Il Papa: i consacrati fermento di pace. Molti restano anche dove tuonano le armi
Tiziana Campisi - Città del Vaticano
Essere profeti e testimoniare, “con la professione dei consigli evangelici” e con opere di carità, “che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli”: a questo sono chiamati nel mondo di oggi, dove “fede e vita” sono sempre più distanti, i consacrati, religiose e religiosi. Leone XIV li incoraggia ad essere, ciascuno nel proprio contesto, “fermento di pace e segno di speranza” nella Messa per la XXX Giornata della vita consacrata celebrata questo pomeriggio, 2 febbraio, nella basilica di San Pietro, iniziata nell’atrio con l’accensione e la benedizione delle candele, simbolo di Cristo, “luce per illuminare le genti”, come lo definì l’anziano “uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto di Israele” nell’antico Tempio di Gerusalemme con la preghiera tramandata come Nunc dimittis. A precedere il rito di introduzione della celebrazione eucaristica la processione, con religiose, religiosi e concelebranti, che attraversa la navata centrale della basilica, costellata di piccole fiamme. A chiudere il lungo corteo, che procede fra i 5500 presenti, il Pontefice, che poi incensa l'altare centrale, sotto il Baldacchino del Bernini ornato di fiori bianchi, in prevalenza, e rosa e alla cui sinistra è collocata la statua della Madre di Dio. Al fianco del Papa, durante la preghiera eucaristica, i cardinali Ángel Fernández Artime, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, e Gérald Cyprien Lacroix, arcivescovo di Québec.
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L’esempio di fondatori e fondatrici
Nell'omelia, riprendendo la prima Lettura, tratta dal profeta Malachia, Leone esorta i consacrati, “attraverso il sacrificio” della loro esistenza, radicati nella preghiera e pronti” a consumarsi “nella carità”, a farsi “bracieri per il fuoco del Fonditore e vasi per la lisciva del Lavandaio”, perché Cristo, che è “presente anche oggi tra gli uomini, possa fonderne e purificarne i cuori con il suo amore, con la sua grazia e con la sua misericordia”. E richiama l’esempio di fondatori e fondatrici di congregazioni, ordini, e famiglie religiose, che “con fede e coraggio si sono lasciati trasportare, partendo dalla Mensa Eucaristica”, in svariate , “chi al silenzio dei chiostri, chi alle sfide dell’apostolato, chi all’insegnamento nelle scuole, chi alla miseria delle strade, chi alle fatiche della missione”, tornando sempre “umilmente e sapientemente, ai piedi della Croce e davanti al Tabernacolo, per offrire tutto e ritrovare in Dio la sorgente e la meta di ogni loro azione”. Donne e uomini che “con la forza della grazia si sono lanciati anche in imprese rischiose”, si sono fatti “presenza orante in ambienti ostili e indifferenti, mano generosa e spalla amica” lì dove c’era “degrado” e “abbandono”, “testimonianza di pace e di riconciliazione” fra “scenari di guerra e di odio, pronti anche a subire le conseguenze di un agire controcorrente che li ha resi in Cristo ‘segno di contraddizione’, a volte fino al martirio”.
Le comunità religiose richiamo alla sacralità della vita
E raccomanda, Leone, di raccogliere “il testimone” di quanti hanno messo in partica la Parola di Dio, perché, come ha scritto Benedetto XVI nell’ Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, “l’interpretazione della sacra Scrittura rimarrebbe incompiuta se non si mettesse in ascolto anche di chi ha vissuto veramente la Parola di Dio”
Con la professione dei consigli evangelici e con i molteplici servizi di carità che offrite, voi siete chiamati a testimoniare, in una società dove fede e vita sembrano sempre più allontanarsi l’una dall’altra, in nome di una concezione falsa e riduttiva della persona, che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli.
I consacrati sono chiamati in pratica a “testimoniare che il giovane, l’anziano, il povero, il malato, il carcerato” sono nel cuore di Dio e che “ciascuno di loro è un santuario inviolabile della sua presenza, davanti al quale piegare le ginocchia per incontrarlo, adorarlo e glorificarlo”. Segno di tutto ciò sono i “presidi di Vangelo” che molte comunità religiose “mantengono nei contesti più vari e impegnativi, anche in mezzo ai conflitti”, dice il Papa. “Non se ne vanno; non scappano; rimangono, spoglie di tutto, per essere richiamo, più eloquente di mille parole, alla sacralità inviolabile della vita” e per farsi “eco” delle parole di Gesù anche nei luoghi in cui “tuonano le armi e dove sembrano prevalere la prepotenza, l’interesse e la violenza”.
I movimenti dell’amore di Dio e dell’uomo
Icona della missione nella Chiesa e nel mondo di consacrati e consacrate è la scena evangelica della presentazione di Gesù al Tempio, dove Anna e Simeone lo riconoscono e annunciano “come il Messia”, spiega il Pontefice, che in questo incontro individua “due movimenti d’amore”: “quello di Dio che viene a salvare l’uomo e quello dell’uomo che attende con fede vigile la sua venuta”. Gesù che viene presentato al Tempio da “una famiglia di poveri”, mostra Dio che si offre agli uomini “nel pieno rispetto” della loro “libertà” e “nella piena condivisione” della loro “povertà”, senza costrizione alcuna e con la sola “potenza disarmante della sua disarmata gratuità”. “Da parte dell’uomo”, Anna e Simeone rappresentano il culmine dell’“attesa del popolo d’Israele”, l’“apice di una lunga storia di salvezza”, “segnata da luci e ombre, cadute e riprese”, ma “percorsa” dal “vitale desiderio” di “ristabilire la piena comunione della creatura con il suo Creatore”. Nel Tempio di Gerusalemme accade che “la Fonte della luce si offre come lampada al mondo e l’Infinito si dona al finito, in un modo così umile da passare quasi inosservato”, evidenzia il Pontefice, che richiamando le figure di Anna e Simeone, ricorda l’invito di Papa Francesco ai consacrati, nella Lettera a loro indirizzata nel 2014 a svegliare il mondo “perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia”.
La Chiesa vi chiede di essere profeti: messaggeri e messaggere che annunciano la presenza del Signore e ne preparano la via.
Essere fermento di pace e segno di speranza
Infine, Leone si sofferma sulla preghiera di Simeone, dalla quale imparare a tenere “fisso lo sguardo sui beni futuri”, ad essere proiettati all’eternità.
La vita religiosa, infatti, col suo distacco sereno da tutto ciò che passa, insegna l’inseparabilità tra la cura più autentica per le realtà terrene e la speranza amorosa in quelle eterne, scelte già in questa vita come fine ultimo ed esclusivo, capace di illuminare tutto il resto.
Lo ribadisce il Concilio Vaticano II che “compimento” della Chiesa è la “gloria celeste", quando l’intero universo “troverà nel Cristo la sua definitiva perfezione”, specifica il Pontefice, concludendo che pure “questa profezia è affidata” ai consacrati, che seguendo più da vicino Cristo, possono "mostrare al mondo, nella libertà di chi ama e perdona senza misura, la via per superare i conflitti e seminare fraternità”.
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