Cerca

L'IA mette alla prova la nostra capacità di restare umani e aperti all'altro. L'IA mette alla prova la nostra capacità di restare umani e aperti all'altro.

Colamedici: "La vera sfida dell'IA? Non perdere il desiderio dell'altro"

L'enciclica Magnifica humanitas non è soltanto una riflessione sulla tecnologia, ma una grande interrogazione sulla persona umana. Il filosofo ed editore Andrea Colamedici legge il documento di Leone XIV come un invito a custodire il limite, a "disarmare" la competizione tecnologica e a difendere la capacità di relazione. Il rischio più profondo, avverte, non è che le macchine imitino le persone, ma che noi "perdiamo il desiderio stesso di cercare davvero l'altro"

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

L'intelligenza artificiale non è semplicemente uno strumento da usare. È ormai un ambiente che abitiamo, un ecosistema che modifica il modo in cui pensiamo, scegliamo e ci relazioniamo. Per questo, secondo il filosofo e editore Andrea Colamedici, la prima enciclica di Papa Leone XIV sull'IA va letta innanzitutto come una riflessione sull'umano. Nella Magnifica humanitas, osserva, non c'è soltanto un'analisi delle tecnologie emergenti, ma una domanda radicale: come custodire ciò che rende davvero umana la nostra esistenza mentre disponiamo di strumenti capaci di trasformarla profondamente?

Ascolta l'intervista integrale ad Andrea Colamedici

Costruita o coltivata?

Nel documento, Leone XIV affronta le implicazioni etiche, sociali e antropologiche dell'intelligenza artificiale, interrogandosi sul futuro della persona umana in un mondo sempre più plasmato dagli algoritmi. Ma, tra i passaggi che più hanno colpito Colamedici c'è la definizione dell'intelligenza artificiale come realtà più "coltivata" che "costruita". Una distinzione apparentemente sottile ma, a suo giudizio, decisiva. “Se una cosa è costruita vuol dire che è completamente nota a chi l'ha costruita - spiega - e quindi ne ha contezza assoluta. Invece una cosa coltivata è qualcosa che cresce e ciò che è dentro resta in parte sconosciuto”. Per il filosofo, Leone XIV mostra di aver accolto il linguaggio degli studiosi che descrivono i grandi modelli generativi come sistemi che evolvono ben oltre ciò che è stato esplicitamente programmato.

Da qui nasce una conseguenza importante: “Se l'intelligenza artificiale è coltivata, allora, prima che essere strumento, è ambiente, e allora è qualcosa che abitiamo più che qualcosa che usiamo”. La responsabilità cambia natura. Non è più quella dell'artigiano che controlla ogni dettaglio della propria opera, ma quella “del contadino, che risponde del campo, anche quando non sa nominare ogni singola radice”. L'enciclica stessa sottolinea che “le moderne intelligenze artificiali sono più coltivate che costruite” e che persino i loro sviluppatori ne comprendono solo in parte il funzionamento. Una constatazione che, secondo il filosofo obbliga a ripensare categorie economiche, sociali ed ecologiche.

Il mistero che inquieta

Questa condizione genera inevitabilmente inquietudine. “Inquieta molto”, ammette Colamedici. “Se qualcosa è coltivato significa che ciò che genera eccede le aspettative, e non è completamente chiaro e visibile”. Nei sistemi generativi più avanzati, spiega, si sviluppano processi che sfuggono alla piena comprensione persino delle aziende che li hanno creati. “Le stesse aziende che le detengono non sanno come funzionano. E non sapere come funziona qualcosa significa non averne davvero il potere”. La questione non riguarda quindi soltanto la capacità delle macchine, ma il rapporto tra conoscenza e controllo. In una fase storica in cui la tecnologia sembra promettere dominio e prevedibilità, l'enciclica invita invece a riconoscere la complessità di fenomeni che eccedono le intenzioni originarie di chi li ha sviluppati.

Il filosofo e editore Andrea Colamedici, cofondatore di Tlon e protagonista della nuova divulgazione filosofica italiana
Il filosofo e editore Andrea Colamedici, cofondatore di Tlon e protagonista della nuova divulgazione filosofica italiana

La custodia del limite

Per l’intervistato, tuttavia, il cuore del documento non è tecnologico ma antropologico. La domanda più profonda posta dal Papa riguarda il rapporto dell'essere umano con il proprio limite. “Se siamo disposti a convivere ancora con la nostra finitudine, oppure no”. È questa, a suo giudizio, la questione decisiva. In un contesto culturale in cui molte visioni transumaniste puntano a superare ogni fragilità e ogni vincolo biologico, la Magnifica humanitas propone una prospettiva diversa.

“Credo che questa enciclica abbia a che fare con un’apologia del limite”. Non si tratta di rassegnazione o di rifiuto del progresso. Al contrario, Leone XIV appare “molto consapevole, molto lucido nel dire: non possiamo che stare al centro di questa sfida”. Ma occorre affrontarla facendo tesoro di una sapienza accumulata nei secoli, di tradizioni, competenze e di quella che Colamedici definisce una metis, “un'intelligenza quasi fisica” maturata nel corso della storia.

La domanda diventa allora: “Quanto riusciamo a custodire l'umano quando abbiamo tra le mani una tecnologia che è in grado di trasformarlo radicalmente?”. Una sfida che riguarda non solo l'efficienza o la potenza, ma anche la relazione con quella dimensione di trascendenza che costituisce una parte essenziale dell'esperienza umana.

Disarmare la corsa tecnologica

Particolarmente significativa appare al filosofo la parola scelta dal Papa nei numeri conclusivi dell'enciclica: "disarmare". Nel testo, al numero 110, Leone XIV scrive che “disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata” e impedire, cioè, che la potenza tecnica si trasformi in diritto di governare. Per il filosofo, questa espressione va compresa a più livelli.

Anzitutto significa evitare che gli algoritmi vengano utilizzati per nuocere agli esseri umani, dalle armi autonome ai sistemi di controllo. Ma il significato è più ampio. “Disarmare l'IA significa uscire da quest'ansia costante di dover essere sempre sul pezzo, di dover competere costantemente, di dover gareggiare a chi ha il modello più efficace e più efficiente”. Secondo Colamedici, l'attuale sviluppo tecnologico è spesso guidato da una logica “predatoria”, “profondamente ipercapitalista”, fondata sulla corsa a essere i primi e sull'imposizione della propria visione del mondo. Disarmare l'IA significa allora ripensare le regole del gioco prima ancora che i singoli strumenti. “Non soltanto qualcuno che dice non ti ferisco, ma mi metto nella condizione di pensare all'inizio le regole attraverso cui il nostro campo condiviso non diventi un campo di battaglia, ma sia un campo di relazione”.

Il rischio di perdere l'altro

La riflessione più originale di Colamedici riguarda forse il numero 100 del documento pontificio dove Leone XIV mette in guardia dal rischio che la simulazione artificiale della relazione finisca per indebolire i legami autentici. Il Papa osserva che il pericolo non consiste semplicemente nel credere di dialogare con una persona reale, ma nel “perdere il desiderio stesso di cercare davvero l'altro”. Un passaggio che il filosofo considera “una delle osservazioni più acute di tutta l'enciclica”. L'atrofia evocata dal Pontefice non è soltanto cognitiva, cioè legata alla tendenza a delegare il pensiero alle macchine. È anche relazionale. “La relazione simulata, quella con l'intelligenza artificiale, non è che ci inganni, ci disabitua”.

Il filosofo richiama il fenomeno della "sicofanzia", la tendenza dei sistemi conversazionali a confermare l'interlocutore e a dargli ragione. “Se qualcuno ti dà sempre ragione a prescindere, tu disimpari poi a stare con gli altri”. Si finisce così per cercare soltanto chi conferma le proprie convinzioni, perdendo familiarità con la differenza e con il confronto. Da qui l'esigenza di sviluppare “un'etica della diversità”, nella quale l'altro non sia percepito come una minaccia ma come qualcuno “da conoscere, da esplorare”. Perché la vera conoscenza, ricorda l’editore romano, non coincide con l'accumulo di informazioni. “La conoscenza non è la somma delle informazioni acquisite, ma è la rete che si crea tra le informazioni”. Lo stesso vale per la vita umana. “La capacità di intessere relazioni con la diversità è indice di profondità d'esistenza”. E proprio qui, conclude Colamedici, si gioca la sfida decisiva posta del testo papale: “Più noi assottigliamo la nostra capacità di accogliere l'altro e più ci impoveriamo e meno magnifica diventa la nostra umanità”.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.

23 giugno 2026, 12:30