Cerca

Mediterraneo, migranti partiti dalla Tunisia Mediterraneo, migranti partiti dalla Tunisia

Tunisia, la richiesta di giustizia delle mamme dei giovani che scompaiono in mare

Il dolore di chi non ha più notizie dei figli partiti per avere un futuro e ingoiati da un Mediterraneo che spesso non restituisce neanche i corpi. Dal 2016 l’Associazione delle madri dei dispersi lavora al fianco di donne che non smettono di cercare i loro cari

di Luca Attanasio

«Mi chiamo Latifa Walhazi, sono la sorella di Ramsi, un ragazzo di 23 anni che a marzo 2011, in piena Rivoluzione dei Ciclamini, quando tutto sembrava cambiare e gli orizzonti, specie per noi giovani, sembravano finalmente aprirsi, decise di tentare il viaggio verso l’Europa. Da allora non abbiamo più notizie e siamo ancora in attesa, almeno di poter piangere la sua morte». In questa frase con cui Latifa si presenta, c’è racchiuso il dramma di tantissime vite sospese che hanno visto uno dei propri cari partire dal Sud globale alla volta dell’Europa e che dopo anni, anche più di un decennio, ancora lo attendono. In Tunisia tante mamme, tanti famigliari, non riescono ad accettare che il proprio ragazzo scomparso, a volte giovanissimo, sia morto. Non riescono a mettere la parola ‘fine’ al dramma di un distacco, a volte senza neanche un saluto, un abbraccio, e continuano a cercare. Come una nuova versione di Madri di Plaza de Mayo, girano con le foto dei propri figli per uffici ministeriali, prefetture, sedi di Ong, e attendono. «A un certo punto – riprende Latifa – le mamme sentirono il bisogno di darsi una struttura, creare una rete per essere più efficaci nelle proprie richieste e per sostenersi a vicenda. Fu mia madre, Fatma Kassraouin, che assieme ad altre mamme di ragazzi scomparsi, fondò nel 2016 l’Associazione delle Madri dei Dispersi (Association des Mamans des Disparus). Dal 2021 sono diventata io la presidente e dirigo questa piccola realtà senza ancora una sede legale né un conto corrente, ma molto attiva nel Paese e fuori».

L'Associazione delle Madri dei Dispersi

L’Associazione svolge una serie fondamentale di attività, da quelle più pratiche come insegnare a compilare i moduli e conoscere gli uffici a cui rivolgersi per effettuare le ricerche o anche per denunciare la scomparsa di un proprio caro, fino a ad alcune di più ampio respiro e di carattere politico: stanno spingendo per ottenere il potenziamento del sistema di identificazione attraverso il Dna dei cadaveri o parti di essi che il mare restituisce, hanno ottenuto un reddito mensile e un'assicurazione sanitaria gratuita per le famiglie dei dispersi e sono in contatto con Alarm Phone (lo strumento creato da reti di attivisti per fornire un numero di emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio, ndr). «Molti giovani qui da noi, almeno una volta nella vita, programmano l'ḥarga, come qui chiamiamo il “viaggio” irregolare (dal verbo ḥaraqa "incendiare", utilizzato per indicare l’atto di bruciare i confini europei e al tempo stesso i documenti sostanzialmente inutili per l’impossibilità de facto di ottenere visti regolari, ndr). Si può dire che mio fratello aveva un futuro assicurato: era molto bravo a scuola e all’università aveva già intrapreso studi per diventare magistrato. Ma era ossessionato dal garantire una protesi a mio padre che aveva perso una gamba e senza dirci nulla è partito».

15 anni di partenze

Dall’inizio delle Primavere arabe, tanti giovani hanno sentito l’impulso a lasciare le proprie terre, segnate da instabilità e crisi economica, per cercare un futuro diverso altrove. A questo fenomeno è corrisposto un progressivo arroccamento dell’Europa che ha reso sempre più complesso l’accesso legale entro le proprie frontiere. «Dal 2011 sperimentiamo tanta sofferenza. Tantissimi ragazzi sono partiti e da loro non abbiamo più ricevuto notizie. Fin dai primi mesi, molta gente ha approfittato del nostro dolore, ci davano false speranze, ci chiedevano soldi per finte ricerche, e aumentavano la nostra sofferenza. Per questo abbiamo deciso di fondare l’Associazione. Grazie al sostegno di avvocati, della Lega Tunisia dei Diritti Umani e di altre organizzazioni, siamo diventate un riferimento professionale e umano per tante famiglie in Tunisia e in altri Paesi africani».

Vite sospese

L’Associazione è in rete con una serie di altre realtà di mamme e di famiglie in tutta l’Africa. Si scambiano informazioni, si coordinano e si sostengono moralmente allargando il senso di famiglia. «Siamo in contatto con mamme camerunesi, senegalesi, algerine, marocchine e di altri Paesi. Sentiamo forte il senso di appartenenza e di richiesta di giustizia». «Ramsi era il mio fratello minore – torna sulla vicenda che ha travolto la sua famiglia - il più piccolo di casa e io, per lui, sono stata una mamma. Dal 2011 vivo come sospesa, in uno stato di lacerazione profonda. Penso sempre a mio fratello, ho chiamato Ramsi mio figlio e a volte mi dicono che è troppo, che dedico troppe energie a mio fratello scomparso e ai ragazzi come lui inghiottiti nel nulla. Ma, oltre che per il cuore, la vivo come una questione di giustizia. L'Europa ci ha lasciati soli e costringe i nostri giovani, come quelli di tutta l’Africa, a viaggi mortali perché non concede visti, come se fossimo tutti criminali. Perché? E voi invece? Se volete venire da questa parte del Mediterraneo, non avete alcun problema, ottenete facilmente un visto o, in alcuni casi, non dovete neanche chiederlo. A noi non è concesso».

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.

24 giugno 2026, 13:01