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Nelle stesse ore Teheran ha respinto anche le accuse relative a una vasta chiazza di petrolio comparsa vicino all’isola iraniana di Kharg Nelle stesse ore Teheran ha respinto anche le accuse relative a una vasta chiazza di petrolio comparsa vicino all’isola iraniana di Kharg 

Medio Oriente, Trump attende la risposta di Teheran al piano Usa "entro questa notte"

Trump ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero riattivare l’Operazione “Freedom”, la missione militare per la scorta delle navi commerciali nello strategico passaggio marittimo tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. Secondo indiscrezioni raccolte dalla rivista The Atlantic, il presidente americano sarebbe però «stanco della guerra» e intenzionato a evitare una nuova escalation in Medio Oriente

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

L’attesa è ora tutta concentrata sulla risposta dell’Iran all’ultima proposta americana per mettere fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz. Il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato oggi ai giornalisti di aspettarsi «questa notte» una lettera da Teheran sul piano presentato da Washington. «Vedremo come andrà», ha detto il tycoon lasciando la Casa Bianca per partecipare a una cena nel suo golf club in Virginia. In caso di mancata risposta positiva, Trump ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero riattivare l’Operazione “Freedom”, la missione militare per la scorta delle navi commerciali nello strategico passaggio marittimo tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.

L'agenda americana

Secondo indiscrezioni raccolte dalla rivista The Atlantic, il presidente americano sarebbe però «stanco della guerra» e intenzionato a evitare una nuova escalation in Medio Oriente. Trump, riferiscono fonti vicine alla Casa Bianca, non vorrebbe restare impantanato nella regione come alcuni suoi predecessori e avrebbe espresso preoccupazione per il progressivo esaurimento delle scorte di armamenti statunitensi. Anche alcuni alleati arabi di Washington, tra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avrebbero manifestato timori per una ripresa degli attacchi americani, che potrebbe esporli nuovamente a rappresaglie iraniane. Sul dossier pesa inoltre l’imminente viaggio di Trump a Pechino per incontrare il presidente cinese, Xi Jinping, la prossima settimana. Il presidente statunitense vorrebbe presentarsi al vertice sostenendo che la guerra si sta avviando verso la conclusione, anche perché il conflitto e il blocco di Hormuz incidono direttamente sugli interessi energetici della Cina, principale importatore mondiale di greggio iraniano. Secondo dati doganali cinesi e analisi internazionali, Pechino acquista quotidianamente circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, una dipendenza che rende la stabilità del Golfo cruciale anche per l’economia cinese.

La sfida passa per le Nazioni Unite

Intanto Washington ha presentato una nuova bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiedendo all’Iran di interrompere gli attacchi e la posa di mine nello Stretto di Hormuz. Il testo, rivisto rispetto alla precedente versione bocciata ad aprile da Cina e Russia, elimina il riferimento esplicito al Capitolo VII della Carta Onu, che avrebbe aperto la strada a sanzioni o azioni militari, ma mantiene toni duri contro Teheran e riafferma il diritto degli Stati membri a difendere le proprie navi da attacchi e minacce alla libertà di navigazione. Resta però difficile immaginare un sostegno di Pechino e Mosca, soprattutto alla vigilia del summit tra Trump e Xi. Dal canto suo l’Iran ha accusato gli Stati Uniti di mettere a rischio la sicurezza internazionale. In una lettera indirizzata alle Nazioni Unite, il rappresentante iraniano, Saeed Iravani, ha denunciato che «le continue azioni militari statunitensi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz potrebbero produrre conseguenze catastrofiche ben oltre la regione». Teheran ha inoltre definito «pirateria» gli attacchi americani contro due petroliere iraniane e altre installazioni costiere avvenuti giovedì sera, sostenendo che si tratti di una violazione del cessate il fuoco ancora formalmente in vigore. Le tensioni nello Stretto erano già aumentate nelle ultime ore dopo che il Comando centrale americano aveva annunciato di aver colpito due petroliere battenti bandiera iraniana nel Golfo dell’Oman, accusate di violare il blocco navale imposto dagli Stati Uniti. Secondo il Centcom, oltre settanta petroliere sarebbero state fermate dall’inizio delle operazioni, impedendo il trasporto di circa 166 milioni di barili di petrolio iraniano per un valore stimato superiore ai 13 miliardi di dollari. Teheran ha reagito duramente parlando di «avventurismo sconsiderato» da parte di Washington.

Gli sforzi diplomatici

Sul piano diplomatico proseguono intanto gli sforzi di mediazione. A Washington il vicepresidente statunitense JD Vance ha incontrato il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere della «de-escalation delle tensioni nella regione». Doha, insieme al Pakistan, continua a svolgere un ruolo centrale nei contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran nel tentativo di favorire un accordo più ampio che garantisca una pace duratura. Nelle stesse ore Teheran ha respinto anche le accuse relative a una vasta chiazza di petrolio comparsa vicino all’isola iraniana di Kharg, importante terminale per l’export energetico del Paese. Il parlamentare iraniano, Jafar Pourkabgani, ha attribuito l’inquinamento a «residui di petrolio e acque di zavorra scaricate da petroliere europee», definendo «operazione psicologica del nemico» le ricostruzioni diffuse da alcuni media occidentali secondo cui l’Iran avrebbe deliberatamente riversato greggio in mare a causa della saturazione dei depositi.

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09 maggio 2026, 09:40