Văn Thuận, il pastore che ha insegnato la speranza. Il Papa: esempio carico di attualità
Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano
Profetico, eroico, lungimirante, generoso, appassionato nella sua testimonianza di fede – anche durante gli anni di miseria umana che fu la sua detenzione durante i quali celebrava di nascosto la Messa con tre gocce di vino e una d’acqua sulla mano – tanto quanto nella sua dedizione a Dio e ai fragili del mondo. Sono sempre troppo poche le parole per descrivere la traccia luminosa lasciata su questa terra dalla vita e dall’opera dell’arcivescovo François Xavier Nguyễn Văn Thuận, il cardinale vietnamita dichiarato venerabile nel 2017, prigioniero delle carceri comuniste del suo Paese. Un “testimone di speranza”, lo definiscono tutti. Testimone di speranza è proprio il titolo del convegno che si è svolto oggi pomeriggio, 25 marzo, nel Palazzo Lateranense organizzato dalla Causa Beatificazione, insieme al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (attore della Causa) in collaborazione con Dicastero per il Clero, Diocesi di Roma ed Editrice Città Nuova.
Aneddoti e ricordi
Un momento di memoria, condivisione e partecipazione - dato anche dai momenti di musica e dagli aneddoti e dai racconti sugli aspetti più familiari del porporato - alla presenza dei cardinali Michael Czerny, Lazzaro You Heung-Sik, Luis Antonio Tagle, Baldo Reina, della sorella Élisabeth Nguyễn Thị Thu Hồng e del postulatore Waldery Hilgeman. Un’occasione, anche, per celebrare l’anniversario dei 50 anni dalla stesura del volume Il cammino della speranza, quei 1001 pensieri che il porporato scrisse dietro le sbarre, dove trascorse ben 13 anni (dal 1975 al 1988) e che volle dedicare ai suoi fedeli.
Il messaggio di Papa Leone XIV
Nella suggestiva Sala dei Trattati – quella dei Patti Laternanesi ma anche la stessa in cui, nel 2013, si firmò la conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione di Văn Thuận – è risuonato un applauso forte e spontaneo quando il moderatore del convegno, il giornalista dei media vaticani Alessandro De Carolis, ha annunciato la lettura di un messaggio di Leone XIV. Anche il Papa ha voluto dare il suo contributo a questo evento che – come recita il messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin – aiuta a riscoprire la “fervida testimonianza cristiana” di questo “generoso pastore”, il cui esempio “è carico di attualità”. Văn Thuận ricorda infatti che “la speranza cristiana nasce dall’incontro con Cristo e prende forma in una vita donata a Dio e al prossimo”, afferma il Papa.
Il cardinale Czerny: ancora oggi ci indica la via
Parole corroborate dall’intervento del cardinale Czerny, presidente del Dicastero per lo Sviluppo integrale che ha inglobato il Pontificio Consiglio “Iustitia et Pax” di cui Văn Thuận fu presidente. Gli conferì tale incarico nel 1998 Giovanni Paolo II, quale riconoscimento delle virtù – oggi si potrebbe dire “eroiche” – del cardinale che sempre ha propagato fuori e dentro la Chiesa i principi della giustizia e della pace. Questi valori non solo li ha promossi, ma lì incarnò “con le parole e con i fatti”, attraverso una esistenza “profondamente profetica e di abnegazione”, ha detto Czerny. Ha quindi riannodato i fili della storia del suo “illustre predecessore”: il servizio volontario a Huê in ospedali, carceri e lebbrosari; la costruzione di centri per lebbrosi a cui donò ogni risparmio a costo di vivere con frugalità; l’episcopato a Nha Trang, nel corso del quale avviò numerose iniziative educative e sociali e lavorò per la riconciliazione in un Paese diviso e, naturalmente, la prigionia, durante la quale mantenne un atteggiamento pacifico e misericordioso nei confronti persino delle guardie. “Ciò che gli diede forza nelle sue prove più difficili fu il Vangelo di Gesù Cristo”, ha affermato Czerny.
Il capo Dicastero ha rammentato pure il lavoro svolto a Roma da Van Thuận; dal 1991 non poté infatti tornare in patria e rimase “senza un ruolo definito” per diversi anni. In quel periodo svolse “un lavoro encomiabile” a sostegno dei rifugiati vietnamiti e la rete di aiuti internazionali. Come non ricordare, poi, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004, elaborato su spinta di Giovanni Paolo II, nel 1999, che gli chiese di estendere “un compendio comprensibile a tutti”. “Con l'aiuto di diversi esperti, Van Thuận avviò immediatamente una serie di seminari in varie parti del mondo, ovvero un processo di dialogo con le diverse aree geografiche, anziché redigere un documento a porte chiuse”, ha spiegato il cardinale. E come risposta al grido di tante aree della terra impoverite da sfruttamento ed esclusione, arrivò il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa con il quale, ancora oggi, questo grande cardinale continua ad indicarci la via: “Fede salda, speranza contagiosa, un amore che perdona sinceramente”.
Il vicario Reina: con lui raccogliamo l'eredità del Giubileo
Uno degli scritti di Van Thuận finì nelle mani anche del giovane sacerdote Baldo Reina, oggi cardinale vicario per la Diocesi di Roma. Lo ha ricordato lui stesso in un breve saluto iniziale: “Era il 1995 e un mio compagno di collegio mi mise tra le mani un libretto che lessi avidamente e da allora rimasi colpito da questa figura straordinaria”. Figura che Reina ha voluto collegare al Giubileo della speranza che ci ha lasciato “un impegno” più che “uno slogan”, quello di essere Pellegrini di Speranza, dunque testimoni di speranza. Van Thuận “con la sua forza, determinazione e pacatezza ci aiuta a raccogliere l’eredità del Giubileo e farla nostra”.
Il cardinale You: modello di vita cristiana
François-Xavier Nguyễn Văn Thuận è “un vero modello di vita cristiana e sacerdotale”, ha fatto eco il cardinale You che ha riportato nel suo intervento la testimonianza diretta di un compagno di prigionia buddista: il buddista Nguyen Thanh Giau, oggi responsabile dell’organizzazione Hoa Hao. Quindi ricordi del viaggio in nave, tutti incatenati, verso i campi di rieducazione al nord con le guardie che toglievano ai prigionieri gli effetti personali. “Tutti piangevano arrabbiati e disperati, ma il vescovo Thuận ci diceva: ‘Saremo spogliati di quasi tutto, però c’è una cosa che nessuno ci può togliere ed è la nostra fede in Dio”. Oppure le medicine, inviate dalla famiglia, che il presule condivideva coi compagni di cella che soffrivano il mal di mare o ancora i lavori forzati nei campi, con 2 gradi sotto zero, dove lui era costretto a svuotare le tazze portatili dei gabinetti. “Non volevamo che lui facesse questo lavoro sporco, ma lui ha insistito: È un onore per me partecipare alla vita di tutti noi”. “Sono stato con lui solo per pochi mesi, ma posso testimoniare che egli era quello che noi buddisti chiamiamo un Bo tac, cioè un uomo molto santo. Spero di vedere il giorno in cui il vescovo Thuan sarà dichiarato santo, così che possano venerarlo le persone di tutte le religioni”, ha detto Giau. Parole che You ha fatto sue: “La sua vita è stata segnata da prove durissime, ma proprio in quelle prove si è manifestata la grandezza della sua fede”.
Il cardinale Tagle: servitore di Dio e della Chiesa
Dalle lacrime ai sorrisi - o alle vere e proprie risate - per la serie di aneddoti snocciolati dal cardinale Tagle che Văn Thuận lo ha conosciuto davvero da vicino. Un legame nato spontaneamente e divenuto via via più solido, tanto che il cardinale disse a quello che all’epoca era un giovane prete filippino di chiamarlo “zio”. L’anno era il 1995, l’occasione la plenaria della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (FABC). A Tagle il compito di tenere una riflessione introduttiva: “Quando mi trovai davanti ai vescovi dell’Asia, mi pentii di aver accettato l’invito. Tremando come un fascio di nervi, lessi il mio testo in fretta e, una volta terminato, mi precipitai fuori dall’auditorium, andai nella sala da pranzo, mi preparai una grande tazza di caffè e sperai che nessuno mi vedesse. Mentre sorseggiavo il caffè, un vescovo si avvicinò: ‘Sembravi nervoso durante la conferenza, ma te la sei cavata benissimo. Sei stato eccellente”, gli disse. Era Văn Thuận che seduto a quel sacerdote emozionato raccontò la sua storia. “Mi colpì il fatto che, mentre ricordava esperienze dolorose e persino umilianti, la sua voce rimanesse calma e il suo volto sereno. Non c’era traccia di amarezza e odio in lui”, ha raccontato Tagle. “Prima di separarci, mi disse: ‘D’ora in poi chiamami zio. Se vai a Roma, assicurati di venire a trovarmi’”. Tagle mantenne la promessa e, ogni volta che si trovava a Roma, telefonava a Văn Thuận, presidente del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace (“Mio zio ora era presidente!”). Cene insieme, chiacchierate, regali di libri, Tagle presente alla creazione cardinalizia di Văn Thuận e Văn Thuận assente all’ordinazione episcopale di Tagle per i problemi di salute. “Ha promesso di pregare per me. Abbiamo scherzato sul fatto che il cardinale ora ha un nipote vescovo”. Nel 2002 di nuovo a Roma, l’attuale pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione aveva telefonato alla residenza del porporato vietnamita: “Mi è stato detto che lo zio cardinale era gravemente malato. Aveva un cancro allo stomaco. Ora capisco perché mangiava così poco. Doveva soffrire quando mi portava al ristorante. Ma la sua sofferenza non gli impediva di rendere felici gli altri”. Il 16 settembre, la morte. Tagle era alla Messa funebre il 20 settembre 2002 a San Pietro. “La tristezza era palpabile nell’aria, ma anche la gratitudine per il dono di questo servitore di Dio e della Chiesa. Mentre mi avvicinavo alla porta, mi sono fermato e ho toccato la sua bara, sussurrando: ‘Zio, sono qui. Hai fatto un ottimo lavoro. Sei stato eccellente’”.
Il "grazie" della sorella Élisabeth
Toccante pure l’intervento della sorella Élisabeth, voce di tutta la famiglia Văn Thuận sparsa nei cinque continenti. Sulle labbra della donna una parola costante: “Grazie”. Grazie per la diffusione della testimonianza del fratello e per questa vicenda non facile che Dio ha costruito con lui e che, come un filo rosso, ha unito la storia di persecuzione dei loro antenati, costretti a vedere marchi sul volto, villaggi distrutti, proprietà confiscate, famiglie cristiane separate con la forza. Nonostante tutto, “riuscirono a mantenere viva la presenza di Gesù, e questo li tenne uniti nella fede”. Lo stesso fece suo fratello François quando scrisse e inviò clandestinamente le 1001 Meditazioni: un “viaggio di evangelizzazione” che toccò celle e campi, attraversò oceani, viaggiò coi boat people. “Oggi, insieme a voi, in uno spirito di gratitudine, siamo testimoni della potenza della presenza di Dio attraverso la storia di un pastore separato dal suo gregge, pur rimanendo intimamente unito a tutti loro attraverso la Parola di Dio”.
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