Il primo gesto di Papa Leone a Lampedusa
di Daniele D’Elia
Ho sempre avuto un debole per i cimiteri. Non per la morte, ma per i vivi che non si rassegnano. Quando posso entro al Verano, ci vado volentieri. Lo so, è un’abitudine un po’ storta. Non ho nessuno da andare a trovare, ma ci entro lo stesso. Cammino piano tra i vialetti, respiro quell’odore di cipressi, di terra bagnata e di fiori dimenticati nei vasi. Spesso mi fermo davanti a qualche fotografia e, quasi senza accorgermene, le passo sopra una mano. Tolgo un po’ di polvere. Mi sembra un peccato che questi volti spariscano sotto la polvere. Mi guardano uomini con i baffi, donne col vestito della festa, bambini che non hanno fatto in tempo a consumare un paio di scarpe. Sono soprattutto i bambini a trattenermi. Hanno quasi sempre il vestito buono. Il colletto bianco, duro d’amido, i capelli pettinati con un po’ d’acqua, le orecchie lavate, quell’aria seria che avevano i bambini quando la mamma diceva: «Adesso non ti muovere». E io, ogni volta, non vedo soltanto una fotografia.
Riesco a vedere le mani, mani di madri che raddrizzano un colletto ribelle, che lisciano una piega sul grembiule, che cercano di tenere fermo un bambino che vorrebbe già correre via. Vedo padri che scuotono la giacca per togliere un granello di polvere e si fanno da parte un momento prima dello scatto. Mi commuove questa cocciutaggine. Noi diciamo che sono fotografie di morti. Io penso che siano invece fotografie di vivi. Sono l’ultimo gesto di ribellione dell’amore. È come se dicessero alla morte: tu prenderai il suo respiro, ma non il suo volto. Per questo, quando entro in un cimitero, leggo sempre i nomi. Mi viene spontaneo. Mi domando chi fosse quell’uomo, che mestiere facesse, se avesse figli, se qualcuno gli porti ancora un fiore. Un nome basta a mettere in moto la fantasia. Da una data, da una fotografia, da un cognome, cominci a immaginare una vita. Ogni lapide è una storia che arriva fino a te troppo tardi, ma arriva.
Poi, ci sono croci fin troppo semplici, piantate nella terra nuda. Nessuna lapide. Nessuna fotografia. Nessun volto. Nemmeno una data o un’iscrizione che possa suggerire qualcosa. Nulla. Ed è lì che mi fermo davvero. Perché davanti a quelle croci la fantasia si arrende, non hai più una storia da immaginare. Ti resta soltanto una domanda: chi eri? Avevi una madre che ti chiamava per nome? C’era qualcuno che ti aspettava la sera? Qualcuno che si preoccupava se facevi tardi? Qualcuno che ti ha insegnato a camminare, a pregare, a ridere? Il silenzio non risponde.
Forse è stato per questa convinzione e sensibilità che, leggendo il programma della visita di Leone XIV a Lampedusa, mi sono fermato alla prima riga. Non alla messa, non al molo, ma al cimitero. Mi sono immaginato il Papa che cammina piano tra quelle tombe. Non ha ancora pronunciato una parola, non ha ancora salutato nessuno, non ha ancora celebrato l’Eucaristia. Cammina, guarda delle croci, si ferma e depone un fiore. Tutto qui. Un fiore non cambia la storia, non restituisce alcuna vita, non sposta una nave, non convince nessun governo. Ma impedisce una cosa. Che un uomo venga dimenticato due volte.
Il Vangelo conosce bene questa ostinazione. Quando Gesù muore, il mondo ha già cambiato discorso. Succede sempre così. Finché un uomo respira divide, fa notizia, accende passioni. Quando smette di respirare, comincia il lavoro lento dell’oblio. I sacerdoti hanno ottenuto quello che volevano, Pilato si è lavato le mani, i soldati si spartiscono le vesti, la folla torna a casa. Domani sarà un altro giorno. È impressionante la velocità con cui gli uomini voltano pagina. Sulla croce non c’è più il Rabbi di Galilea che faceva discutere le folle. C’è solo un cadavere e davanti a un cadavere gli uomini hanno sempre fretta. Bisogna liberare il posto, chiudere la giornata, archiviare la faccenda. Tutti hanno fretta. Tutti, tranne uno. Il Vangelo dice pochissimo di lui. Eppure non riesco a dimenticarlo. Si chiama Giuseppe d’Arimatea.
Arriva quando tutto sembra perduto. Non può salvare Gesù, non può impedirgli la croce, non può cambiare il verdetto. Può fare una cosa soltanto: chiedere il corpo.
È una delle parole più commoventi del Vangelo. Per Pilato c’è ormai soltanto un corpo da restituire. Per Giuseppe d’Arimatea è ancora Gesù. Qui il Vangelo diventa contadino. Smette di parlare di idee e parla di mani, di un lenzuolo comprato in fretta, di un corpo che bisogna staccare dal legno, di sangue rappreso, di spine, di peso. Un uomo morto pesa sempre più di un uomo vivo. Non ti aiuta, anzi ti cade addosso e devi sostenergli il capo, le braccia, le gambe. Devi portare anche tutta la sua umiliazione. Giuseppe lo sa questo. Eppure non indietreggia.
Mi sono chiesto tante volte perché gli evangelisti raccontino questi particolari. Bastava scrivere: «Lo seppellirono». Sarebbe stato sufficiente. Invece raccontano il lenzuolo, la pietra, il sepolcro. Perché il cristianesimo non ha mai avuto paura dei corpi. Noi sì: piuttosto li chiamiamo resti, spoglie, salme. Il Vangelo continua ostinatamente a dire: Gesù. Anche quando è morto. Gesù non è mai diventato solo un cadavere. Ed è allora, ricordandomi di Giuseppe d’Arimatea, che penso di aver compreso il programma di Lampedusa.
Leone XIV non comincia dal molo, dalla folla. E non comincia nemmeno dall’altare. Comincia da un cimitero. Non perché lì ci siano semplicemente dei morti, ma perché lì ci sono ancora delle persone. Persone che il mare non è riuscito a cancellare del tutto e che la Chiesa si rifiuta di consegnare all’ultima violenza: quella dell’anonimato.
Forse è proprio questa l’opera di misericordia che abbiamo dimenticato. Pensiamo che seppellire i morti significhi scavare loro una fossa. Si tratta, a mio parere, di qualcosa di molto più grande. Significa ribellarsi all’ultima violenza, quella che trasforma una persona in un caso, in un numero, in un argomento, in una categoria. Noi diciamo: migranti. Il Vangelo non riesce a parlare così: dice Bartimeo, dice Zaccheo, dice Maria.
Non è questo il motivo della visita di Leone XIV al cimitero di Lampedusa? Il Papa va a sostare, in silenzio, davanti a uomini e donne che il mondo rischia di ricordare soltanto con una parola: migranti. La Chiesa che neanche conosce il loro nome, continua ostinatamente a cercarlo.
Continuerò a fermarmi nei cimiteri. Continuerò a perdere tempo davanti a quelle immagini scolorite di bambini col vestito della domenica. Perché un giorno anche il mio nome sarà inciso sopra una pietra. Come il tuo. E passerà qualcuno, forse tirerà diritto, forse si fermerà un momento a leggere. Mi piace pensare che sarà allora, in quel gesto piccolissimo, che il Vangelo ricomincerà da capo. Spero sempre che, un giorno, Dio pronunci il mio nome con la stessa ostinazione con cui io, qualche volta, ho provato a leggere quello degli altri.
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