Leone XIV: la rivoluzione del Vangelo abbatte i muri che separano gli esseri umani
Tiziana Campisi – Città del Vaticano
Nel Vangelo si può trovare un senso e si può intravedere una strada: è quella indicata da Gesù, nel quale Dio si rivela. Leone XIV ha parole chiare per i giovani riuniti ad Assisi per il Go! Franciscan Youth Meeting 2026!, durante la Messa presieduta oggi, 6 agosto, a Santa Maria degli Angeli, con i concelebranti monsignor Felice Accrocca, vescovo della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo tadino, e il cardinale Ángel Fernández Artime, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e legato pontificio per le Basiliche Papali di Assisi. Duemila i fedeli nel luogo di culto e 3 mila quelli radunati fuori che il Pontefice incoraggia a seguire Cristo, "insieme al quale andare verso il futuro". “Andiamo! Let’s go! - incalza - ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio”.
Siamo infatti chiamati a leggere le Scritture col Maestro, a interpretare il nostro tempo e a prendere decisioni, seguendo il suo cammino. Siamo qui per vincere la rassegnazione e la paura, per sciogliere i dubbi che trattengono anche noi, come trattenevano gli apostoli. Gesù ci chiama a dialogare con la sua storia, per scrivere nuove pagine di storia.
E Assisi è un luogo in cui “tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo”, fa notare il Papa, ricordando che “qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani” accogliendo il Vangelo “senza sconti”, e così “la vita di Gesù è ricominciata in loro”.
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Il dinamismo di ascolto e decisione
Nel giorno in cui la Chiesa celebra la festività della Trasfigurazione del Signore, “un mistero di luce”, “gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro” che il racconto evangelico ci fa conoscere mostrandoci anche “il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione”, il Pontefice sviluppa la sua omelia partendo proprio da quanto accaduto sul Monte Tabor, dove, “nella trasfigurazione di Gesù”, Dio stesso si è rivelato “nella sua gloria”, indicando il Figlio e invitando “ad ascoltarlo”. C’erano Pietro, Giacomo e Giovanni che Gesù aveva condotto in disparte. E “sul monte gli apostoli contemplano Gesù che si orienta al proprio futuro”. Quel volto che “brillò come il sole” e quelle vesti che “divennero candide come la luce” riportano anche al mattino di Pasqua, riflette Leone, a quell’angelo che ha annunciato la Resurrezione, il cui “aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve”. Simbolo della “luce di un nuovo giorno, verso il quale siamo orientati, mentre attorno a noi, e talvolta in noi, è ancora buio”. Ma “l’aurora” è in tanti “santi canonizzati, come San Francesco e Santa Chiara, e in una miriade di fratelli e sorelle che al male rispondono col bene”, sottolinea il Papa, che incoraggia: “Non siamo soli”. Facendo notare ai giovani che “in questi giorni” ne hanno “fatto esperienza”, incontrandosi, ascoltandosi “passando dal rumore di voci sovrastanti e contrastanti all’arte della conversazione”.
La Chiesa esiste per portarci in questo dinamismo di ascolto e di decisione, in cui comprendere per chi vivere e come vivere. È la comunità in cui imparare a distinguere la voce di Dio, che non coincide mai semplicemente con le nostre opinioni, e osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù.
I legami che chiamano alla vita ci trasfigurano
Se ci separiamo da Dio e dagli altri “ci de-figuriamo, “ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita”, aggiunge il Pontefice, che guardando alla “spiritualità francescana”, la evidenzia come “tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai”. Quindi ribadisce quell’invito rivolto a “ogni generazione”, nella sua prima enciclica Magnifica humanitas, a “far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile”, mentre “là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto” i “cristiani” sono chiamati ad alzare “gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che ‘solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’”. Per tale motivo “questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”.
La ragione per cui san Francesco, ottocento anni dopo la sua morte, ci attrae ancora, sta nella magnifica umanità che lo portò ad abbandonare le vie già tracciate, perché se ne aprisse una nuova, più coerente col cammino di Gesù.
Credere nella parola del Vangelo
Una scelta apparsa come rivoluzionaria quella di Francesco, è “ancora più impressionante” quella di Chiara che, come Francesco, “voleva vivere, da donna, libera”. “È l’energia del cristianesimo, quella dei suoi inizi e delle sue molteplici ripartenze”, spiega il Papa.
Ebbene, cari giovani, oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi: osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro – Go! – è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci.
Tutto questo va fatto senza prendere le distanze “dalle piaghe del Signore”, come ha messo in guardia “Papa Francesco, ispirandosi al Poverello di Assisi”, prosegue Leone XIV citando la Evangelii gaudium, nella quale il suo predecessore avverte che “Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano”.
Votarsi alla civiltà dell’amore
E seppure “si può non essere compresi, persino da quelli di casa, come avvenne a San Francesco”, “sottrarsi alla cultura della potenza e abbattere i muri che separano fra loro gli esseri umani non è mai tradire la famiglia, la città, la tradizione”, rimarca il Pontefice, piuttosto porta a “liberarle dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza, dalla violenza con cui si vorrebbe imporre il proprio piccolo ordine su una realtà che da ogni parte ci supera”.
Fidarsi di Dio è ritrovare, come Francesco e Chiara, un mondo di fratelli e sorelle da apprezzare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare. Votatevi, cari giovani, alla civiltà dell’amore, di cui avete incontrato i germogli in tanti esempi di gratuità, e che trasfigura – a immagine di Cristo – innumerevoli operatori di pace anche oggi impegnati a servire la vita nei più tragici scenari di morte.
Impegnarsi con lo stile di san Francesco
Chiede alle nuove generazioni di unire le loro “migliori energie”, il Papa, “gli studi, le competenze, il lavoro, le amicizie, l’amore, la preghiera”, attualizzando in modi diversi la visione di Francesco”. Leone la richiama ripetendo la nota preghiera attribuita al Poverello “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace”, indicando di andare “dove è odio” per portare “l’amore”, “dove è l’offesa” per portare “il perdono”, “dove è la discordia” per portare “l'unione”, “dove è l'errore” per portare “la verità”, “dove è il dubbio” per portare “la fede”, “dove è la disperazione” per portare “la speranza”, “dove sono le tenebre” per portare “la luce”, “dove è la tristezza” per portare “la gioia”. Tutto questo per “consolare”, “comprendere” e “amare”, donandosi e offrendosi totalmente.
Infine, augurando ai ragazzi che “questi giorni ad Assisi” possano imprimersi nella loro “memoria”, Leone XIV auspica “un ritorno pensoso, aperto al futuro, impegnato con Gesù Cristo”.
Il saluto di un giovane, Francesco Varone, a nome di tutti i coetanei presenti ad Assisi, ha chiuso la celebrazione. Un applauso scrosciante e il canto Luce del mondo hanno accompagnato l'uscita del Papa dalla Basilica, durante la quale il Pontefice ha salutato e benedetto i presenti.
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