Gli studenti arrivati da Gaza con il presidente della Fondazione Giovanni XXIII don Antonio Lauri Gli studenti arrivati da Gaza con il presidente della Fondazione Giovanni XXIII don Antonio Lauri

Gli studenti arrivati a Roma da Gaza incontrano il Papa e sperano una vita dignitosa

Stamane, 14 maggio, in Aula Magna all’università Sapienza c’erano anche alcuni ragazzi arrivati martedì, 12 maggio, dalla Palestina per soggiornare nella capitale e intraprendere un percorso di studi a Roma con il sostegno dell’Ateneo e della Diocesi di Roma. Ad accompagnarli, don Antonio Lauri, presidente della Fondazione Giovanni XXIII che nel quartiere romano del Pigneto sta provvedendo a offrire loro un rifugio sicuro

Antonella Palermo - Roma

Nada Jouda ha 19 anni. Quando è cominciata la guerra, racconta, era all’ultimo anno di liceo. Stava per prendere il diploma, ma è arrivata la guerra. Ricorda che il 7 ottobre aveva un compito di storia. “Quando è iniziata la guerra, non siamo più andati a scuola per quasi due anni e in tutto questo tempo nulla è cambiato. Mi sono spostata portando con me i libri di scuola, cercando di continuare la mia istruzione. Lo sfollamento è stato davvero duro. Vengo originariamente da Rafah. Mio padre è morto nel 2023 e siamo rimaste io, mia madre e le mie due sorelle più piccole, Iman e Hala. Abbiamo sofferto molto perché eravamo una famiglia piccola e non avevamo nessuno su cui contare”.

L'Aula Magna dell'Università Sapienza
L'Aula Magna dell'Università Sapienza   (@VATICAN MEDIA)

Sopravvivere

La madre ha perso il lavoro. Era direttrice di un asilo e ovviamente non ha più lavorato dal 7 ottobre. “Da allora siamo state costrette a spostarci molte volte. Abbiamo affrontato enormi difficoltà per via della nostra situazione. A Rafah la prima carestia è stata terribile per noi. Quando siamo evacuate la prima volta, dopo l’ingresso dell’esercito israeliano a Rafah, siamo andate ad al-Maghazi. Vivevamo praticamente in una tenda fatta di finestre improvvisate e teli. È stato molto duro perché i prezzi del cibo erano altissimi e non c’era acqua potabile. Procurarsela era difficilissimo”.

Ascolta l'intervista a Nada Jouda

Sfollate di nuovo a Khan Yunis, vivevano in una casa bruciata durante la guerra. “È stato davvero difficile, naturalmente, perché la casa era in condizioni terribili. Ricordo che era inverno, faceva molto freddo e il tetto era crollato. La pioggia ci cadeva addosso. Successivamente ci siamo trasferite in un’altra città, Deir al-Balah. Vivevamo in una casa che non era affatto buona. Il tetto era fatto di legno – racconta Nada -, quindi le condizioni erano pessime. Stavamo soffrendo molto perché non ho fratelli e sono la sorella maggiore della famiglia, quindi ero io a trasportare le taniche d’acqua dal campo fino alla casa. Era davvero duro”.

Il Papa saluta gli studenti di Gaza
Il Papa saluta gli studenti di Gaza   (@Vatican Media)

Privi di tutto, non della speranza

Ci tiene ad aggiungere che sua madre ha avuto la leucemia in passato. Ora sta bene, ma non visita un ospedale da tre anni e io sono molto preoccupata per lei. “A Gaza non ci sono più ospedali funzionanti, come sapete: sono stati distrutti. Sono molto preoccupata per la sua situazione, perché non abbiamo nessun altro: ci siamo solo io, le mie sorelle e mia madre”. La speranza qui a Roma è “attirare maggiore attenzione su Gaza. Voglio che tutti sappiano quello che abbiamo vissuto e voglio essere una speranza per la mia famiglia in futuro. Voglio diventare qualcuno di cui mia madre e le mie due sorelle più piccole possano essere orgogliose. Voglio essere una persona che le generazioni future ricorderanno. Voglio poter parlare con orgoglio ai miei figli e ai miei nipoti dei risultati che avrò raggiunto qui. E spero un giorno di poter portare qui mia madre – conclude -, per farle vedere quanto è bella Roma e anche per permetterle di curarsi”. 


Anche Salem Ismail Abmustafa viene da Gaza, da Khan Yunis. Compirà 21 anni il 31 maggio. Prima di venire qui, ha lasciato la famiglia a vivere in una tenda che non può proteggerli né dal freddo né dal caldo, e senza elettricità. Ancora oggi soffrono per la mancanza d’acqua e di beni essenziali. In realtà non hanno più una casa. Prima della guerra ce l’avevano, una casa di quattro piani, ma è stata distrutta durante il conflitto. “Sono venuto qui, alla Sapienza di Roma, per avere un futuro migliore e per rendere orgogliosa la mia famiglia. Abbiamo attraversato tempi molto difficili, ma farò in modo che siano fieri di me. Viva la Palestina, viva l’Italia!”.

Ascolta l'intervista a Salem Ismail Abmustafa

Don Lauri: la voce del Papa, una delle più lucide sul disarmo

Nel Collegio Giovanni XXIII sono dunque arrivati quattro ragazzi. Altri 16 li stanno attendendo. Sono felici di essere qui in Italia, le loro famiglie sono felici che ci sia questa opportunità. "Quello che hanno portato con sé - spiega don  Antonio Lauri, presidente della Fondazione omonima - lo hanno ricevuto in ospedale una volta superato il confine con Israele. Ieri siamo andati a comprare alcuni vestiti. Sono rimasti stupiti di aver visto oggi il Papa, non si aspettavano di poterlo vedere così da vicino. Hanno capito che lui ha parlato di pace e che ci tiene a loro. Hanno capito che è una delle voci mondiali che con forza si oppone alla mentalità di riarmo e di guerra globale che sta pervadendo il mondo. Conoscevano all'inizio il Papa da qualche foto vista e ora lo stanno conoscendo come un leader di pace. Personalmente - commenta -, credo che il Papa sia al momento una delle voci e delle intelligenze più lucide sul disarmo nel mondo". 

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14 maggio 2026, 15:10