Coccopalmerio: la sinodalità non ancora compresa, formare bene pastori e laici
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
“Una rilettura per i pastori d’anime, in vista di una catechesi per i fedeli e in modo particolare per i membri delle strutture sinodali”. Sintetizza così il cardinale Francesco Coccopalmerio il suo libro Chiesa Sinodale in Cammino, il documento finale del Sinodo dei Vescovi 2023-2024. Una rilettura pastorale, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. Un agile volume - con la prefazione del cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo - che interpreta i 155 punti del testo, pubblicato a conclusione della seconda sessione dell’assise, evidenziando come i temi discussi si applichino alla vita concreta della Chiesa. Chiesa che necessita di maggiore “passione” e “convinzione” perché la sinodalità diventi strutturale, afferma Coccopalmerio ai media vaticani.
Eminenza, perché ha voluto scrivere questo libro?
Il libro è nato dall’esigenza di tradurre pastoralmente il Documento finale del Sinodo dei Vescovi, cioè la sintesi dei lavori fatti dai due Sinodi del 2023 e 2024. È un documento molto ricco, ma anche molto difficile da usare direttamente per conferenze o catechesi. E allora ho voluto fare una rilettura e una semplificazione che serva soprattutto per i pastori d’anime, in modo particolare i parroci. Quando un parroco vuol far sapere ai suoi fedeli, in modo particolare ai membri del Consiglio pastorale parrocchiale, che cos’è la sinodalità secondo l’insegnamento autorevole della Chiesa, può prendere questo testo. Il volume si struttura in alcuni temi: per ciascun tema si fa una rilettura dei passi del Documento più significativi e si fa una riflessione ulteriore su quello che si è letto. Lo si spiega, lo si riflette, lo si cerca di applicare alla vita concreta.
LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO FINALE DEL SINODO 2023-24
Quali sono, secondo lei, i punti di forza del Documento finale che Papa Francesco ha accolto anche come magistero ordinario?
Papa Francesco ha dato al Documento una rilevanza dottrinale molto forte. Di punti fondamentali se ne posso elencare diversi, mi sembra utile indicarne due. Il primo è il concetto di sinodalità ecclesiale. Si può parlare di due concetti di sinodalità ecclesiale: uno generico, l’altro più specifico. Il concetto generico è qualsiasi attività nella Chiesa operata insieme, secondo una “spiritualità sinodale”: non agisco da solo, ma con gli altri. Questo concetto ha però il difetto di considerare come sinodalità qualsiasi attività nella Chiesa e quindi di confondere sinodalità con ecclesialità. Il concetto specifico di sinodalità ecclesiale riguarda, invece, l’attività comune di due soggetti, dei pastori e dei fedeli. Tale attività consiste radunarsi, dialogare, conoscere e decidere il bene della Chiesa. Il bene, ad esempio, di una parrocchia. Queste quattro attività attuate da pastori e fedeli trovano poi sede nelle strutture di sinodalità, ad esempio, nel caso di una parrocchia, nel Consiglio pastorale parrocchiale.
Il secondo punto fondamentale, a mio giudizio, è il seguente: che quando pastori e fedeli si radunano, dialogano, conoscono e decidono il bene della Chiesa avviene quello che il documento chiama la presenza dello Spirito Santo che fa udire la sua voce e conoscere il suo pensiero. Quindi in quelle strutture avviene qualcosa di “umano”, ma al contempo qualcosa di eccedente questa visibilità umana.
Lei, eminenza, parla anche di alcune affermazioni generiche o forse anche qualche ripetizione all’interno del Documento. A cosa si riferisce?
Cose molto marginali perché il testo è stato messo insieme rapidamente. Con molto lavoro, ma cercando di non perdere niente di tutti gli apporti. Sarebbe stato necessario probabilmente un tempo ulteriore di ripensamento, di omogeneizzazione maggiore. Però se uno legge e cerca di tradurre tutto questo in un linguaggio più semplice, può mettere insieme le ripetizioni o ciò che magari è detto meglio in una parte, in un’altra parte.
Parliamo del Sinodo sulla Sinodalità, percorso che Francesco ha voluto che partisse “dal basso”, cioè dai fedeli, dal popolo di Dio, dalle Diocesi. Secondo lei, quanto ci vorrà prima che le indicazioni emerse nel Documento finale redatto in Vaticano tornino nel “basso,” cioè che trovino un’applicazione concreta proprio nelle Diocesi e tra i fedeli?
Siamo nella fase applicativa dei risultati del Sinodo, e innanzitutto dobbiamo capire che cosa ci ha detto il Documento finale, cos’è la sinodalità ecc. Quanto sarà necessario? Non lo so, credo che il primo requisito è che i pastori d’anime, ma anche i fedeli, capiscano l’importanza della sinodalità. Tante volte viene sentita così come una cosa estranea, ma non è vero… Dovrebbe essere invece esaltante dire: “Io governo la mia comunità, la mia parrocchia, con l’apporto di tutti i fedeli”. Di solito faccio un’analogia tra la celebrazione di un Consiglio pastorale parrocchiale e la celebrazione dell’Eucaristia. Prendiamo un parroco che dice: “Io celebro, convoco tutti i fedeli in Chiesa la domenica e quando sono tutti presenti li saluto, recito qualche preghiera ma poi me ne vado a celebrare la Messa in cripta o nella cappella. Quando ho finito, torno e saluto”. Ecco, se un parroco dicesse così, esclameremmo: “Sei fuori di testa!”. Perché? Perché ormai abbiamo acquisito pienamente che la celebrazione della Messa non è solo tua, anche se valida, ma è di tutti noi, con la tua presidenza. Se non ci siamo noi, non è una Eucaristia normale, ha qualcosa di essenziale che manca. Analogamente dovremmo essere sempre più convinti che un atto di governo della Chiesa fatto dal solo parroco o dal solo vescovo, è come una celebrazione della Messa fatta dal solo sacerdote. Tutti devono partecipare a questo atto, così come tutti devono partecipare alla Messa. Rendiamoci conto di questo. Se sarà facile far entrare questa concezione della sinodalità e anche avere la convinzione e la passione che le cose stiano così, certamente affretteremo l’introduzione della sinodalità nella vita della Chiesa.
Talvolta si ha l’impressione che la sinodalità nelle parrocchie e nelle chiese locali sia percepita quasi come un’incombenza burocratica, un peso. Come evitarlo?
Se non ci si rende conto della importanza dell’agire insieme, si sentirà sempre come un peso, come qualcosa di non comprensibile, la sinodalità. Ritorno all’analogia con l’Eucarestia, sarebbe come se il parroco dicesse: “Mi pesa il fatto che siamo tutti in Chiesa e celebriamo insieme”. Va bene, però sei rimasto piuttosto indietro.
Lei ha partecipato a diversi Sinodi. Qual è il frutto che spera questo Sinodo sulla sinodalità possa portare alla Chiesa che, in questo momento, cammina verso l’Assemblea Ecclesiale del 2028?
Credo che la prima cosa sia quella della convinzione e della passione per la sinodalità e poi anche un rafforzamento della formazione dei laici. I laici hanno bisogno di capire sempre più che il loro apporto è decisivo e che per dare questo apporto è necessaria una formazione di catechesi, di spiegazione della realtà e dell'iniziazione. Quando un ragazzo si prepara, per esempio, per la Comunione o la Cresima, gli si spiegano tutte le realtà fondamentali della vita della Chiesa. In queste ci deve essere anche uno sguardo all’attività comune in parrocchia. Nei bambini si dovrebbe risvegliare la passione di essere una comunità, in modo da avere il desiderio di conoscerla e fare qualcosa. Un bambino che già si chiede “cosa posso fare per la mia parrocchia?” si porrebbe già una domanda molto interessante e sarebbe un oggetto molto opportuno per sviluppare una catechesi.
Quindi l’auspicio è che la sinodalità diventi strutturale nella Chiesa…
Bisogna rinnovare molto la formazione, inclusi dei pastori. Bisogna risvegliare questa coscienza nei fedeli perché sentano di far parte di una comunità e il desiderio di conoscere i problemi della comunità, di dire “cosa posso fare io per questa comunità? Cosa posso apportare come pensiero, come attività?”. Insomma avere una formazione, un’ottica che tante volte adesso non c’è.
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