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Fabrice Hadjadj durante il suo intervento al Meeting di Rimini Fabrice Hadjadj durante il suo intervento al Meeting di Rimini
L'angolo della LEV

Meeting, il filosofo Hadjadj e quell'arca della grazia di Dio

L'intellettuale francese ha preso parte alla kermesse di Cl, partecipando all'incontro "Per l’umano e per l’eterno: l’amor che genera" e ha anticipato, in un'intervista esclusiva ai media vaticani, alcuni dei temi del libro "Noè. Cominciare alla fine del mondo", pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana e disponibile dal 27 agosto

Eugenio Murrali - inviato a Rimini

"Se noi non siamo perduti, non è per ritirarci in tranquillità, ma per offrirci, nella continuazione di questa vita che è dono della propria vita e dono della vita affinché essa si doni di nuovo". La scelta e la responsabilità sono i temi al centro della riflessione di Fabrice Hadjadj, scrittore, filosofo e drammaturgo francese nel suo testo Noè. Cominciare alla fine del mondo (LEV, 2026). L’intellettuale, in questi giorni presente al Meeting di Rimini, nel suo volume, a partire dalla narrazione biblica, restituisce un racconto che parla di noi, della libertà e delle nostre decisioni.

Noè è colui che rovina la festa, che costruisce l’arca mentre tutti si abbandonano al piacere e all’incoscienza. Che cosa rappresenta oggi il “guastafeste” nella nostra società?

Qui il “guastafeste” è colui che annuncia la vera gioia, quella che non è forzata, che è un dono dell’altro, che viene dalla verità e dalla giustizia. Noè è il primo, nella Bibbia, a essere chiamato «uomo giusto» (Genesi 6,9) e il primo a ricevere esplicitamente «la grazia di Dio» (cfr. Genesi 6,8). Attorno a lui, «ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra» (Genesi 6,12). Il mondo che precede il diluvio è già un mondo liquido: il confine tra l'umano e il non umano è stato cancellato. I giganti si uniscono alle figlie degli uomini e, aggiunge Rashi di Troyes, la tradizione ebraica con lui, gli uomini si accoppiavano con le bestie. Non siamo soltanto in quella che oggi viene chiamata “fluidità di genere”. Siamo nella fluidità della specie. E la falsa festa nella quale stiamo sprofondando è quella di uno stordimento, di un accecamento davanti alla morte inevitabile: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo!

Lei insiste sulla “santa separazione” come condizione della vera alleanza e della diversità. Perché la distinzione tra le specie, tra il maschile e il femminile, tra il puro e l’impuro, è così centrale nella sua riflessione?

Prima di essere una mia riflessione, è l'affermazione delle Scritture. In tutte le mitologie pagane ci sono metamorfosi, donne che si trasformano in alberi o in uccelli, uomini che diventano lupi o leoni. Nulla di tutto ciò nella Bibbia. Dio crea separando, strappando le creature al caos informe. Ogni essere vivente esiste secondo la propria specie (è un ritornello dei primordi). Il mio testo è un racconto, l’ho scritto soprattutto come poeta. Come pensatore, sono stato profondamente segnato da Emmanuel Lévinas: il volto dell’altro come epifania dell'infinito. La comunione non è una confusione, ma un’unione feconda in una distinzione radicale. Il mistero della Trinità ci invita a questo senso eterno dell'alterità: la sostanza divina è assolutamente una, le persone divine sono infinitamente distinte.

Il filosofo Hadjadj al Meeting di Rimini
Il filosofo Hadjadj al Meeting di Rimini

Nel suo racconto, l'arca non è soltanto un rifugio, ma anche una «casa del segno», parola, bara e culla. Che cosa rappresenta per lei l’arca di fronte al caos del mondo moderno?

Perché parla del caos del mondo moderno? Ci sono treni che arrivano in orario. C'è questa intervista che stiamo facendo e che viene pubblicata su un giornale. Del resto, non siamo più nella modernità, con la sua fede nel progresso e il suo umanesimo ateo. Siamo in una postmodernità segnata dal sentimento dell'imminenza di un crollo, se non addirittura di un’estinzione totale, e dalla fuga in quello che Papa Francesco e Papa Leone XIV hanno chiamato il «paradigma tecnocratico». È qui l’analogia con il tempo del diluvio. Davanti alla catastrofe imminente si moltiplicano i dispositivi di divertimento e si cerca di accoppiare l’uomo con la macchina, con la bestia, con il nulla. L’arca, in questo contesto, è anzitutto la Chiesa. Attraverso i suoi sacramenti (impossibile amministrare un sacramento via Internet), essa esige una prossimità reale. Delle famiglie si ritrovano di nuovo attorno a una tavola, condividono il pane e il vino della vita, parlano delle cose più semplici e più eterne.

Perché Noè salva anche ciò che è impuro?

È una domanda imprescindibile. L’arca, con i suoi scompartimenti e i suoi tre piani, è lì per preservare le distinzioni orizzontali e verticali. Ma con essa appare anche, per la prima volta, la distinzione tra gli animali puri e quelli impuri. Ci sono qui due affermazioni fondamentali. La prima è che, per salvaguardare il mondo, e contrariamente a ogni utopia totalitaria, occorre salvaguardare anche l’impuro. Gesù dirà: «Lasciate che l'una (la zizzania) e l’altro (il grano) crescano insieme» (Matteo 13,30). In tal senso, i commentatori ebrei della Genesi dicono che la moglie di Noè era una discendente di Caino, cosicché persino la discendenza del primo assassino viene preservata. La seconda affermazione è che gli animali puri, allevati per l’alimentazione, sono anche gli unici adatti al sacrificio. C’è dunque un legame tra la purezza e il dono della propria vita. E alcune bestie, in particolare l’agnello, appaiono improvvisamente come i nostri maestri spirituali.

Dopo il diluvio, Noè offre sacrifici e riflette sulla colpa e sulla grazia di essere sopravvissuto. Quale responsabilità ha colui che "è salvato"?

Noè sa che, se è giusto, lo è per grazia. Come sopravvissuto, sente che la sua vita non gli appartiene. È dunque pronto a offrirla per la salvezza degli altri. Ma è una prospettiva che riguarda tutti: noi, i viventi, che ci troviamo in questo tempo alla punta estrema di tutte le generazioni passate, perché siamo qui? Non abbiamo come vocazione fare memoria e rilanciare il futuro, restituendo la generosità che abbiamo ricevuto?

Lei scrive: "Così, tra l'arca e il mattatoio, tra la vita e la carne, c'è il sangue dell'altare. Così, tra la preservazione e la morte, e per superare definitivamente la tentazione del suicidio, c'è il sacrificio". Può spiegare questo passaggio?

La prima cosa che Noè fa dopo aver ritrovato la terraferma è offrire un sacrificio di animali puri. L’arca si trasforma in altare e poi in pira. Gli animali salvati diventano i sacramenti della nostra stessa offerta. Ho sempre pensato che ci fosse una sola alternativa: il suicidio o il martirio, l’odio per il dono della vita fino all’autodistruzione, o l’amore per questo dono fino all’ultima testimonianza.

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25 agosto 2026, 15:00