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Giacomo Sferlazzo, artista e attivista “di frontiera” che vive e lavora a Lampedusa ©fotovaticannews Giacomo Sferlazzo, artista e attivista “di frontiera” che vive e lavora a Lampedusa ©fotovaticannews

Lampedusa, l'arte che custodisce la memoria dei migranti

Alla vigilia della visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, l'artista, musicista e cantastorie Giacomo Sferlazzo racconta ai media vaticani il suo impegno per custodire la memoria delle migrazioni attraverso gli oggetti recuperati dai barconi, il teatro dei pupi e lo spazio culturale PortoM. Un percorso che invita a guardare oltre l'emergenza e a interrogarsi sulle cause delle partenze

Fabio Colagrande, Gabriella Ceraso e Franco Piroli– Città del Vaticano

Lampedusa è molto più del confine d'Europa. Per Giacomo Sferlazzo è una terra di memoria, di arte e di responsabilità. Cantautore, musicista, cantastorie, pittore e animatore culturale, da anni trasforma i resti dei viaggi dei migranti in strumenti di narrazione, recuperando oggetti, legni dei barconi e frammenti di vite per restituire loro dignità e memoria. Attraverso il collettivo Askavusa, l'associazione Figli di Abele e lo spazio culturale PortoM, il suo lavoro intreccia teatro popolare, musica e arti visive per raccontare la complessità delle migrazioni. Alla vigilia della visita di Papa Leone XIV nell'isola siciliana, Sferlazzo ne parla in un'intervista a Radio Vaticana - Vatican News, contenuta nel docufilm "Lampedusa, l'isola della speranza".

Il documentario "Lampedusa l'isola della speranza" con l'intervista a Giacomo Sferlazzo

Gli oggetti che raccontano le persone

"La questione delle migrazioni è una questione molto complessa, che spesso si tende a banalizzare", osserva Sferlazzo, denunciando il rischio di "disumanizzare queste persone" oppure di ridurle "a delle retoriche poi utilizzate dalla politica o da altri interessi". Da questa convinzione nasce il lavoro di recupero degli oggetti lasciati sui barconi. Materiali che, racconta, finiscono troppo spesso distrutti insieme alle imbarcazioni, nonostante rappresentino "un patrimonio storico, di memoria culturale enorme, che è stato invece trattato come rifiuto". L'origine di questo percorso affonda in una scoperta casuale avvenuta nella discarica di Lampedusa, dove l'artista trovò il diario di un diacono etiope e numerose fotografie e lettere appartenute ai migranti. Da allora iniziò un paziente lavoro di recupero che ancora oggi continua.

Oltre la "pornografia" del dolore

L'obiettivo, spiega, non è suscitare una commozione fine a se stessa. "Non volevamo alimentare quella che abbiamo definito pornografia del dolore", afferma. Gli oggetti esposti devono piuttosto aiutare a comprendere le persone che li hanno posseduti e, soprattutto, interrogare chi li osserva.

Per questo PortoM è stato pensato come uno spazio che tiene insieme "un approccio dell'anima e un approccio dell'intelletto": da una parte "entrare in contatto con queste persone attraverso gli oggetti", dall'altra chiedersi "perché le persone vanno via", "quali responsabilità abbiamo noi come Occidente" e "perché non possono viaggiare in maniera regolare", evitando così le tragedie che continuano a consumarsi nel Mediterraneo.

Giacomo Sferlazzo con i suoi pupi siciliani, costruiti con il legno dei barconi naufragati o approdati a Lampedusa ©fotovaticannews
Giacomo Sferlazzo con i suoi pupi siciliani, costruiti con il legno dei barconi naufragati o approdati a Lampedusa ©fotovaticannews

PortoM, un luogo di memoria

Nel nome PortoM è racchiusa l'identità di questo spazio culturale. "M sta per memoria, sta per migrazioni, sta per monnizza, che significa spazzatura, sta per Mediterraneo, sta per musica, per Madre, Madonna", racconta Sferlazzo. La memoria, aggiunge, è il cuore del progetto. "Questo è un luogo di resistenza della memoria", perché, nonostante a Lampedusa si parli continuamente di migrazioni, "a volte c'è un processo di rimozione all'interno dell'isola". Per l'artista, invece, "bisogna parlare e bisogna interrogarsi del perché accade questo e quali sono le soluzioni, perché ci sono delle soluzioni". PortoM è anche uno spazio che negli anni ha saputo costruire un rapporto sempre più stretto con la comunità locale. "Dopo anni si sta creando un'importante relazione con la comunità a partire dai più piccoli", grazie soprattutto al recupero del teatro dei pupi e ai laboratori rivolti alle scuole.

L'ingresso di PortoM a Lampedusa ©fotovaticannews
L'ingresso di PortoM a Lampedusa ©fotovaticannews

Il teatro dei pupi racconta le migrazioni

Per Sferlazzo memoria e narrazione sono inseparabili. "La memoria è legata strettamente all'arte e alla poesia", spiega. "La narrazione serve anche a tramandare la memoria. La figura del Cantastorie è questo, la figura del Puparo è anche questo". Da questa convinzione è nato uno spettacolo costruito con pupi realizzati utilizzando "i legni delle barche dei migranti e i vestiti dei migranti". Protagonista è Ahmed, un ragazzo tunisino figlio di minatori che affronta il viaggio verso l'Europa, sopravvive a un naufragio, conosce lo sfruttamento nei campi italiani e infine sceglie di tornare nel proprio Paese per contribuire al riscatto della sua comunità. Lo spettacolo, già rappresentato a Lampedusa, Palermo e Barcellona, sarà portato anche ad Agrigento e Licata davanti a centinaia di studenti. "È un tema importante che riguarda il mondo", osserva Sferlazzo, convinto che esista "in molti casi l'esigenza di conoscere di più, di sapere di più di questo tema così complesso e delicato".

Per l'artista lampedusano, la cultura resta così uno degli strumenti più efficaci per custodire la memoria e restituire un volto alle persone che attraversano il Mediterraneo, andando oltre i numeri dell'emergenza e le contrapposizioni della cronaca quotidiana.

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03 luglio 2026, 16:00