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Il processo d'appello nel Tribunale vaticano Il processo d'appello nel Tribunale vaticano

Processo d'appello vaticano, le difese chiedono la nullità totale del primo grado

Riprese oggi le udienze del secondo grado del procedimento giudiziario sulla gestione dei fondi della Santa Sede. La mattinata dedicata alle eccezioni degli avvocati difensori circa i rescritti papali che hanno ampliato i poteri del promotore di Giustizia per le indagini e il mancato deposito da parte dell’accusa della totalità degli atti. Richiesta anche l’acquisizione degli atti del processo di Pasquale Striano accusato di accessi abusivi ai sistemi informatici degli imputati

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Dopo 120 giorni ha riaperto i battenti il processo d’appello per la gestione dei fondi della Santa Sede. Quinta udienza di oltre quattro ore questa mattina, 3 febbraio, nell’aula del Tribunale vaticano, dedicata interamente agli interventi degli avvocati difensori che hanno rappresentato alla Corte d’appello, presieduta da monsignor Alejando Arellano Cedillo, le memorie depositate nel novembre 2025. In particolare, tutti e sette i difensori intervenuti hanno concentrato l’attenzione sul tema della “inefficacia” dei quattro Rescripta di Papa Francesco, ovvero i provvedimenti che hanno ampliato i poteri del promotore di Giustizia all’inizio e durante le indagini.

Tra chi ha parlato di “grave lesione del giusto processo”, chi ha richiamato addirittura i tempi dell’Inquisizione per sottolineare che neanche allora degli interventi papali avevano ‘orientato’ un procedimento giudiziario, gli avvocati hanno eccepito la validità di tali rescritti sui quali si basa gran parte dell’impianto accusatorio. Soprattutto l’avvocato Mario Zanchetti, difensore del broker Gianluigi Torzi, in un’ora e mezza di esposizione ha indicato come “illegale” l’arresto del suo assistito in Vaticano (5 giugno 2020) perché “effettuato sulla base di un provvedimento ignoto alla difesa”, ossia il rescritto del 2 luglio 2019. Un provvedimento che “fa diventare fascista il Codice di procedura penale vaticano”, è arrivato ad affermare l’avvocato.

I rescritti

Per Zanchetti, al Papa allora era stata offerta scarsa informazione: “Nel momento in cui il Santo Padre autorizza il promotore di Giustizia ad agire, i reati non sono stati neanche formulati”. Non solo: quando quel 2 luglio il Pontefice aveva concesso udienza all’Ufficio del Promotore di Giustizia (all’esito della quale era stato emanato il primo rescritto), la tematica in gioco era quella dei rapporti tra Ior e Segreteria di Stato. “A quei fini di segretezza è stato concesso il potere al promotore di Giustizia di procedere e applicare misure cautelari”. Invece, uno dei risultati è stato l’arresto di Torzi, dopo “otto ore di interrogatorio” e “sulla base di un mandato di 27 pagine evidentemente redatto prima”.

Zanchetti si è domandato se questi rescritti siano “atti amministrativi o normativi”: “I diritti non possono essere lesi se non da provvedimenti di legge”. E se sono leggi “devono essere pubblicati… Non è possibile che una cosa la chiamiamo legge non sia stata pubblicata. Se invece si tratta di atti amministrativi, ritengo che la via d’uscita per questa Corte d’appello sia dichiarare l’inefficacia dei rescritti a questo processo”. L’avvocato ha concluso suggerendo che, qualora permanesse il dubbio, “si può chiedere al Sommo Pontefice di consentire alla Corte d’appello di interpretare le conseguenze del rescritto” e dichiararlo eventualmente inefficace e, al contempo, annullare l’intero procedimento di primo grado.

Leggi non pubblicate

Quest’ultima istanza è stata ribadita da tutti gli avvocati intervenuti successivamente. In primis Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso, che ha esordito: “Il Santo Padre non ha mai inteso promulgare un provvedimento normativo escludendo la pubblicazione, non c’è scritto quindi doveva essere pubblicato”. Panella ha parlato di “surreale carta bianca" concessa al promotore di Giustizia: "È inaudito quanto avvenuto, mai nella storia millenaria della Chiesa era accaduto che venissero emanati rescritti rimasti segreti e noti soltanto al promotore di Giustizia che li aveva richiesti solo oralmente”. Sono, per Panella, “elementi di forte lesione del giusto processo”.

L’avvocato ha poi aperto un altro tema e cioè quello del mancato deposito della totalità degli atti da parte del promotore Alessandro Diddi, insieme agli omissis di alcuni materiali come il video interrogatorio di monsignor Alberto Perlasca, ex responsabile dell’Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato, tra i testimoni di spicco del precedente processo. Diddi - che il 12 gennaio scorso, ha presentato dichiarazione di astensione dal secondo grado (l’accusa è dunque rappresentata ora dal promotore aggiunto, Roberto Zannotti) – ha fatto una scelta selettiva degli atti da depositare, nonostante le ordinanze del Tribunale vaticano di primo grado chiedessero il deposito completo e le copie forensi.

Violazione della parità di trattamento

Lo stesso Diddi, affermano difensori, ha “confessato” di non aver presentato in Cancelleria il materiale acquisito nella sua interezza. Questo ha portato alla violazione della “parità di trattamento di tutti gli imputati” e della “normativa circa l’imparzialità dei magistrati”. Cosa che, a loro dire, renderebbe nullo “ab origine” il più lungo e complesso processo mai celebrato tra le mura leonine.

“Dal primo istante – ha sottolineato, da parte sua, Fabio Viglione, difensore del cardinale Giovanni Angelo Becciu – abbiamo avuto una crisi di sbilanciamento, una assenza di simmetria tra quelle che erano le conoscenze dell’accusa e le difficoltà incontrate dalle difese”. Dei 239 dispositivi sequestrati “non è stata depositata nessuna copia, dei 16 depositati nessuna poteva ritenersi copia forense, l’estrazione è stata fatta in modo selettivo”, ha detto Viglione, citando le "criticità" indicate da un consulente informatico al quale si erano rivolte le difese. 

Il "caso Striano"

Emerso infine a più riprese, durante il dibattimento, anche il nome di Pasquale Striano, ex luogotenente della Guardia di Finanza, noto alle cronache per l’inchiesta della Procura di Perugia sul cosiddetto “caso dossieraggio”. Ossia gli oltre 40 mila accessi abusivi a banche dati istituzionali per raccogliere informazioni riservate su esponenti politici, imprenditori e personaggi pubblici. “Con viva sorpresa – ha detto l’avvocato Cataldo Intrieri, difensore dell’ex funzionario della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi - abbiamo appreso che tra le centinaia di parti offese ci sono tutti i protagonisti del processo ma anche i comprimari”.

“Striano non ha risposto all’interrogatorio, non ha detto chi glielo chiese”, ha sottolineato Intrieri, “negli atti si parla di contatti tra lui e membri della Gendarmeria”. “La logica”, ha proseguito, suggerirebbe che essendo chiesti accessi non solo per gli imputati ma anche per i comprimari, “non poteva che essere una persona a conoscenza di questa storia”. Da considerare anche il fatto che tali accessi risalgono al maggio 2019, ben prima della denuncia dello IOR dalla quale erano scaturite le indagini che hanno portato alla perquisizione negli uffici della Segreteria di Stato e infine, dopo due anni, al rinvio a giudizio.

“È l’ennesima prova della radicale nullità di questo procedimento”, ha affermato l’altro difensore di Tirabassi, Massimo Bassi. Gli avvocati hanno dunque domandato che la Corte d’appello vaticana chieda alla Procura di Roma l’acquisizione degli atti del processo Striano.

Le udienze proseguiranno domattina.

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03 febbraio 2026, 16:00