Sudan, ancora violenze nel Kordofan settentrionale: 18 vittime ad Al Rahad
Roberta Barbi – Città del Vaticano
L’ultimo attacco, ieri, è avvenuto contro il mercato principale e un quartiere di Al Rahad, cittadina a sudest della capitale del Kordofan settentrionale, El Obeid, meta, in questi mesi, per migliaia di sfollati fuggiti dal Darfur e dalla regione del Nilo Azzurro e dove le forze di supporto rapido sudanesi stanno concentrando il proprio assedio lanciando attacchi quotidiani e ordinando continue evacuazioni della popolazione. Domenica scorsa, invece, in un altro raid, erano rimaste uccise almeno 12 persone nel villaggio di Al Musalamiya.
Il nuovo volto della guerra
Per tutta risposta, sempre ieri, l’esercito regolare ha colpito un deposito di carburante a Mellit e bombardato alcune autocisterne al confine con il Ciad per indebolire il nemico contro il quale combatte dal 2023 ricevendo ultimamente un concreto sostegno dalla Turchia e dall’Arabia Saudita. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, in Sudan il lancio di droni rappresenta la più grave minaccia per la popolazione civile e sta di fatto cambiando il volto di una guerra che insiste dall’aprile del 2023 e che secondo le stime ha già causato 400mila vittime, mentre sono oltre 14 milioni le persone costrette a scappare dalle proprie case e a trovare rifugio altrove, creando la peggiore crisi di sfollati al mondo.
Gli appelli della comunità internazionale
Sulla situazione nel Kordofan settentrionale, nei giorni scorsi era tornato a puntare i riflettori il Programma alimentare mondiale denunciando le condizioni di rischio grave per almeno mezzo milione di persone, data l’affluenza di sfollati a El Obeid dove iniziano a scarseggiare le risorse alimentari. Si moltiplicano, infine, gli appelli della comunità internazionale: i ministri degli Esteri del G7 hanno chiesto un immediato cessate il fuoco ed espresso preoccupazione per presunte gravi violazioni dei diritti umani, mentre l’Unione Europea ha vietato l’importazione di oro dal Sudan, ritenendolo il bene principale utilizzato per finanziare il conflitto.
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