusto che faccia. Una domanda che considera decisiva, soprattutto perché i grandi modelli linguistici non sono strumenti neutrali. “Ci sono degli studi che dicono che questi chatbot sono in grado anche di persuadere gli esseri umani. Riescono anche ad entrare profondamente nell'intimità delle persone. L'AI è in grado di parlare come noi, è in grado di imitare il nostro ragionamento, di imitare la nostra creatività senza però avere un briciolo di coscienza”.
Secondo il giornalista, proprio questa capacità di simulare il dialogo umano rende insufficiente l'idea che la tecnologia sia semplicemente neutrale. Come ogni strumento potente, anche l'intelligenza artificiale incorpora infatti le intenzioni di chi la progetta e può produrre effetti molto diversi a seconda delle scelte compiute a monte.
Trasparenza e responsabilità
Riprendendo un altro tema centrale dell'enciclica, Pisa sottolinea che il problema non riguarda soltanto la trasparenza tecnica degli algoritmi, ma anche la responsabilità di chi li sviluppa e li controlla. A suo giudizio, non è casuale che Papa Leone XIV abbia voluto accanto a sé, durante la presentazione in Vaticano della Magnifica humanitas, Chris Olah, tra i ricercatori di Anthropic maggiormente impegnati nello studio dei processi interni dei modelli di intelligenza artificiale. Si tratta infatti di un settore della ricerca che prova a comprendere ciò che oggi rimane ancora in gran parte una "scatola nera", persino per le aziende che realizzano questi sistemi.
I valori dei chatbot
Pisa osserva che il lavoro di Anthropic sulla cosiddetta "interpretabilità" dei modelli rappresenta un tentativo concreto di comprendere il funzionamento interno dell'intelligenza artificiale. Allo stesso tempo, ricorda che anche il comportamento di Claude, il chatbot sviluppato dall'azienda, è guidato da una sorta di "costituzione" che incorpora principi come la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
“Il punto centrale è che dietro le azioni di un'IA c'è sempre una progettazione di un'azienda privata, quindi noi utilizziamo chatbot che hanno dei valori che rispondono principalmente a delle aziende della Silicon Valley”. Una realtà che, aggiunge, gli utenti tendono facilmente a dimenticare, anche perché l'intelligenza artificiale è ormai diventata “una tecnologia molto utile, una tecnologia troppo utile, di cui già dopo quattro anni dalla commercializzazione di ChatGPT non riusciamo più a fare a meno”.
Bene comune e investimenti
Il titolo del libro richiama una frase pronunciata da Sam Altman agli inizi dell'avventura di OpenAI. Pisa spiega che allora "valeva la pena tentare" significava provare a sviluppare un'intelligenza artificiale generale capace di portare benefici all'umanità. Oggi, però, quella stessa espressione assume un significato diverso. “Oggi, potrei dire che valeva la pena tentare… ma in modo responsabile”. L'autore ricorda che OpenAI nacque come laboratorio no profit, con l'obiettivo di sviluppare sistemi sicuri e orientati al bene comune. Col tempo, tuttavia, quel progetto si è scontrato con una realtà economica inevitabile. “Questa responsabilità da parte di questi soggetti è venuta a mancare settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, sotto i colpi dei costi dell'Intelligenza Artificiale. Costi ingenti , perché servono miliardi per addestrare un modello, per gestire la capacità di calcolo che lo fa funzionare. Questi miliardi non si trovano da donatori che credono in questa missione, si trovano soltanto nei grandi fondi di investimento. Quando si risponde a un investitore vuol dire che non si è più liberi di fare una ricerca e di farla nel bene dell'umanità”.
La parabola raccontata nel libro diventa così anche quella di un'idea: il sogno di un'intelligenza artificiale "per tutti", progressivamente ridimensionato dalla corsa all’AI più potente e quindi alla necessità di sostenere costi di sviluppo sempre più elevati e dalla conseguente dipendenza dai grandi capitali. Le domande poste dalla Magnifica humanitas restano allora più attuali che mai. Se, come ricorda Papa Leone XIV, il progresso tecnologico non può essere separato dalla responsabilità morale di chi lo orienta, il futuro dell'Intelligenza Artificiale dipenderà non soltanto dalla sua potenza di calcolo, ma dalla capacità di metterla realmente al servizio della persona, del bene comune e della dignità umana, svincolandola da logiche puramente finanziarie.
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