Leone XIV dialoga con le "frontiere" del PAM: nutrite i sogni di speranza del mondo
Edoardo Giribaldi – Roma
Non sempre un discorso richiede riflessioni o preparazione. A volte basta una parola letta durante il cammino — anzi, due — per ispirare. Altre volte ancora, non serve neanche parlare: bisogna mettersi in ascolto. È quello che fa Papa Leone XIV, a margine del lungo e articolato discorso pronunciato al Consiglio esecutivo del Programma Alimentare Mondiale, incontrando alcuni rappresentanti delle cosiddette "zone di frontiera" dove l'agenzia opera e, nel Giardino della Pace antistante i quartieri generali dell'organizzazione onusiana, la "famiglia" dei dipendenti.
"Buongiorno, buon pomeriggio, buonasera!"
"Buongiorno, buon pomeriggio, forse buonasera!": in questo caso basta un saluto per rendersi conto dell'universalità dell'operato del PAM. Così esordisce il Pontefice, collegandosi in videochiamata con cinque operatori impiegati "nel difficile compito della lotta contro la fame", spesso rischiando "letteralmente la vita".
Desidero assicurarvi il sostegno della preghiera dell'intera comunità mondiale e, in modo particolare, della Chiesa cattolica, che molto spesso collabora ai programmi che voi coordinate e nei quali operate. Il lavoro di far giungere gli aiuti a coloro che ne hanno più bisogno rappresenta, naturalmente, una grande sfida
Il circolo vizioso di fame e guerra
Ed è qui che il Papa si pone in ascolto. Prende prima la parola Carlos, dal Venezuela, che racconta le difficoltà di un Paese segnato dalle recenti turbolenze politiche. Poi Nancy, dal Sud Sudan, spiega come il suo lavoro la porti a raggiungere comunità isolate e difficilmente accessibili. Infine parla Cyril, dal Libano. Dopo aver ascoltato, il Vescovo di Roma si sofferma sull'avvelenata ciclicità che unisce fame e conflitti, i quali si provocano e si alimentano a vicenda, alimentando a loro volta la crisi migratoria che costringe le persone a lasciare le proprie case.
Non lo fanno perché lo desiderano, ma perché devono farlo per sopravvivere
"Il mondo di oggi potrebbe vivere senza fame"
È qui che entra in gioco il lavoro del PAM: non solo aiuto immediato e fondamentale, ma anche individuazione delle cause profonde della fame.
Il mondo di oggi potrebbe vivere senza fame. Le risorse dovrebbero essere disponibili. La capacità di produrre cibo esiste. Eppure, troppo spesso le risorse vengono impiegate per alimentare guerre, conflitti e altri obiettivi che, se vogliamo, sono meno importanti. Così la fame continua, e in alcune regioni del mondo addirittura aumenta
L'accoglienza nel Giardino della Pace
Leone ringrazia quindi il Programma Alimentare Mondiale per il lavoro "in prima linea" e, trasferendosi nel Giardino della Pace, lascia che a ispirarlo siano i valori dell'agenzia. L'ultimo momento prima della partenza per il Vaticano è infatti un incontro conviviale all'aperto. Anche fuori, l'accoglienza riservata al Pontefice è calorosa quanto il clima romano, mitigato dall'ombra dei grandi pini che cingono il prato verde sul quale il Pontefice si intrattiene a salutare i dipendenti. A loro Leone affida, a braccio, una breve riflessione imperniata su due parole, entrambe iscritte nello statuto del PAM.
"Comunità" per contrastare la tecnologia negativa
La prima è "comunità", termine particolarmente "caro" al Pontefice per sua stessa ammissione, e quanto mai attuale in un mondo "polarizzato" e "diviso", dove le relazioni umane continuano a essere "distrutte" per molte ragioni, tra cui anche la tecnologia. Quest'ultima, osserva il Vescovo di Roma, invece di contribuire a "creare un mondo migliore", è "spesso utilizzata come strumento di guerra, distruzione e morte". Per questo, non solo è importante il lavoro che si svolge, ma lo spirito di collaborazione che lo contraddistingue.
Possano il vostro lavoro e il vostro servizio aiutare davvero le persone a ritrovarsi, a essere unite e a collaborare per risolvere i problemi che causano la fame e per costruire un mondo più giusto.
Nutrire i sogni dei giovani
La seconda parola è "speranza": una missione che riguarda tutti e che va trasmessa soprattutto ai giovani, i quali spesso, "non necessariamente nelle regioni più povere del mondo" hanno perso una visione e un senso della propria esistenza.
Hanno perso la capacità di guardare al futuro e dire: 'Ne vale la pena. Vale la pena dedicare la mia vita a questo. Vale la pena unirsi agli altri e cercare insieme una strada per andare avanti'
Tendere la mano ai bisognosi è, in concreto, un "autentico segno di speranza". E offrire cibo al mondo significa anche nutrire la speranza di un futuro migliore: "un mondo di pace, nel quale siamo tutti davvero uniti".
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