Musei Vaticani, il Grand Tour nel racconto dei viaggiatori illustri
Paolo Ondarza – Città del Vaticano
In tempi di overtourism, tornare alle origini del viaggio può aiutare a riscoprirne il significato più autentico. Nel libro “Figure illustri. Protagonisti del Grand Tour a Roma e in Vaticano”, Edizioni Musei Vaticani, Pier Andrea De Rosa accompagna il lettore nella comprensione più profonda di quel lungo viaggio di istruzione intrapreso da intellettuali e giovani rampolli europei tra il XVII e il XIX secolo alla volta della Città Eterna e, più in generale, dell’Italia.
Roma meta ineludibile
Il volume, presentato martedì 5 maggio presso la Sala Conferenze dei Musei Vaticani, dà voce alle testimonianze di tredici protagonisti, da Johann Wolfgang Goethe a Charles Dickens, da Madame de Staël a Lord Byron, fino agli americani Herman Melville e Nathaniel Hawthorne.
Un viaggio che aveva una meta imprescindibile: Roma, “perché era il baluardo della cristianità e il centro della classicità”, spiega De Rosa. Una città che, come ricorda nella prefazione il Direttore dei Musei Vaticani Barbara Jatta, è stata per secoli punto di riferimento per pellegrini, artisti ed eruditi, attratti non solo dalle vestigia dell’antichità, ma anche dalla ricchezza spirituale e culturale del Vaticano.
Un viaggio tra fatica e meraviglia
Lontano dall’immagine idealizzata, compiere il Grand Tour significava anche affrontare un’impresa complessa e faticosa. I viaggi potevano durare settimane, se non mesi, tra scomodità e imprevisti. La permanenza, lontano dalla patria, si protraeva anche per qualche anno nell’articolato itinerario, a tappe, tra le principali città del Belpaese.
“Tutto il viaggio era un’avventura”, racconta De Rosa. “Si partiva dal Nord Europa in carrozza, attraversando le Alpi sotto la neve”. Freddo, case prive di comfort, strade impervie, caratterizzavano quest’esperienza, compiuta spesso nei mesi più freddi dell’anno: “Paradossalmente questi viaggiatori provenienti dal freddo e in cerca di sole, finivano col venire in Italia in inverno, per assistere alle celebrazioni religiose del Natale e della Pasqua. Alloggiando in dimore spesso prive di camini, imposte e tappeti, cercavano riparo nelle chiese. San Pietro era considerato un termosifone. Quando arrivava la primavera poi la malaria li costringeva ad abbandonare Roma e a spostarsi verso Napoli”.
I primi souvenir
La fatica veniva ampiamente ricompensata. Lo testimonia il ricordo poetico, idealizzato, registrato in incisioni e dipinti, fatti eseguire per l’occasione. “Erano testimonianze da riportare in patria”. Nasce così anche il vedutismo come categoria dell’arte. Le stampe di Van Wittel o i quadri di Pompeo Batoni, sono souvenir ante-litteram per chi poteva permetterseli: testimoniano l’esperienza vissuta in Italia da questi viaggiatori. “Come potevano ricordare una volta in patria quello che avevano vissuto? Non c’era la fotografia. E allora si facevano ritrarre: in primo piano c'era il personaggio, sullo sfondo gli scorci di Roma”, luoghi comuni, immediatamente riconoscibili. In alternativa, i più facoltosi, quasi sempre inglesi, tornavano a casa con oggetti di lusso come tabacchiere, fermacarte, spille, gioielli sui quali campeggiavano resti archeologici o scorci di campagna romana, eseguiti a micromosaico.
Le voci dei viaggiatori
La scelta di raccontare il Grand Tour attraverso i diari e le lettere dei protagonisti restituisce un quadro vivo e non patinato. “Qual è il modo migliore? Attraverso le voci di personaggi dei quali possiamo fidarci”, spiega De Rosa. Emergono così sguardi diversi, a volte anche critici, come Charles Dickens o altri viaggiatori non cattolici. Ciò che accomuna tutti è lo stupore di fronte alla bellezza di Roma e del Vaticano.
Il fascino del Vaticano
Tra le tappe imprescindibili del viaggio, il Vaticano occupa un posto centrale. Non solo per la dimensione religiosa, ma anche per il fascino e la ricchezza delle collezioni pontificie. Sono gli anni in cui nascono i primi grandi musei pubblici: nel 1734 il Capitolino, nel 1771 il Pio Clementino, all’origine dei moderni Musei Vaticani.
“Il turista appena arrivato a Roma doveva scegliere: prima il Colosseo o prima San Pietro?”, racconta De Rosa. E quando arrivava sulla tomba di Pietro, giunto sull’attico della Basilica era grande la sorpresa nell’imbattersi in una vera e propria cittadella, tra cani e gatti: “Lì in cima c’erano le casette dei Sampietrini, i custodi della Basilica. Sono episodi accessori, ma offrono uno spaccato gustoso di questo viaggio”.
Guardare, non solo vedere
Tra le figure raccontate nel volume emerge quella di Goethe, che sintetizza lo spirito più profondo del Grand Tour. “Si tratta non di vedere, ma guardare. Questa è la filosofia di Goethe”, spiega De Rosa alludendo ad una dimensione del viaggiare coinvolgente, profonda, non epidermica, insieme fisica e spirituale.
Un invito per il presente
Il volume diventa così anche una riflessione sul presente. In un’epoca in cui il viaggio rischia di ridursi a consumo rapido di immagini, il Grand Tour invita a riscoprire il tempo dell’esperienza e della conoscenza.
“È un invito a conoscere la città”, conclude De Rosa, arrivando a formulare un auspicio: “che il Grand Tour possa essere studiato nelle scuole”.
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