Benvenuti: “Lo spazio richiede nuove regole condivise”
Fabio Colagrande - Città del Vaticano
Nel giorno dell’ammaraggio della capsula Orion della missione Artemis II nell’Oceano Pacifico, a circa dieci giorni dal lancio avvenuto il 1° aprile 2026, il legittimo entusiasmo per il ritorno dell'umanità verso la Luna convive con interrogativi più profondi, anche di natura giuridica e ambientale. A sottolinearlo è Piero Benvenuti, professore di astrofisica emerito dell’Università di Padova e direttore del Centro per la protezione del cielo dall’interferenza delle costellazioni satellitari dell’Unione Astronomica Internazionale.
Benvenuti riconosce anzitutto il fascino della missione: “le immagini e la missione stessa sono entusiasmanti perché ci riportano alla memoria le missioni Apollo”. Tuttavia, osserva come il contesto sia profondamente cambiato. Se allora si trattava di una sfida esplorativa, oggi “bisogna chiedersi quali siano veramente gli obiettivi”. L’astrofisico invita a interrogarsi se vi sia “veramente un obiettivo di progresso globale dell’umanità” oppure se prevalgano “interessi economici che spingono lo sfruttamento delle conoscenze scientifiche e tecnologiche per motivi più commerciali”. Un dubbio che, a suo giudizio, chi osserva queste missioni non può eludere.
La Luna tra ricerca e sfruttamento
Nella ricostruzione di Benvenuti, Artemis II si inserisce in una strategia più ampia: quella di stabilire una presenza umana sulla Luna. “L’idea è quella di riuscire a costruire una stazione permanente sulla Luna”, spiega, con l’obiettivo anche di “sfruttare le risorse, soprattutto minerarie”. Questo orientamento, però, rischia di spostare il baricentro: “porta a un obiettivo più orientato verso lo sfruttamento dell’ambiente piuttosto che alla ricerca scientifica”. Eppure la Luna conserva un valore unico proprio per la scienza. In particolare il lato nascosto, schermato dalle interferenze terrestri, offre “potenzialità enormi” per osservazioni astronomiche altrimenti impossibili. Da qui l’esigenza, sottolinea, di trovare “un giusto equilibrio tra questo sfruttamento economico e le potenzialità scientifiche che la Luna ancora offre”.
L’orbita terrestre sempre più affollata
Lo sguardo si allarga poi allo spazio circumterrestre, dove è in atto una trasformazione senza precedenti. “Quello che stiamo osservando è una vera e propria rivoluzione nell’utilizzo dello spazio”, afferma Benvenuti, parlando di un aumento esponenziale dei satelliti nelle orbite basse. Le grandi costellazioni per la connessione globale – con numeri che arrivano a “decine di migliaia” di satelliti – portano indubbi vantaggi, ma anche conseguenze poco esplorate. Tra queste, il rientro in atmosfera dei satelliti dopo pochi anni: “depositano nell’alta atmosfera elementi chimici che normalmente non c’erano”, in particolare l’alluminio, con effetti sull'ambiente ancora ignoti. La preoccupazione è netta: “a lungo termine questo potrebbe portare a conseguenze molto gravi per il clima e per l’equilibrio delicatissimo dell’atmosfera”. Una dinamica che impone, secondo lo scienziato, “una riflessione profonda sui limiti di questo sfruttamento”.
Il rischio per l’astronomia e per il cielo
Un altro fronte critico riguarda l’impatto sulle osservazioni astronomiche. Fin dai primi lanci delle costellazioni satellitari, ricorda Benvenuti, la comunità scientifica si è allarmata. I satelliti, illuminati dal Sole durante la notte, sono visibili e interferiscono con i telescopi: “l’impatto sulle osservazioni astronomiche è veramente importante”. A questo si aggiunge l’inquinamento radio: “anche le osservazioni radioastronomiche sono disturbate dalle emissioni in microonde”. E lo scenario potrebbe aggravarsi ulteriormente con progetti ancora più ambiziosi, come quello di portare nello spazio infrastrutture per l’intelligenza artificiale, con costellazioni fino a un milione di satelliti. Le conseguenze sarebbero profonde: “un cambiamento disastroso della visibilità del cielo”, sia dal punto di vista scientifico sia da quello culturale, legato alla contemplazione della volta celeste che ha accompagnato l’umanità per millenni.
Verso un nuovo trattato internazionale
Alla radice di queste trasformazioni c’è anche un mutamento degli equilibri: “le attività spaziali sono passate dal controllo delle agenzie spaziali […] al controllo di enti privati”, osserva Benvenuti. Un passaggio che solleva una questione di fondo: “lo spazio è un bene comune e non è di pochi privati”. L’attuale quadro normativo appare insufficiente. Il Trattato sullo spazio del 1967, riconosce, è “molto saggio nelle sue impostazioni”, ma “non prevedeva uno sviluppo così turbolento”. I suoi principi restano validi, ma “sono così generali da diventare poco applicabili alla situazione attuale”. Per questo, conclude, “mi parerebbe veramente urgente sviluppare un secondo trattato che tenga conto di questa evoluzione così rivoluzionaria”. Un obiettivo reso però difficile dall’attuale contesto internazionale: “non è facile ottenere accordi quando la situazione geopolitica è così complicata”. In questo scenario, la sfida lanciata dall’astrofisico è chiara: governare lo spazio come bene comune prima che la sua corsa diventi irreversibile.
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